Qualcosa su di me

Sono nata ai piedi delle Dolomiti friulane, e mi sono tenuta sempre stretta alla verità della natura, agli orizzonti che si illuminavano dall’alto delle montagne, per non cedere mai a nulla meno di ciò che volevo davvero.

Così ho approfondito all’Università di Padova quell’amore naturale che provavo da sempre per la poesia, appresa per lo più da certi fiori spontanei che bucavano l’aspro dei magredi della mia terra, ma a patto di poter vivere intanto a Venezia e respirare un po’ di salso e di libertà. 

Per il resto la strada si è fatta da sé, e mi è stata rivelata da messaggeri magici che comparivano all’improvviso ogni volta che ero a un incrocio della vita. Un giorno in un bus, alla fine dell’università, mentre rimuginavo sull’idea di fare l’accademica, una voce mi ha detto: “Ma io non ti ci vedo proprio a morire qui tra i libri. Perché non fai la giornalista?”. La parola agì molto profondamente e la misi a profitto, prima per le testate friulane, poi per i magazine del Corriere della Sera, che sarebbero anche stati l’inizio di tanti altri viaggi.

Ma intanto ci fu quello che mi condusse a Milano, “Provvisoriamente”, mi dissi mentre la macchina guidava in direzione opposta al blu del cielo. Mi ci portò all’inizio un dottorato di ricerca all’Università di Pavia su temi di teatro che avevano “magicamente” bussato alla mia porta. E poi invece ci restai per un’intensità di lavori tra l’ufficio stampa per attori, eventi e spettacoli teatrali e appunto per la collaborazione con i settimanali del Corriere della Sera, iniziata anche questa come un destino che mi attendeva. 

Qualcosa però non tornava, e a un certo punto ho iniziato a disfarmi di tutti i bei vestiti di cui mi ero riempita in città, in astinenza di altre verità. Durante un viaggio in Perù, sentii fortemente che avevo bisogno di raccontare nuove storie, di immergermi in mondi necessari. Così per gli anni a seguire ho messo i panni da reporter per vivere con la valigia in mano in luoghi incandescenti tra Sud America, Africa e Sud Est asiatico. Nel bagaglio nel frattempo si era aggiunto stabilmente un tappetino da yoga.

Fu praticando asana tra le Ande, in mezzo agli orfani di Haiti e alle ferite disumane del Ruanda che a un tratto mi fu chiara la ragione di quel viaggiare: era un’iniziazione per aprire e guarire il cuore, stando nei luoghi più sofferenti del globo, per comprendere che siamo tutti uno, che non c’è nessuna differenza se il male accade a me o a un pezzo di vita che sta fuori dal mio corpo. 

È stato in quei viaggi, dopo addii strazianti e tentativi impotenti di portare balsamo a tutti i dolori e alle ingiustizie, che ho capito che il luogo migliore in cui possiamo costruire la pace del mondo è dentro noi stessi, e che questa è l’unica cosa che possiamo veramente fare: accendere un po’ luce in noi, affinché anche altri trovino la strada. Così lo yoga e la ricerca interiore divennero la nuova direzione. 

Quando l’allievo è pronto, il Maestro appare, si dice nel sentiero yogico: e nuove magie mi portarono allora nella comunità di Ananda ad Assisi, in una casetta di legno davanti al monte Subasio da alternare alle piene della frenesia milanese, e nell’amore di Paramhansa Yogananda, autore di Autobiografia di uno Yogi, a cui dobbiamo l’arrivo in Occidente degli insegnamenti indiani e l’ispirazione a vivere in piccole colonie di fratellanza, come quella di Assisi, divenuta la mia famiglia spirituale. 

Da allora è stato tutto molto veloce: la scrittura è divenuta libri in cui mettere a disposizione di tutti questa prima parte del mio viaggio, mi sono diplomata per insegnare Ananda yoga e meditazione, l’India è divenuta un nuovo luogo che chiamo direzione e casa.

Ancora, tra le cose che non mi deludono mai ci sono gli alberi poco prima di mettere nuove gemme, i cani l’istante preciso in cui iniziano a fidarsi, i fiori di maggio, certi cieli sopra le mie montagne all’inizio della primavera e alla fine dell’estate, aprire una pagina a caso dei Diari di Etty Hillesum, la vocina di Francesca, la mia nipotina, a cui ho dedicato delle lettere raccolte in un piccolo libro. 

Infine, dopo essermi esercitata per più di metà della vita a lasciar andare il controllo e ad affidarmi al disegno perfetto del destino che esce da noi, e non entra in noi da fuori, il 9 maggio 2020, durante la pandemia da Covid19, sono rinata con il nome spirituale di Shraddha, che in sanscrito è il principio attrattivo dell’amore che riporta la creazione a Dio.

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