Cenoni

Oltre quel che mettiamo nel piatto, è molto importante anche quel che serviamo alla mente (e al cuore). Con quali discorsi accompagniamo i bocconi, se partono da pensieri anche loro in festa, o magari fanno la guerra e distruggono. Se sono il party del giudizio e del lamento, o battono la strada ai sogni e riservano silenzi per ascoltare davvero. Sono importanti poi le parole della nostra dieta quotidiana, quelle con cui nutriamo i nostri progetti: se anche loro stanno progettando con noi o ci stanno invece sabotando e affermano il contrario di quel che vorremmo fare.

E sono fondamentali le frasi con cui parliamo di noi e a noi stessi: perché così scegliamo quali parti mettere in luce e creiamo i solchi su cui inevitabilmente correrà la nostra vita e il nostro umore. Se prediligiamo le parole stese che dicono tutto quello che non va, tutto quello che in noi congiura per fare passi indietro nella notte, o se selezioniamo tutto quello vuole aprire spazio al meglio.

È come fare ginnastica: si tonificano solo i muscoli che alleniamo. Tutto quello che duole ci sarà ancora e non è questione di non dare ad ogni cosa la giusta attenzione: si tratta di scegliere la direzione e con pazienza trasformare, illuminare, comprendere, attraversare. Non ci si accorge quanto si determina la propria vita parlando, perché si fanno pochi passi ogni giorno, ma dopo anni ci si trova lontani nell’orizzonte che si è coltivato, qualsiasi esso sia. E se è quello che ci fa stare bene e dove sono richieste le parti migliori di noi, c’è pure il rischio di essere felici.

Se ti fai indietro, quello che avanza è l’amore

‘Non c’è vero potere, se non quello di amare’. Ecco, in conclusione d’anno, sono queste parole di Simone Weil che mi girano dentro fino a commuovermi. ‘Non è difficile da capire’, continua: ‘è un segno di potenza non usare il proprio potere là dove se ne avrebbe la possibilità’. Quindi il potere è non reagire, non colpire, non rispondere con la forza.

Amore è fare spazio, lasciarsi riempire, ritirarsi per dare accoglienza. E’ far sì che ogni cosa sia nell’ordine ineluttabile in cui deve essere se lasciata libera. E lì non si arriva mai con la forza dell’ego, ma solo se l’ego arretra: allora il cuore si disgela e un’altra luce naturalmente si espande. Ed è l’amore. L’amore è l’ordine naturale delle cose, la forza il loro disordine.

E questo ordine è il vero augurio che sento, questa notte.

Preghiera molto semplice

La vita dentro l’inverno
Signore, che chiamo Dio,
o montagna o cielo o fiore,
e pozzanghera e cane e nuvola,
Fa di me un raggio di sole,
Una goccia di pioggia,
Un filo d’erba.
 
Dove sono contratta al tuo respiro, fa che io diventi vento.
Dove sono superba che io veda la tua immensità.
Dove sono notte che io diventi stella.
Dove sono impazienza che io diventi albero che sa la primavera.
Dove sono giudizio che io diventi prato, per accogliere i colori della vita
Dove sono impaurita che io diventi torrente, che affronta ogni pietra, sapendo che il suo destino è il mare.
Dove sono dolore e disperazione che io diventi foglia che si trasforma in terra e in nuova vita.
 
Signore,
fa che io possa essere sorgente
per ogni labbro che ha sete.
Che io possa portare la tua freschezza,
la tua luce, le tue gemme,
la fiducia in te,
ad ogni persona che incontra la mia strada,
senza più fiato.
 
Signore,
fa di me una guerriera della tua gioia,
e se trovo in me un rancore,
non ti chiedo la forza per vincere,
ti chiedo di crescere in me l’amore.

Oltre il confine degli occhi

Oggi ho cercato la tua voce: volevo capire a che distanza eri dai miei cattivi pensieri. Sai, a un certo punto del pomeriggio la nostalgia è andata a sbattere contro quel tuo spazio perfetto tra la palpebra e il sopracciglio, e volevo essere certa che fosse ancora lì. Sì, voglio ancora fare le valigie, sono già pronte, già chiuse, questo è ormai deciso: ma non per andarmene da te, ma per andarmene da me, dalle cornici che una mia paura antica ha messo alla tua vita. E non posso più permetterle di decidere la rotta, di impormi certi istanti in cui tutto dentro frana, e io ritorno a galla con bracciate che pregano le cose di non essere come sono, che pregano anche te, visto dall’impronta di quel tremare.

In questa partenza tu non verrai toccato, e anzi sarai finalmente te, appena ti avrò tolto il confine dei miei occhi. Così, se saprò tornare, per la prima volta forse ti saprò per come sei. Libera, avendoti liberato. E non avrò più bisogno di metterti a confronto con quello che è stato, con quello che aspettavo, con la persona con cui, nella mia mente, ho ultimamente così tanto litigato. Non ci chiederemo più nulla, tanta sarà la sorpresa di vederci per quello che siamo. Forse sarà primavera e noi faremo i fiori, e forse ci sarà il vento e lo guarderemo portare via il tramonto, dischiudere albe, senza bisogno di tenerci, senza più paura di perderci.

Ma ora devo proprio andare, neanche con le dita di una sola cellula mi posso aggrappare. Perché basta che un solo un pensiero non voglia venire con me, non se ne voglia andare, perché io non possa fare il viaggio in direzione opposta alla tirannide che ha avvelenato il mio camminare. E non compia, così, la mia vita. Andarmene da certe corse terse, in cui pareva che saremmo divenuti i regnanti della luce, è l’ultima cosa che vorrei fare: ma compiermi è la prima. E questo è quello che ora preme. Perciò ora non si tratta più di cosa voglio fare: ma di responsabilità e di una libertà più vera.

Non mi scordare amico mio. Non so se ti riporterò il rosso dei capelli, i passi troppo rapidi che ti facevano sorridere. Fissa soprattutto il  cuore: quello non potrà cambiare, se un giorno, nuova, mi vedrai arrivare.

 

 

Viaggio al termine della notte, fino alla luce

La notte aveva fatto di tutto per trattenermi. Si era attaccata ai pensieri, al corpo stanco e teso, si era mascherata con tanti piccoli incidenti che avrebbero dovuto spezzarmi la volontà. A un certo punto aveva preso la voce anche dei miei peggiori dolori. Stavo per diventare la notte. Ma una parte di me era ancora in grado di osservarla, di non crederle e di non cedere. Questa parte mi ha fatto spingere tutte le valigie dentro la macchina, chiudere la portiera e partire. Era tardi, molto più tardi di ogni programma, ma sentivo che questo giorno pieno di senso, con dentro la magia del solstizio d’inverno, era il giorno giusto per il passaggio.

La pioggia batteva forte sui vetri, si vedeva poco, le luci delle auto cadevano sulla strada bagnata e mi rimbalzavano dentro agli occhi. Nella mente arrivavano brandelli di discorsi che si intrattenevano dentro la mia mente: la spesa imprevista per la riparazione dell’auto, le parole di quella voce che aveva saputo colpire l’unico punto di me che non avevo riparato dai colpi, i messaggi nel computer che forse avevano avuto risposte troppo affrettate, alcuni lavori da cui non avevo avuto più notizie, persino alcune persone che mi sembrava non avessero avuto un comportamento chiaro.

Un revival di vecchi spaventi, abbandoni, difficoltà che si preparava ad invadermi gli spazi interiori. Ma intanto la pioggia si era ritirata dentro grossi ammassi di vapore che sbattevano contro il muso della macchina, e li potevo attraversare, vederne i contorni e la fine. Non era qualcosa che stava accadendo solo fuori, mi sono ripetuta: “è qualcosa che sta accadendo dentro di te“. Ho provato ad ascoltare ancora quel frastuono di pensieri, ma come se fossero i pensieri di un altro. Toccandone le forme, sentendone i confini. Decisamente io non ero quella nebbia. Per non darle la forza di diventare la mia realtà, avrei dovuto dirlo a voce molto alta, definitivamente.

Io non sono questa nebbia. E questo non è quello che voglio e quello che mi fa bene!“. Ho gridato ancora. La notte, che prende sempre i volti esatti di quello che ci può intrappolare, mi è parso che si spaventasse, che si ritirasse un po’. E allora l’ho detto ancora, con responsabilità, forse con una nuova maturità: “So qual è la strada dove devo andare, dove risorge la luce, e non importa cosa devo lasciar andare: io voglio dirigermi lì“. Nella mente apparivano volti, situazioni, dolci memorie che mi volevano tirare nella direzione opposta, ma ormai la pioggia era cessata, fuori e dentro.

Dal vetro del parabrezza entravano gli ultimi bagliori di un tramonto, una fessura di luce schiacciata sotto l’umido di un cielo che aveva pianto tutte le sue lacrime, e ora era pronto a sfumare in un blu cobalto, interrotto dai fori luminosi delle stelle. Il petto si era fatto più lieve, e sentivo che c’era determinazione sufficiente ormai a non ritornare più indietro. Riemergevano i volti e le parole, i peggiori pensieri, ma potevo sostenerne lo sguardo, e continuare verso  quella speranza chiara. Ero pronta ad offrirmi completamente a quella luce. Il tempo dato all’illusione era rimasto a terra. Lo avrei maledetto come un pezzo incredibilmente lungo della mia vita che avevo sprecato, se non fosse stato il tempo necessario per trovarmi ora lì, pronta ad uscire dall’oscurità.  

 

La città ferita e piena di cuore

tunel-sarajevo
il tunnel che salvò Sarajevo
Cap. I – La felicità è una cosa relativa (o lo sono le profondità da cui la guardiamo)

Almeno non russano – Giovedì mattina, quando sono arrivata all’aeroporto di Malpensa ero un po’ seccata. Perché avevo scelto un aereo tanto mattiniero, e  mi ero così costretta ai  sogni allarmati che impone una sveglia che ti spezzerà il risveglio? All’aeroporto scopro che il volo è in ritardo, e che forse a Monaco avrei perso il cambio per Sarajevo: la mia felicità ha subito cambiato freccia. Non era più il risveglio il problema, ma la speranza di arrivare per tempo per la connessione.

Invece non prendo il secondo volo: vengo ri-prenotata su un volo da Vienna alla fine della giornata, arrivo previsto a Sarajevo per la prima notte. Cambio ancora i connotati alla mia felicità e alla concezione del tempo: se lascio il tempo lunghissimo che ho davanti solo al futuro non passerà mai, devo per forza farne qualcosa, abitarlo, farlo diventare tempo presente e di presenza. Inizio finalmente ad essere nel luogo in cui sono, a farne un momento della mia vita, non un transito verso qualcosa a venire. Lavoro, respiro, apro le finestre dell’osservazione.

Quando poi finalmente sono sul volo Vienna-Sarajevo, ormai abbastanza stanca, l’ultima cosa che mi sarei aspettata era che non potessimo atterrare, “per la nebbia”, annuncia il pilota impennando verso l’alto all’improvviso: e poi le parole che mi arrivano come una forbice al sogno di riposo: “We are going back to Vienna: ritorniamo indietro a Vienna”. Come? E quindi ora cosa faccio? A Vienna, siamo un manipolo di viaggiatori storditi e crediamo di non aver capito bene quando ci dicono che non c’è possibilità di hotel: è festa e non se ne trovano. Restano due alternative: dormire in aeroporto e il mattino ritornare a Monaco per viaggiare su Sarajevo, oppure… oppure c’è un bus che ci aspetta. Un bus? “Sì, si tratta di 12 ore di viaggio, forse 10. O non si sa”.

Non so come a un certo punto, per prima, mi sono vista alzare la mano: “I go for the bus: io prendo il bus“. In realtà nel frattempo era successo anche questo: Avevo ritrovato il mio bagaglio. “Dove sarà in tutto questo caos? avrà seguito questa incredibile geografia di voli? Mi ero chiesta d’un tratto e non riuscivo più a distogliere il pensiero. E quando l’avevo visto apparire sul nastro, ancora unito al tappetino da yoga, avevo avuto chiaro in mente solo questo: non lo lascio più. Ora viene con me. E il bus almeno mi consentiva di sedermi, di averlo vicino, e di arrendermi: ormai il tempo era dilatato in un’altra realtà.

Sul bus mi accorgo che intorno a me non c’è più nessun turista, solo cittadini bosniaci, molti grandi il doppio di me, per lo più uomini, due o tre donne bionde, per lo più tenute al riparo dai mariti, con volti che hanno visto ben di peggio di questo inatteso attraversamento d’Europa. E’ notte e siamo stanchi. Tra loro fanno battute, qualcuno ride, ma istericamente. L’unica cosa che si desidera ora è sedersi, stare in tutto il tempo che avremo davanti ed arrivare. Io scelgo il sedile dietro un ragazzo di cui raggiungo appena il gomito. Mi dice di essere un poliziotto, ha un viso forte e buono, parla inglese e mi mostra la mappa del viaggio che dovremo affrontare. Una linea lunga che scorre con il dito, cambiando tre volte lo schermo del telefono.

Mi metto le cuffiette con della musica calma che mi riunisca a me stessa, mi accorgo che non ho nulla da bere, nessuno ce l’ha; che non abbiamo mangiato da molte ore e non accadrà per molte altre. Ma nessuno si lamenta. Guardo ancora i volti che hanno visto molto di peggio di questo e mi rilasso. La signora bionda che sta dietro di me mi dice che posso abbassare il sedile. Ha gambe lunghe ma in qualche modo dovremmo cercare di dormire. Io ci riesco, dopo due ore, per circa mezz’ora. Mi sveglio e sono le 2.50, “Mancano ancora 8-10 ore”, mi dice il poliziotto che ha incrociato i miei occhi aperti, e mi segna ancora schermate di telefono lungo la linea di tragitto. Intanto la musica è finita dentro le mie orecchie e mi accorgo di una nuova inattesa felicità: nessuno sta russando.

Bus verso Sarajevo

Tolgo le cuffiette inizio ad essere davvero parte di un’umanità.

CAP. 2 – Tappe e umanità

Ogni istante di vita è bellissimo – Il bus si ferma. Dobbiamo scendere, fuori ci sono almeno 5 gradi sotto lo zero, stiamo lasciando la Slovenia per la Croazia. “Here it is not Schengen: siamo fuori Schengen, mi ricorda il poliziotto”. Ci mettiamo in fila davanti a uno sportello militare, qualcuno viene trattenuto a lungo, ci stringiamo dentro i cappotti. Arriva il mio turno: sono italiana, il poliziotto si scusa e mi fa passare. Mi sento ingiustamente privilegiata: tutti gli altri nella fila hanno il mio stesso freddo, fame e voglia di dormire. Dopo dieci minuti siamo di nuovo in fila. Entrata e uscita, e sarà così ogni due o tre ore, ad ogni inizio di sonno, nel Paese unito che era stato diviso da una guerra.

Ormai stiamo diventando tutti amici, ci raccontiamo per quali storie ci siamo trovati ad essere lì. Io rido quando racconto che ho realizzato che dopo 16 ore dacché avevo lasciato il mio letto milanese, passavamo con il bus vicino alla mia casa friulana, e tiro fuori il mazzo di biglietti aerei del giorno prima, ci si potrebbe giocare a carte. Il poliziotto davanti a me replica che lui abita vicino alla frontiera che stiamo passando in quel momento, ma ha la macchina all’aeroporto di Sarajevo (sembrava la soluzione più comoda): dovrà guidare 6 ore appena arriveremo. Ha avuto un bambino da poco, ha la sua foto nel portafogli. Fuori sta iniziando l’alba e un paesaggio di cristalli che rendono aguzzi i rami spogli degli alberi.

Ultima discesa e risalita: anche a me viene messo un timbro e vengono fatte delle domande. Stiamo entrando in Bosnia. Sul bus più o meno tutti iniziamo a smettere di sperare di dormire, c’è impazienza e resa. I colli hanno un aspetto agricolo in stagioni più miti, case rade, molte con i tetti sfondati o completamente appoggiate su un fianco, come monumenti macabri della violenza che le ha attraversate. A volte interi versanti di un colle sono pieni di steli scure o chiare: cimiteri senza foto e senza nomi. Morti aggregati per pure geografie.

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Entrata in Bosnia, dal bus

Il bus ferma e c’è un boato di esultanza generale. A lato c’è un piccolo ristorante aperto, espone prodotti casalinghi, c’è il fuoco acceso. Qualcosa che sa di casa. Io non ho i soldi locali. Una ragazza bionda che è rimasta finora sempre sola, vestita bene,  meglio di quasi tutti, legge i miei pensieri e mi viene vicino: “If you stay with me I can cover your breakfast in case they don’t take your card: posso pagare per te, se non prendono la carta”. Scopro che è gentilissima, che parla piano, che ha pregato anche lei (l’ho fatto anche io), quando il pilota per due volte ha sterzato annunciando di non poter atterrare, buttandoci all’aria.

Non ci diciamo i nomi, forse non ne abbiamo più. Siamo tutti la stessa vita. Era  appena nata quando c’era la guerra, e viveva in Serbia. Si è sposata da poco con un uomo di Sarajevo. Lì ha capito cos’è stato l’assedio: tre anni senza acqua, gas, cibo: tutto lasciato nelle mani della fantasia e nei muscoli resistenti di un popolo forte. E poi aggiunge una cosa che voglio ricordare per sempre: “Sai, oggi le cose sono andate diversamente da come molti di noi pensavano: dovevamo essere già a Sarajevo da tanto. Tutti abbiamo qualcuno che ci aspetta. Ma quello che impari da una guerra è che ogni istante di vita è bellissimo“.

CAP. III La città intensa e piena di cuore

Memorie che cambiano per sempre – Quando arriviamo all’aeroporto di Sarajevo ed è tempo di scendere, non ci salutiamo neppure. Come se la confidenza che c’è stata fosse stata troppa e ora il pudore di un popolo che non può mostrare troppo i sentimenti la rimettesse al suo posto. Anche io mi accorgo che devo riprendere le ragioni per cui ho intrapreso il viaggio: mi sembrano ormai lontanissime, stravolte. Oppure diventate di più. Faccio tutto quello che devo fare, mi ricongiungo con l’autista che da due giorni sta facendo vari tentativi per raccogliermi. Arrivo in albergo, non capisco ancora molto del luogo, ma ne sento gli strati di storia che lo hanno scolpito.

La notte dormo finalmente un sonno profondo che al mattino avrei raccontato agli amici come due sonni: due notti che vengono insieme in una sola. Sono eccitata, felice. Ho srotolato il mio tappeto da yoga, ho respirato la città come sempre dapprima dentro di me. Al mattino ci aspetta un tour in alcuni luoghi caldi di Sarajevo prima degli impegni di lavoro. Fa un freddo umido, i contorni delle cose sono mangiati dalla nebbia. Molti edifici hanno muri rifatti, e senti che tutto quello che accade ora lì fuori non può non essere anche qualcosa che continuamente parla anche di quello che è già accaduto.

“Ci sono tre Sarajevo”, ci dice la guida: “Una piccola Istanbul piena di moschee e bazar che risale alla conquista ottomana, una piccola Vienna elegante e piena di teatri del periodo austroungarico. Una città ancora di aspetto comunista del periodo di Tito”. Noi prendiamo la strada che attraversa quest’ultima e casermoni di abitazioni tutti uguali, in cui ancora si vedono i segni degli spari. Arriviamo nella prima campagna di nuovo vicino all’aeroporto. Qui, nel cortile di una casa privata fu scavato il tunnel che salvò Sarajevo sotto embargo.  Fu scavato con le mani e utensili da casa da circa 50 cittadini per un chilometro e mezzo, per poter portare cibo, armi, per portare a casa i feriti. Per trascorrere tre anni di vita-non vita. Un filmato originale li racconta. Si vede l’odio da vicino, l’amore che serve a tenere duro. Mi accorgo che sto piangendo. E che forse volevo farlo almeno da un giorno intero.

Gli amici di questa città – è per loro che sono qui – hanno un cuore grande e il sospetto sempre pronto a scattare. Mi sono sempre chiesta, durante il tempo dell’amicizia, come le due cose potessero stare insieme: se hai un cuore grande ti fidi, hai fatto dei passi oltre la paura, pensavo. Ma se vieni a Sarajevo allora dovrai ricordare per sempre che l’odio che ha invaso un cuore aperto, che è entrato dove c’era certezza che il male non sarebbe mai potuto entrare, lascia un segno che è difficile da cancellare. E allora hai ancora le vene aperte a far passare l’amore, a farne passare anche di più dove c’è bisogno: ma ogni tanto senti ancora il dolore dei colpi dei proiettili che le hanno squarciate.

Al ristorante oltre il ponte sul fiume, più tardi, il primo compleanno di un bimbo è stato festeggiato sotto a teche piene di armi. Le ore che sono venute dopo non sono più racconto di viaggio: in quelle sono diventata il viaggio stesso. Sono diventata – per un poco – questa città.

 

Il dono del tempo

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Tempo nella natura

Può capitare che un giorno si inceppi, e all’improvviso due ore del tuo tempo escono dalla gran cavalcata e divengono un buon punto di osservazione sul pomeriggio. Ne approfitti per rispondere finalmente con presenza a qualche messaggio rimasto lì da un po’, a qualche mail che non eri ancora riuscita a leggere. In risposta: “Grazie, scusami non mi è possibile ora scriverti di più”. “Sono sotto pressione, in questo periodo non riesco a leggere oltre alla terza riga”. Ti spaventi: queste parole le hai dette anche tu, tante e tante volte.

Ma cosa ne abbiamo fatto del tempo? Dov’è sparito, chi se li prende i nostri minuti, le nostre ore? Ed è un tempo realmente pieno, o un tempo riempito perché non riusciamo più a scendere dalla sella di questo galoppo? Pazienza, mi sono detta. E mi sono messa a fare con una calma di cui non ricordavo il sapore delle cose piccole, in casa. Delle bustine con la lavanda sgranata sui colli umbri per gli amici, una torta di mele che inaugurava il formo nuovo di qualche mese rimasto finora inutilizzato, riordinare dei cassetti in cui non sapevo neppure più bene cosa si fosse accumulato.

Ed è stato un gran bel pomeriggio. Anzi, ho avuto il tempo di pensare che i momenti più belli, ultimamente, sono state proprio queste frazioni di giornata in cui sono riuscita ad essere completamente in qualche cosa, o per qualcuno. Come la sera in cui, sull’uscita di un evento, ho incontrato un conoscente che sta attraversando un grande dolore, e anziché seguire l’orologio, ho ascoltato il suo silenzio, gli ho messo vicino il mio. E quando ai saluti mi ha appoggiato la mano sulla spalla e mi ha stampato la sua forza di essere umano ritornato a galla per un istante, ho sentito il mio giorno allungarsi di diverse ore. Sono ritornata a casa molto piano. Parlando con calma. Facendo una cosa alla volta.

E’ stato in quel momento che ho deciso ancora una volta di occuparmi di quello che la vita mi mette davanti, di finirla con l’ansia per le cose che non sono ancora. Di non vivere con l’agenda davanti ma con la presenza in quello che c’è, in ogni istante. Di fare le cose che mi è possibile, ma in quelle esserci del tutto. Ed essere anche pronta a cambiare programma se arriva qualche cosa di più vero di quello che avevo immaginato solo con i pensieri. E la cosa buffa è che il tempo ora non mi manca più, ed è come se si dilatasse e si placasse dentro ogni cosa.

Per Natale dovremmo cercare di non chiedere altre cose che si accumulano nel nostro fiatone: dovremmo chiedere del tempo per capire quello che già abbiamo, ed esserne pienamente grati.

 

Lasciar andare le foglie

I colli di Assisi, all’inizio dell’autunno

Di nuovo sui colli. Sono venuta qui a cambiare stagione; qui, dove si è davvero immersi nella sostanza della vita, e anche nel suo camminare e trasformarsi incessantemente. Così, mi trovo ancora a prendere lezioni di naturalezza dalla Natura, che in pochi giorni, sfidata da  tempeste di pioggia e di vento, si prepara a lasciar andare il suo abito estivo.

Ci sono stati giorni intensi per il cuore, attraversati da tanti colori dell’amore, del dolore, e anche da una nuova capacità di vedere l’uno e l’altro mentre scorrono dentro i canali interiori. Di vedere anche i pensieri che li avvolgono e in cui si rischia sempre di cadere e di non lasciar stare le cose come sono realmente, di mettere a loro addosso i nostri umori.

Sarebbe come se oggi gli alberi entrassero in un labirinto di dubbi: se sia meglio lasciar andare le foglie oppure no, se avessero paura di farsi del male. O avessero timore che quest’anno non arrivi la primavera a rivestirli di vita nuova, quella giusta che attende di sbocciare. Come se l’erba si mettesse a frignare, che quest’anno non se la sente di seccare.

Invece qui, in mezzo a questa immensità in cui l’uomo è ospite di un disegno più grande, regna la legge dell’universo, e nulla pensa di poterla non osservare. E anche noi, nella nostra parabola in cui siamo visibili dentro un corpo, e poi non lo saremo più, siamo sottoposti alla stessa giustizia tersa, alla guida di una Coscienza più alta, che sa cosa dobbiamo fare.

E tutto questo mi serve in questi tempi, in cui ho visto persone lasciare la vita come andassero in un’altra stanza, senza però tornare. Ma anche rendendo più facile comprendere il sottile del tulle che le divide, e quanto l’avere consistenza solida non sia un differenziale della vita. E ho visto persone rimanere, con il cuore rotto da chi se n’è andato, che cercano di aprire lo sguardo a quella luce in cui ancora tutto vive.

E ho abbracciato persone che non riesco io stessa ad immaginare di lasciar andare, che sento sempre uguali dentro la forma scolpita dal tempo. Ho creduto forse in quell’abbraccio di poter trattenere tra le dita lembi di memoria, di amore e di presenza, per quando non sarà più possibile toccarsi con le mani. Abbracciarsi con i battiti dei cuori che si uniscono dietro il caldo della pelle.

Poi, sono arrivata qui e ho respirato, e ho sentito tutta la presenza del Tutto. Ho sentito che quello che ci renderà sempre vicini, quello che si vede e quello che non si vede più, la linfa degli alberi e il fluido dei cuori, il verde dell’erba e il bruno degli occhi di una madre che scompare da una vita vicina, le lacrime di un’amica e la prima brina, è la sostanza che tutti ci sostanzia: l’Amore.

 

 

 

Due devozioni

Due devozioni

E quindi siamo arrivati a questo, a finire le parole. Le parole per dire cosa siamo, cosa sia quella cosa che ci unisce, oltre a tutti gli spigoli in cui abbiamo sbattuto il cuore. Una fratellanza, un’amicizia, un amore o un riconoscimento d’anime sono tutte cose vere, ma anche forme in cui stiamo stretti, in cui ci manca un po’ il respiro. Piuttosto, è come se una parte di me abitasse dentro il tuo corpo, e viceversa una parte di te nel mio. E fossero l’una e l’altra dirette da due motori diversi, eppure si potessero sentire in tutta l’estensione dell’essere, fino a te, fino a me, la felicità e il dolore.

Si tratta perciò di tenerci ma anche di darci una libertà sconfinata, affinché ogni parte di noi possa gioire, espandersi, fare la propria strada. Crescere o sbagliare. Divenire a proprio modo devota alla vita. E ogni giorno dobbiamo anche tranquillizzare quello che di questa libertà ha paura. Paura di perdere, di non controllare, di scolorire tra i colori del mondo. Accogliere a mani piene tutto quello che arriva, i silenzi e i momenti in cui di nuovo siamo vicini. Fare il tifo fino in fondo per la gioia che in questo modo ci scambiamo, per il nutrimento che ci dà la parte di noi che l’altro porta in giro.

E’ questo il capolinea di un lungo viaggio, in cui abbiamo provato in tanti modi a dare una voce alle nostre anime che hanno preso luce quando si sono guardate. Quando le dita si sono allungate e hanno scoperto di sentire anche quello che c’era sotto un’altra pelle. Che era lì quella parte che mancava, e che da ere, da vite, in tanti luoghi e tempi, avevamo cercato. Aspettava che finissimo di aspettare, che finissimo di sentirne la mancanza, per fare il suo viaggio di ritorno, la parte di me che è in te, quella di me che vive in te.

 

 

 

Himalaya 5 – Amore in forma di cane

Il cane guida, Babaji’s cave – Himalaya

Oggi ho avuto una storia d’amore con un cane. D’altro canto si può avere una storia d’amore con il verde dell’erba, con lo scrosciare della pioggia, con un cielo stellato. Io oggi l’ho avuta con un cane. È successo questa mattina, qui, in questa sacra valle himalayana in cui sono arrivata al termine di un intenso pellegrinaggio, per visitare la grotta di Babaji. Forse chiamata da un magnetismo che doveva esattamente portarmi qui, e di cui tutto il resto non è stato che la preparazione. Babaji è il padre del Kriya yoga, il padre di tutti i Maestri di un nobile sentiero che è arrivato a me attraverso il ramo di Yogananda, il mio Maestro. Gli si dà un volto, ma Babaji è una colonna di puro Essere, e risiede dentro un corpo quando deve essere compreso, da 5000 anni.

Ieri, appena arrivata a Kukuchin, la località in cui inizia il sentiero che porta alla grotta, all’antro dove lui ha meditato e intorno a cui ogni tanto appare, non sono riuscita a resistere. Ho sistemato alla svelta le mie cose in una magnifica capanna di legno e di mattoni a vista dell’unica guest house che ha avvicinato così tanto il cammino di accesso a questo luogo sacro, e poi ho iniziato, vorace, la risalita. Ero stanca. Tutti questi giorni di viaggio, il mattino con le soste ai templi lungo la strada, uno di questi con 500 scalini di iniziazione, ma ero certa che appena i piedi si fossero messi uno dietro l’altro, mi sarei sentita benissimo. Lo avevo spiegato anche all’autista che ha condiviso con me questa avventura: era una meta da non perdere assolutamente. E così, stanco anche lui, più di me, mi ha seguito.

Ma più salivo e più mi sentivo in affanno. Le gambe faticavano a sorreggermi, ma andava fatto e non mi sarei arresa per nulla al mondo. Finalmente, senza fiato, accaldati per le nuvole basse che facevano sudare, siamo arrivati. Ho aperto la grata e mi sono seduta dentro la grotta a meditare. La mente, però, non ne voleva sapere di stare in silenzio. Pensava al povero autista che avevo fatto scannare, che forse aveva voglia di scendere. Che se non avessimo fatto presto forse sarebbe venuta la pioggia, o forse la notte e non avremmo più trovato la strada. Pensava cose sempre più piccole. Così sono uscita e ho detto al mio compagno di cammino che potevamo andare. A me ho detto che la buona energia comunque era entrata e non era necessario che lo percepissi subito.

L’ultimo Chai shop prima della grotta

Questa mattina la lezione era appresa: dovevo riposare, e lasciare fare alla vita. Dopo colazione, mi sono semplicemente messa a camminare per esplorare i dintorni, non avevo più intenzione di stremarmi. Ho ripensato soltanto a quella piccolissima costruzione all’inizio della strada per la grotta che annunciava di essere l’ultima possibilità per un chai (tè), prima di salire: fino a lì potevo arrivare. Mi sono avviata, un cane bianco e nero mi seguiva. Si è fermato ad un certo punto, ed è ritornato indietro. Nel piccolo negozio una signora matura che si è sciolta i capelli quando sono apparsa, forse per farmi vedere che erano ancora belli, forse per l’emozione di avere un cliente in questa stagione morta. Ha fatto cenno a due giovani ragazze che governavano il fuoco di preparami il tè. Nel cortile sono arrivati altri due cani, neri. Uno più grande e uno più piccolo. Li avevo già visti ieri, ma ero troppo stanca per stare alle loro feste.

La grotta di Babaji

All’improvviso il più piccolo si è messo a scodinzolarmi intorno. Un giovane ragazzo locale che guidava un gruppetto alla grotta mi ha chiesto se stessi salendo anche io, e ha aggiunto che quella che stava percorrendo era una scorciatoia. Io ho solo sorriso. Non stavo salendo, ho ammiccato a lui e a me. Ma il cane si è messo a camminare e io a seguirlo, e ha preso lo stesso sentiero corto. Con le gambe leggere, senza più affanno, attraversando torrenti a piedi scalzi, in un tempo che mi è sembrato breve e bello, senza saperlo mi sono ritrovata ancora alla grotta. Gli altri pellegrini avevano fatto sosta per strada, ed ero sola. Sola di fronte all’immenso. Il mio amico a quattro zampe si è semplicemente steso davanti all’accesso, come fanno i cani quando si sentono al sicuro e sono pronti a dormire. Io ho chiuso gli occhi e mi sono messa a meditare. Tutto era di nuovo limpido, in pace, in amore. Come l’amore senza ombre che ho sempre provato per i cani. Sono arrivate così queste parole.

Quando Dio mi apparirà avrà la forma di un cane. Sarà il cane più bello del mondo, il Dio più bello del mondo. Perché lui è amore puro, è uno scodinzolare d’amore. È sentire le feste nel cuore, è non stare più nella pelle. Nella pelle dei pensieri, nella pelle delle paure, nella pelle di tutti i piccoli comandamenti del fare con cui ci incateniamo alla terra. È lasciare le briglie, gli ormeggi, slacciarsi le scarpe, restare a piedi nudi nelle pozze dopo un temporale. L’odio, il rancore, il rimpianto non sono l’opposto di questo amore, perché è un amore che non ha opposti. Non è tradibile, abbandonabile, feribile. Come il verde per l’erba del prato, il fresco per l’acqua del torrente, l’azzurro per il cielo sereno, è vita che sta al centro, senza più cadere.

Poi mi sono alzata e il cane mi ha guidato di nuovo sulla strada di casa. Lì è svanito.

Ora lo so, questo viaggio doveva veramente arrivare fino a qui. E ho capito anche perché era giusto farlo da sola, perché si dica che i viaggi spirituali vadano sempre fatti da soli. Perché, infatti, è solo così che un po’ alla volta vieni sbucciata di tutti i modi in cui ti tieni aggrappata al mondo. Le persone, le parole, gli impegni, il nostro continuo bisogno di sentirci occupati in qualche cosa e con qualcuno è solo un modo per non tacere, per non affrontare la vera strada, il vuoto di appigli che fa venire alla luce quello che in ognuno di noi è puro essere. Ed è questo invece l’unico vero dovere che abbiamo. E richiede silenzio, richiede di sentirsi incredibilmente soli. E poi di non sentirsi più soli. Richiede di abbandonare completamente tutto quello che sapevamo di noi, di abbandonarci completamente. Di diventare solo presente, solo vita. Qui inizia il vero viaggio.