Tante piccole scintille di luce

E così è arrivato anche l’ultimo giorno milanese di questo periodo strano, e so già che mi mancheranno tante cose con cui ho cresciuto lenta amicizia e pazienza in giorni lunghi e inattesi. La gratitudine è sparsa tra le viole, che ancora regalano colori, nel respiro del balcone che non è stato mai tanto verde e di cui non avevo percepito mai così forte l’amore. E poi su tante piccole cose che, per il mio sguardo frettoloso, avevo pensato finora inanimate: invece hanno respirato con me e mi hanno tenuta viva.

Quello che sento forte a questo punto del cammino è che no, non lo possiamo fermare tutto il male, e neppure contenere tutte le lacrime del mondo nelle nostre piccole mani, o opporci con i palmi tesi ai tentacoli che questa stagione ha messo dentro la nostra vita. Però possiamo guardarlo oltre gli occhi, dove iniziano le radici, prima che fossero materia e urlo, e lì seminare un ordine nuovo, iniziando dalle piccole cose. Da tante piccole scintille di luce.

Possiamo appoggiare a caso sguardi nati dal cuore. Coltivare la gentilezza delle parole, di tutte le parole; portarci rispetto e rispettare. Andare oltre la pelle di ciò che accade e tendere una mano al dolore, prima che si faccia rabbia e inquietudine. Gioire della gioia anche quando accade a un altro. Non darla vinta alla paura e ricordarci la perfezione della vita, anche se immediatamente non la vediamo.

Non cadere per i colpi bassi di una forza oscura, ma scansarli saltando verso il cielo. Restare giusti quando tutto è sbagliato. Continuare a credere nel bene anche davanti a un’offesa. E non perdere la fiducia nella verità di fronte all’ingiustizia. Difendere l’amore davanti all’odio, la forza dell’anima davanti alla prepotenza della ragione.

Non cedere neppure con un pensiero dalla strada della luce, perché dietro quello che vediamo, dietro quello che è stato, ci sono stati prima pensieri rotti, che ora possiamo iniziare ad aggiustare. Ognuno in sé, un po’ ciascuno. Perché non è vittoria quella che con più forza aggiunge altra strada al buio,  ed è solo andando controcorrente, seminando un’energia nuova, che i semi del futuro faranno i fiori.

Dialoghi con la nuova Me.

Mi chiamo Shraddha e offro tutto al cielo. Ci sono pensieri con le porte chiuse, corridoi che sfociano nel nulla, domande che attraversano l’aria come nuvole di maggio: e non cerco risposte. Osservo tutto come ombre sulla luce naturale di questa stagione sbocciata, onde sulla pace di un lago. Appena arriva la puntura di un pensiero un po’ più ostinato, per un istante cedo al passato e lo elaboro dai lati di tutte le possibili paure. Cerco con la mente di spingerlo nelle direzioni desiderate, di risolverlo a forza dentro qualcosa che sia per me sicurezza e termine dell’ansia. Ma appena lo stringo tra le mani, mi ricordo che Giulia farebbe così, che l’ha sempre fatto: reggere con la volontà il proprio cammino, contando solo su di sé. Ma Shraddha no,  allora apro i palmi e lo libero, lo lascio volare via. Lo offro al Cielo.

E’ come se ci fosse una parte di me irrequieta, fatta della mia storia, di centraline della mente che generano realtà insistenti e ripetitive, che ama raccontare le fratture del passato per ripiangerle nelle possibili cadute del presente: ma è solo una pelle che cerca di attaccare un centro che è fuori da questo tempo e lo vede. Per abitudine posso ricascare nel porre l’attenzione sulle cose di me a cui sono più abituata e rimettermele addosso come un’identità di cui ho preso la forma, una scarpa che non fa più le vesciche, poiché ci conosciamo bene. Però poi apro questa corazza e respiro, e allora anche ciò che è pesante si fa leggero, ciò che è insonne impara a riposare.

Ogni tanto mi affaccio dal davanzale di questa nuova, antica, me e guardo il panorama. Con compassione accarezzo i cespugli dei miei spaventi. Ci sono tutti i pensieri di perdita, in cui finisco per pregare di perdonarmi dei torti ricevuti, in cui rimendico di darmi ciò che è già mio, e in cui stringo tutti i nervi perché penso che non ci sia nessuno che possa farlo per me, che possa fare nulla risparmiandomi un po’ di questa salita. E ogni volta mi accolgo con dolcezza, e mi dico che è stato solo un brutto sogno, che è finito. Ascolto la brezza sulla pelle, respiro, mi apro alla vita all’insù.

Shraddha è l’amore naturale del cuore, è la forza di desiderare quest’altezza, il magnete che ti avvicina al Cielo. Ed è anche la fiducia e l’affidamento. Sono le braccia aperte a tutti i doni della vita. Ero io che mi aspettavo a questo punto per diventare Me, anche quando non lo sapevo. Il punto in cui la mente ha passato il testimone all’anima. Ora tocca a lei fare la strada.

 

 

 

Amore online (alla mia mamma)

Non ti preoccupare, ho mani abbastanza forti per raccogliere le tue lacrime. Un grembo spazioso per farti riposare. Non avere paura, è passata tanta strada da quando mi hai visto camminare. Ti ho già raggiunto di spalle, dopo aver fatto il giro della Terra: tieniti alle mie braccia tese, sono qui per te. Ho le tasche piene di parole che luccicano, da stendere al sole insieme. E poi possiamo fare una torta con i fiori di prato, cucire un nuovo vestito perché presto verrà l’estate. E fare le voci degli animali al telefono, come quando siamo lontane e non sappiamo come dire ti voglio bene.

Oggi eri piccola piccola di là dello schermo, le dita stanche di piegare pensieri, tra le labbra una fessura con gli angoli caduti. (Ma l’abbiamo disturbato il dottore? mi chiedevi). E mentre non sapevi le risposte di un dolore, dall’aiuola saliva il profumo di rose. Il profumo di domenica che passava nelle fessure, quando ero bambina. Sali, facciamo cavalluccio, ti porto sulle spalle nel futuro. Lo sai, ci siamo incontrate in tante vite, e adesso tocca a me sapere dove andare. Vieni qui, mamma, porto io questa valigia pesante. Tu stenditi pure: prova un po’ a dormire.

Sono arrivate le rondini (Fase 2)

Sono ritornate le rondini! Questa mattina all’alba facevano capriole nel pezzo di cielo ritagliato tra i tetti dei palazzi , nostre celle di lusso da oltre due mesi. Sono rimasta  a guardarle per alcuni minuti, incantata come un bambino. Mi guarisce sempre la natura, mi riporta alle leggi eterne, dove posso sciogliere tutti questi numeri che si incastrano all’epidermide di ogni giornata.

I numeri del virus, i numeri delle scadenze, delle date e dei mesi che mancano alla ripresa del lavoro (ma sarò ancora io per allora?). I numeri mi hanno sempre fatto paura, sono precisi ma non eterni. La natura invece parla un linguaggio che comprendo meglio, dove riesco a sentire abbracci, di qualcosa in cui fondermi .

Ogni volta che in questi giorni mi prende un momento teso, una strettoia dell’anima, mi metto in balcone: mi basta anche la pazienza delle primule e delle viole a far sbocciare un nuovo fiore per dimenticare gli affanni, per scioglierli dentro qualche cosa di più grande, che sa cose che non possono annunciare i giornali.

Così mi ritorna una fiducia profonda. La certezza che quello che devo fare ora non è davvero preoccuparmi di questo tempo strano, che si è portato via i programmi certi con cui avrei vissuto un anno sicuro, uguale a tanti altri, da cui fuggire in India o da lasciare fuori da qualche porta di collina, per respirare lontano dalla mia vita.

Il lavoro che mi è richiesto, che è richiesto, credo, ad ognuno di noi, è di guarire un po’ del mondo dentro noi stessi. Usare questo tempo per perdonare chi non abbiamo perdonato, per sciogliere vecchi solchi che manifestano realtà che non hanno passi di futuro, per dare più amore, per avere il tempo di riceverlo.

Per capire con calma chi siamo, e se c’è qualche cosa da cambiare, che poi – di corsa – non sarà più possibile farlo. Per chiamare un amico e dirgli ti voglio bene. Quando scrivo di nuovo queste priorità nella mia agenda smetto di tremare. E so che non voglio ritornare nella vita di prima, non come prima: ma nuova, con una gratitudine perfetta per quello che ho imparato.

Meraviglia rinnovata

Quello che so di certo è che la vita è meravigliosa, anche se a volte la luce è nascosta e bisogna ritrovarla e faticare e avere paura di non farcela, e cadere e pregare forse piangere: sempre dietro la curva buia riappare tutta e riempie di nuovo il cuore.

Basta il canto degli uccellini del mattino, la risata al telefono con un amico, il volo delle nuvole oltre i tetti, quell’unica stella della sera che brilla nel tuo angolo di cielo, per risapere che la gioia è la tua vera natura.

fragile e coraggiosa

Oggi mi sento fragile e coraggiosa. E anche un po’ stanca di essere coraggiosa.

Ogni giorno notizie di quello che questa manata della Storia vuole portare via, persone care, un cane amatissimo, e poi i lavori e i luoghi in cui ti rimanda alla partenza, a rifare tutto daccapo. E la voglia di farti un po’ pena, con tutte le prove, le rocce che hai già spostato fin qui.

Finché arriva un raggio di luce, da un amico che è luce, perché sempre in una vita la luce e il buio si bilanciano.

– Se il tuo percorso verso la libertà prevede questo, di sicuro lo dovrai affrontare.

E’ proprio così, tutto quello che ci riguarda, per fare spazio, per fare luce, è un appuntamento già scritto nella nostra agenda della vita. E non serve a nulla crogiolarsi, lamentarsi. Volersi bene ed abbracciarsi, sì, questo serve.

Però poi bisogna acuire lo sguardo, guardare la vita negli occhi, sapere che non c’è nulla che non sia tuo di quello che impiglia, tra i passi, il cammino: e attraversarlo è l’unico modo per aprire l’orizzonte.

Ogni sfida andrebbe festeggiata, è la promozione ad un livello più alto di consapevolezza.

 

Malattia e/o guarigione

Sì, in questo tempo ci si può ammalare, ma si può anche guarire. Questo mi è sempre più chiaro: ognuno è messo di fronte alla propria prova e alla propria opportunità. Da tutto questo silenzio, da questo stare fermi – da soli – dallo stravolgimento del fare che ci aveva portato via da noi, ne usciremo altri: se ne avremo fatto buon uso, migliori.
 
Per certi versi siamo meno soli ora di quando non lo eravamo. Meno lontani, di quando eravamo vicini. Avvengono delle primavere dei cuori, oltre a quelle dei fiori.
 
Certo, si incontra chi fa strozzinaggio anche di questo mondo che si crepa, con dolore di molti, per partorirne uno nuovo. Personalmente ho deciso di non giudicare, ho capito che non serve a nulla: ormai è evidente che ci pensa la vita a potare e a far germogliare, nel tempo, solo ciò che è vero.
 
Allora mi tengo alle cose belle che questa mareggiata ha già portato a riva, come conchiglie che brillano al sole. Come mattoni da cui ricominciare a costruire.
Ieri le ho raccolte, prese tra le mani, poi ne ho sollevata una alla volta tra le dita, e ne ho assorbito la luce:
 
– l’amica che davanti a una scelta ti dice: scegli ciò che ti rende felice, sarà la cosa giusta
– l’altra che mi fa arrivare una fetta di torta di nocciole dall’ascensore, per non tenere l’affetto a distanza di sicurezza.
– il mazzo di fiori virtuale che oggi mi è arrivato al telefono (e non erano come gli altri: profumavano d’amore, avevano lacrime di rugiada di cui sentivo il bagnato)
– Le volte che in un giorno ci si scambia la parola GRAZIE perché non c’è più nulla di scontato
– il canto che questa mattina saliva alla finestra e faceva festa alla vita.
 
Ogni giorno voglio scrivere un diario delle cose belle che hanno iniziato a splendere, che il buio ha fatto brillare, me le ha fatte trovare. Da queste voglio, poi, ripartire.

La preghiera della gratitudine

In questi giorni strani, ogni tanto si sente qualcuno dire… quando tutto ritornerà alla normalità… quando ripartiremo… Penso che se solo ri-cominceremo, se tutto ritornerà come prima, avremo sprecato una grande opportunità, vanificato il dolore di molti.
 
Quello che mi si fa più chiaro ogni giorno è che, riducendo il numero di interferenze nel nostro stato naturale, lo sguardo interiore si fa più acuto. Si ha di nuovo la possibilità di vedere quante cose semplici e meravigliose, di cui non sentivamo più il sapore, supportino la nostra vita. Quanto, spegnendo il mondo esteriore, si possa accendere quello intimo, dove c’è uno spazio molto più grande di quanto pensassimo per ogni cosa e per ogni situazione.
 
Ieri mi sono ritrovata ad inginocchiarmi in un moto di commozione per i frutti della terra che si offrivano al mio pranzo. Trovo ogni sera, in quell’unica stella e nel sottile sorriso della luna che spuntano dal balcone, l’intero firmamento. Ho ringraziato questa mattina il risveglio che anche oggi mi ha trovato sana, nel mio comodo letto. Ho ringraziato per tutte le voci care, da tutto il mondo, di cui sento più terso l’amore. Ho toccato il terriccio delle mie piccole piante di città come un bosco intero.
 
Dire GRAZIE tante, tante volte al giorno è diventata la mia preghiera, il dialogo con la vita. La guarigione da tutto quello che era ammalato ben prima di tutto questo.
 
Grazie, grazie e ancora grazie.

Non serve a nulla fare confronti con il passato

Tramonto, Assisi

Questa sera, ad un certo punto, mentre frugavo dentro al cielo che imbruniva, mi sono ritrovata a dire: “Però lo scorso anno c’erano le lucciole…”. La casetta di legno in mezzo ai colli è uno dei miei posti preferiti al mondo, e in questa stagione è un trionfo di profumi, colori, luci, che cerco di celebrare ogni anno, da un po’ di anni. Ho lasciato in questo luogo momenti sublimi. Espansioni d’amore e di gratitudine. Fusioni estatiche con la natura. Per questo, quando qualche cosa non va, il mio primo istinto è di venire qui: di ricercare quelle sensazioni di pienezza intoccabile.

Così ho fatto anche questa volta. Ero veramente provata, la città a lungo andare mi sfinisce, mi mette delle lenti che non mi permettono più una visione limpida, che si dirama da un centro che tiene: e tutto diventa caotico e teso. Appena l’auto ha girato nella stradina del bosco, ho cercato di aggrappare gli occhi alle cose che in passato mi hanno guarito e mi hanno fatto levitare l’anima. I cespugli infiammati di giallo delle ginestre, il profumo di fiori nell’aria, l’abbraccio totale dei colli e del cielo, i lunghi tramonti che si estenuano dentro i profili degli alberi. Cioè avrei voluto in un istante ritrovare la modalità aperta e felice che avevo già provato. 

Ma non funziona così, e tutto è diverso quest’anno, come è giusto che sia ogni volta. Lo sono io che ho attraversato nuove esperienze, lo sono le persone che c’erano e ci sono nella mia vita, e le domande e le risposte che mi servono ora ad andare avanti. Ho provato, ad esempio, a ravvivare la voce di una persona cara, che lo scorso anno era parte dell’avventura di bellezza di questo luogo. Ho cercato quella gioia passata, rompendo un silenzio, per l’impazienza di non stare in compagnia del piccolo vuoto che avevano lasciato le sue parole spente. Ma è sgorgata più tristezza che gioia, e il passato non può guarire il presente, tanto meno preparare il futuro.

Ed è proprio l’aggrapparsi alle cose che ci sono state, invece, a non permettere alla vita di scorrere. Di lasciar andare le forme e le presenze che hanno fatto il loro corso nella tua vita, per lasciare il posto a quello che deve arrivare. Dunque è un peccato di sfiducia non voler abitare lo spazio aperto e nuovo che dovrebbe essere ogni istante, e invece rassicurarlo con delle sensazioni già vissute. Ma soprattutto questo è un peccato contro la verità: e ogni volta che preferisci una via facile ad una vera, questa dovrà per forza poi venire alla luce nel dolore, portando via tutto ciò che non ha ragione di stare nella tua vita.

Così, questa sera mi sono ritrovata per un attimo a rimpiangere le mille scintille volanti che lo scorso anno abitavano il cielo bruno. E a rimpiangere anche quella pienezza che ho provato. Poi, però, ho riconsegnato la mia vita in braccia più alte, e ho sentito la forza di questo momento presente, con quello che ha, con quello che non ha più: è la culla perfetta per tutta la bellezza che non ho ancora conosciuto e che di certo mi attende.