Prepararsi al viaggio

Adoro i cieli in movimento, e forse è stato per queste nuvole in corsa, che hanno viaggiato ieri per tutto il pomeriggio, che all’improvviso mi è venuta a galla una chiarezza. Ho sentito, per un istante con convinzione piena, che c’è, dietro e ancora prima del virus e di tutto quello che vediamo in superficie, un grande movimento globale in atto.
Un’onda che ci chiede di farci portare, senza più ripensamenti, dove dobbiamo essere, nel luogo in cui possiamo fiorire e dove ci sono le vere priorità per cui siamo qui. Anzi: due forze agiscono, c’è questa velocità che ci propone di lasciar andare la paura, gli attaccamenti, le scuse, le abitudini, i comfort con cui ci crogioliamo per non diventare noi, e dall’altra parte una terribile immobilità dove si può restare per sempre, per sempre tirando fuori nuove giustificazioni per non diventare noi, incolpando gli altri e le situazioni.
E il nostro compito sarebbe ora soltanto quello di prepararci al viaggio, all’inatteso, a qualcosa che non avevamo ancora pensato, per poi lasciar andare l’ancora e affidarci. In questo tempo richiede quasi più forza, più azione, resistere, restare vecchi, che abbracciare il nuovo
Non significa che dobbiamo spezzare tutto quello che è stata finora la nostra vita, la nostra quotidianità: ma avere ben chiaro cosa sia a servizio di cosa, senza più fare uno scambio di grandezze. Significa anche portare a termine quello che richiede un finale, con i tempi che servono, ma senza identificarsi troppo e avendo precisa la meta, senza farsi neppure troppe domande su come ci si approderà: che dare il nostro Sì è già abbastanza, al resto ci penserà, con meraviglia, l’universo.

Lasciar andare

Radicondoli e le valli senesi

Quest’anno, per come sono andate le cose, non ho fatto nessun programma di vacanze: e ho vissuto con estrema gratitudine il fatto che tardivamente il lavoro sia ripartito e che si sia disteso lungo tutta l’estate. Al solito, oltre tutto, portandomi via dalla città nei luoghi di natura che ho tanto sognato mentre ero chiusa nell’appartamento milanese.

Dal principio mi sono promessa una cosa: di non fare spreco di tutto il dolore globale che c’è stato, e di mantenere l’ordine umano delle priorità che era cresciuto durante il lockdown. Dunque, non si trattava di fare di meno, ma di farlo in modo nuovo e assolutamente entro i limiti della pace interiore. Di fare, anzi, della pace la misura di quanto potevo chiedere a me stessa, soprattutto in termini di identificazione con cose che erano state in modo evidente superate dalla forza della Storia.

In questo modo mi sono messa sotto i piedi varie centinaia di chilometri e negli occhi paesaggi di cui quest’anno più di sempre ho visto la bellezza. Finché sono arrivata qui, in questi colli senesi che sfumano le tinte dell’oro, dell’ocra e di un verde nutrito dalle piogge che sono state abbondanti nei mesi passati. Sono arrivata con il mio solito bagaglio di colori leggeri da indossare senza portare troppo carico, con l’agenda e i punti delle cose da fare per questo festival e da programmare per quelli che ancora mi aspettano.

Invece mi accorgo che il mio corpo non vuole stare a questo programma: mi dice che è agosto, che fa caldo, che non importa se io ho deciso che quest’anno non c’è sosta: lui ora è stanco e vuole comunque riposare. Che ‘mantenere la pace facendo’ è un buon proposito, ma che si può ancora migliorare: che può migliorare la fiducia in quello che la vita porta in ogni momento, e che quello che c’è è sempre quello che si deve seguire e in cui bisogna completamente stare.

A lungo ho parlato della necessità della resa come meta in cui in cui volevo indirizzare il mio cammino. Ma qui si tratta di fare qualcosa di più: di lasciar andare. Di smettere di sorvegliare tutti i tempi insieme, di affidarsi al presente e a quello soltanto, di essere certi che quello che in ogni istante si sta manifestando è il fotogramma di un disegno perfetto che da sé sta preparando il tuo futuro.

Si tratta di ascoltarsi profondamente, di continuare ad essere umani, vivi, reali e insieme osservatori di questa storia incredibile che è la vita, di cui è inutile cercare di anticipare le nuove puntate. Si tratta dunque di sdraiarsi nell’oro di questo paesaggio e di essere completamente qui, che il resto lo stanno tessendo le mani pazienti dell’eterno. 

 

 

 

 

Tutto il silenzio che serve alla Verità

Quando accade qualcosa di diverso da ciò che attendevi, fa molto bene provare a esercitarsi a fare silenzio. Quando tutto in te vorrebbe scattare e rispondere con il piglio di chi conosce quale sarebbe l’ordine giusto delle cose, porta una grande pace stare invece fermi, non fare nulla: lasciare che sia l’immobilità stessa a sottolineare quello che agita lo stato naturale, come una musica stonata che irrompe dentro un paesaggio di beatitudine.

La verità, infatti, ha bisogno di tutta questa calma per venire a galla. Ha bisogno di tempo e di silenzio. E allora magari potrai vedere che non era stata mai veramente toccata da quelle onde che avevano scosso appena la superficie della realtà. E potrai anche ritrovarti a scoprire che la tua risposta veniva dalla stessa superficie, e che un ordine ben più profondo stava cercando di emergere, non appena tu avessi fatto abbastanza spazio, abbastanza silenzio, per lasciarlo passare.

Il bene che siamo stati

Oggi è stata una giornata fantastica. E c’era tutto quel vento che portava addosso l’oro dei colli, il fiato degli alberi, il tepore trattenuto del prato. E poi una pioggia liberatrice che ha fatto scadere tanti cattivi pensieri in agguato in angoli acuti del cuore, angoli da cui potevano sempre saltare fuori e far marcire qualche istante di felicità. E così, da tutto questo movimento, da queste pagine scosse del tempo, sei saltato fuori anche tu.

È incredibile come la memoria alla fine sappia fare giustizia delle ragioni di un incontro. Perciò non sei ritornato con tutti i piccoli colpi con cui alla fine ci siamo fatti a pezzi, che quello era solo un modo come un altro con cui la vita ci diceva che era il momento di proseguire su nuove strade. Sei tornato come ci fossimo incontrati oltre l’effimero della storia che stiamo scrivendo ora, qui.

Come una voce interiore, un’anima che da lontano continua a lampeggiare e a farmi l’occhiolino quando arrivano quei momenti di noi che ci facevano tanto sorridere, e riposare dalla profondità a cui entrambi, e solo a quella, abbiamo fatto voto di fedeltà. Sei ritornato con le tue palpebre perfette, socchiuse verso un centro di luce che anche io ho visto a tratti accendersi sulla tua fronte, e a cui mi sono tenuta per capire la strada che mi stavi indicando.

Avevamo la forma di due vecchi amici che si raccontano le cose come stanno andando. Oltre tutti gli strati tesi dove sono rimaste impigliate le parole che non ci siamo più detti, per non darla vinta all’altro. A me è venuto subito di dirti grazie, ora ho capito. E poi anche: sai che ora saresti proprio contento di me. Di come faccio scorrere libera la vita dal cuore. Sì, saresti contento di come non accetti più nessun rimedio per ciò che mi manca, nulla che sia meno della verità.

Sto imparando anche a riposare, a vedere le fessure di luce che si fanno strada tra le tessere dei pensieri e dei respiri, a fidarmi, a lasciar andare, a farmi portare. A parlare piano e a non voler controllare. E avrei ancora tante altre cosa da dirti, di cui ringraziarti, ma ora toccherebbe a te, al tuo silenzio di parlare. Ma va bene anche così, alla distanza da cui continuiamo a stare vicini.

E se anche fosse solo un’idea mia non importa: so con certezza che non si perde nessun atomo di bene. E se non lo prendi tu il mio che c’è ancora, gli farà tana la terra, lo trasformerà in un fiore.

Una consapevolezza piena di spazio

“Ma sei matta a farti un altro lockdown?”. Comunicavo che finalmente ero riuscita a venire qui, in quello che per me è il paradiso. Appena le regole lo avevano permesso e appena me lo aveva permesso anche il Cielo, che per ognuno di noi ha avuto tempi e trasformazioni su misura in questo periodo. E un’amica ha commentato così, che era una follia infliggermi un altro isolamento.

Questa cosa mi ha fatto riflettere: perché per me questo invece era esattamente l’opposto del lockdown, anche se qui regna il silenzio, anche se devo deciderlo se voglio vedere qualche persona che non siano i gattini semi randagi cresciuti intorno alla casa e le altre creature del bosco, e per il resto sono completamente messa di fronte a me stessa e a tutto quello che mi attraversa.

Quando ero chiusa nell’appartamento a Milano era una solitudine diversa: ero raccolta dentro di me, in qualche modo occupavo poco spazio. Dovevo stare dentro le mura, perché oltre quei confini iniziavano gli spazi degli altri ed erano proibiti. Quindi è stato un esercizio di sintesi, ero l’essenza di me: sedevo dentro stanze soprattutto interiori, e lì me ne sono stata più tranquilla che ho potuto, cercando di crescere fiducia che anche quello fosse un disegno perfetto.

Qui è completamente diverso, qui sono ampia come i colli, come il cielo che arrossa l’orizzonte al tramonto, sono stellata come queste notti terse d’estate. E non sono la materia compressa che ho dovuto essere prima: sono aria, sono il canto dei grilli, il volo luminoso delle lucciole quando scende il buio. Amo l’intimità con il prato, ne uso sempre qualche colore anche quando cucino. Vivo con le porte aperte, a piedi scalzi, passo più volte che posso tra il legno della casa e quello del bosco che sta fuori. Rompo continuamente i confini. E questo per me è la vera fine del lockdown.

Constato che è stato un tempo importante anche quello trascorso in città in modo così strano: non mi capitava da moltissimo tempo di trascorrere così tanti giorni a fare qualcosa di diverso dal mio lavoro, e se ci ripenso è stata la preparazione esatta per quello che sono venuta a fare qui, ora che lavoro di nuovo, ma che non voglio mai più che la mia vita sia quella cosa tesa e con il fiatone che era stata prima.

Così delle volte mi sdraio, resto sdraiata finché sono completamente rilassata, sostenuta dalla terra. E a quel punto vado più dentro e trovo altre contrazioni più profonde da rilassare, resistenze con cui mi ero talmente abituata a convivere da non sentirle praticamente più. E poi ancora più dentro, e spezzo altre parti rigide, le sciolgo. Ascolto un po’ alla volta il mio corpo diventare pieno di spazio: spazio tra i respiri, spazio tra i pensieri, spazio tra le cellule. E dentro questa materia quasi gassosa io ci sono ancora tutta.

Divento una luce che traspare dalle tessere solide che chiamavo me, che si fanno sempre più lontane e che perdono la loro capacità di illudermi di essere la mia vera realtà. Il respiro passa attraverso tutte queste fessure e si fonde con l’aria, con il vento, con il respiro di tutte le altre creature, con il soffice delle nuvole che sbuffano nell’azzurro del cielo. Mi accorgo che più lascio andare più sono supportata da una forza che sostiene tutta la creazione. Più mi appoggio più sono sorretta.

Ecco io qui, ora, sono soprattutto vasta: una consapevolezza piena di spazio. 

Pensieri in un giorno azzurro

PENSIERI

1 – Oggi è stato un giorno con tante gioie che fiorivano senza essere attese. E ho ripensato alle parole di una grande persona che ho intervistato qualche giorno fa, un’icona di arte volta al bene, alla Madre Terra, ai diritti umani. Mi raccontava come la sua vita fatta anche di tanti momenti dolorosi si fosse alla fine sempre retta in piedi grazie alla capacità di entusiasmarsi, di essere felice di piccole cose. Ripensavo allora che le conosco queste gioie, anche la mia si è retta sempre su questa meraviglia, che alla fine vince sempre, su ogni oscurità.

Però poi ho ricordato anche come questi momenti di grazia, queste piccole epifanie, siano stati in passato solo i ciottoli asciutti con cui attraversi un torrente mosso e freddo, su cui hai sempre paura di scivolare, o che temi di non trovare proprio lì dove vorresti appoggiare il piede. Come, insomma, tutto resti così puntiforme e instabile finché non arriva un centro, una sorgente di questa gioia, una direzione per cui attraversare il fiume. E questo centro è quello che alla fine bisogna avere il coraggio di chiamare Dio.

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2 – Poi pensavo anche a quanto avevo atteso questo giorno di mare, di calma, di me. E proprio oggi, invece, il tempo si era messo a fare le bizze, e tutti mi dicevano che era inutile partire. Sono partita lo stesso: l’ho fatto perché ho sentito che alla fine non sarei stata delusa se non avessi trovato il sole, che tutto ciò che mi avesse accolto avrebbe fatto il giorno perfetto per questo breve riposo. E alla fine ho trovato più sole che nuvole.

Ma questo credo sia importante, per le situazioni come per le persone: non aspettarsi nulla, non chiedere che assomiglino a quel che noi pensiamo di loro, perché è da questa libertà che la vita sprigiona la sua meraviglia: se siamo davvero pronti a ricevere i doni unici che contiene ogni incontro e ogni istante.

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3 – E mentre ero lì, stesa in un’ovatta che univa il cielo e il mare, mi sono chiesta quale fosse la ragione di una nuova pace che sento da un po’. Dal cuore è salita questa risposta: dalla gratitudine, forse anche dalla gratitudine venuta a galla dopo i mesi che ci sono stati, dall’incertezza e dall’aver accettato, almeno per un istante, di non avere più sicurezze. La gratitudine, infatti, tiene tutto insieme, fa scorrere la vita in un flusso unito verso la meta.

Mentre ogni volta che ci si lamenta si separa, ogni volta che si giudica, che si analizza si frammenta l’unità. Si esce da questa forza che da sé ti porta a destinazione. E si ridiventa piccoli, solo umani, a fare confronti con quello che accade intorno, a prendere le misure. La pace nasce quando sei disposto a dire Grazie, anche per quello che ancora noi sai, quando credi nel disegno perfetto, divino della vita. Allora sei immensamente più grande di ogni piccolo fastidio, come un moscerino che non può fermare le ali del vento.

Un silenzio pieno di luce

Mi chiedevo da un po’ dove fosse finita tutta la luce di questi giorni, dove la fratellanza con gli alberi, lo stupore delle lucciole, il profumo delle ginestre, le albe clamorose sul profilo dei colli. Dove i tramonti che sigillano d’oro ogni giornata. Come mai non fossero ancora divenuti parole, poesia, rivelazione.

E oggi, mentre ero seduta sul colmo di un grande prato, con il vento che piegava i fiori e portava in giro il profumo dell’erba appena tagliata, ho improvvisamente sentito la presenza viva di questi doni, tanto più incredibili dopo i mesi che ci sono stati: sono tutti divenuti me, hanno ricaricato un luogo di silenzio che comunica direttamente con il creato, senza bisogno di essere pronunciato.

Più tardi, allo specchio, ho visto albe e tramonti dentro il brillare degli occhi, e una primavera lungamente attesa fiorita nel sorriso. Sulla fronte sono impresse le notti di luna, i pensieri hanno il profumo del grano poco prima di farsi maturo. Nelle mani c’è il soffice dei mattini impregnato di rugiada. E sulla pelle la luce che l’aria mescola con il giallo delle ginestre.

Dentro il petto sbocciano incessanti le rose di macchia, e al centro del corpo scorre un raggio di sole. Ci sono arcobaleni appoggiati alle palpebre, e nuvole veloci d’estate impigliate fra i capelli. L’azzurro terso del cielo è dentro la gola, e il canto dei grilli forma anelli alle dita. Dentro le gambe è entrata la forza della grande quercia, e un po’ del viola dei fiordalisi riposa dietro le ginocchia.

Qui, allora, non c’è nulla da raccontare: qui si può solo essere. Far respirare in sé un po’ del respiro del mondo. Chiudere gli occhi e restituire, nel silenzio, al creatore tutto il creato.

 

 

Felicità

Felicità

Stare in mezzo alla natura, immersa nel paesaggio fino a non sentirmene più separata, mi rende totalmente felice. Credo sia per l’aderenza che la natura ha con la verità, e così non sento più nessuno scollamento tra le cose, né il bisogno di pensarle diverse da come sono.

In certi momenti ho una felicità così nitida che mi spavento, e mi sento quasi in colpa, perché non ne faccio nulla, neppure ho voglia di raccontarla a qualcuno. Solo me ne impregno. Faccio dei bagni di felicità tra i papaveri e le spighe di grano, tra il giallo delle ginestre e il vento che porta in giro la luce del tramonto.

Ho pensato che forse, se tentassi di spiegarla, mi direbbero che sono un po’ egoista, che ci sono molte altre cose che potrei fare anziché essere felice, o mille cose per cui potrei rendermi conto che non c’è nessun motivo di esserlo. E forse anche io me lo sarei detto, un tempo.

E invece constato che ora non riesco più a gettare alcuna ombra, e sento che questa è anche l’unica vera cosa che possiamo fare per rendere il mondo più felice: dare innanzi tutto a noi stessi il permesso di esserlo.

da Esercizi d’amore, Ananda Edizioni

Pensieri, presenze, scintille

ATTO 1

Mi chiedevo al risveglio cosa rendesse questo momento il momento pieno che è. E l’ho capito. Capisco infatti quando sono davvero dentro di me, quella che sono veramente, se intorno a me ci sono persone che nel tempo ho chiamato “interlocutori”. Persone con cui posso solo essere, con cui non devo cambiare nulla. Mettere nulla a posto, in posa. Lo capisco dalla libertà con cui ci si incontra. Dalle poche parole necessarie a capirsi. Da come ogni giorno diventi un giorno di crescita. Magari con impegno, ma mai con sforzo e con pesantezza. Riconosco le mie persone da come riesco a riderci insieme. Ad essere leggera senza paura di perdere profondità. E queste persone arrivano quando il patto di verità, di libertà, lo mantengo innanzi tutto con me stessa.

ATTO 2

E questa sera è arrivata anche un’altra chiarezza. Una parola di sintesi per quello che tutto il giorno mi girava dentro. Le persone con cui mi sento a casa, quelle dei miei momenti migliori, di quando mi sento davvero me: sono essenzialmente persone Libere. Persone che nella commedia della vita vedono ed escono dalla parte, spuntano dal sipario e fanno l’occhiolino al cielo.

ATTO 3

E quando invece senti qualcosa di sbagliato con qualcuno, qualcosa che non scorre: è perché effettivamente c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa di non tuo. Non serve neppure stabilire di chi sia la colpa e tanto meno auto processarsi, perché bisogna volere il bene di tutti: serve prenderne atto e capire che non è tutto il mondo sbagliato, e neppure sei un’anima incompresa, sei solo in un angolo non giusto del mondo per te, e quindi forse in un momento di non armonia con te stessa. Va ristabilito allora l’ordine dentro, non fuori. E questo non esclude per nulla di continuare a irradiare bene a tutti, e crescere di più con alcuni.

(nuovi) Ascolti interiori

Se c’è una cosa che mi porterò da questo tempo è un maggiore rispetto per quello che provo, soprattutto quando viene a galla da un luogo interiore naturale, che non dipende dalla mia mente e dalla mia volontà.

Così è accaduto l’altro giorno, quando ho raggiunto il mare per una giornata tersa, dopo quattro mesi di compressione in spazi limitati, dentro regole e circostanze strette della vita. Ho sentito le ali che finalmente trovavano lo spazio per sgranchirsi. Per dispiegarsi. Ho cercato di racchiudere questa felicità quasi infantile in una foto piena di azzurro e l’ho inviata a un amico lontano. Per parlare di lui ad altri di solito lo chiamo “l’amico buono”. In tutto questo periodo l’amico buono, dal lontano in cui si trova, mi è stato un approdo riposante, di pace. Mi dava forza sapere che quel lontano esistesse e che in quel momento stesse vivendo lo stesso che io vivevo qui. Un’amicizia cresciuta sulla solidarietà.

Allora, l’altro giorno l’amico buono ha risposto subito con entusiasmo alla mia foto, e poi mi ha fatto una richiesta che all’improvviso mi ha messo di fronte a una realtà che andava al di là dei pensieri lontani che avevo avuto. E non mi piaceva, metteva le dita sulla mia pelle, oltre alle parti comuni di noi, e con tutta la lontananza mi sembrava invadente dopo questi quattro mesi, così com’erano stati, come glieli avevo raccontati. Ugualmente il mio primo istinto è stato quello di pensare che lui era lì, lontano, e che aspettava una risposta, e che il mio silenzio stesse diventando lunghissimo, che dovevo dargli pace. Cioè l’istinto di mettere davanti l’altro e il suo sentire a quel che io stavo provando. Anche se ogni volta che rileggevo il suo messaggio mi si rinnovava la puntura.

Perché lo facevo? Per lui? O per paura di perdere quell’approdo? In ogni caso non sarebbe verità, infine ho pensato. E non farebbe bene né a me né a lui. Gli lascio la libertà dei suoi pensieri, ma mi prendo la mia di non avere nulla da dire in risposta. Di non essere delusa, ma di non illudere. Di non ostruire i canali dell’amicizia, corrispondendo a delle aspettative nate per qualche ragione che ha a che fare con la sua storia. La libertà di non assomigliare ai suoi disegni. Perché in ogni istante possiamo scegliere se annodare ancora di più il groviglio che ci allontana dalla piena rivelazione, oppure se farne un’opportunità di guarigione, offrendo al mondo il nostro specchio più vero.

E infine, ogni volta che in un incontro guariamo in qualcosa, di certo abbiamo offerto una possibilità di guarigione anche per l’altro. E questo vale la piccola sofferenza di un silenzio. Così ho taciuto.