Il piacere del vuoto (tesori da riscoprire nei giorni del Coronavirus)

Certo che mancano i narcisi! E c’è il pensiero che quest’anno mi sono persa le primule, il momento esatto in cui i germogli diventano fiori, e cammino invece avanti e indietro nei pochi metri quadri domestici in città.
Ma non voglio cedere al pensiero che non ci sia della bellezza in questa sospensione.
 
A Milano siamo alla terza settimana di tempo tutelato. All’inizio c’è stato lo sbigottimento, come una strada che conoscevi bene, ma che all’improvviso portava contro un muro: ogni cosa veniva fermata, senza un intermezzo per potersi abituare. Incredulità e resistenza (e il mio lavoro? come faccio adesso?).
Ma a resistere alle cose per cui non puoi fare niente finisci per farti ancora più male: bisognava cedere, accogliere, farsi morbidi. Credere che c’era una lezione da imparare.
 
E’ nato da questa accoglienza un tempo miracolato: la lucidità che avevi vissuto in un modo impossibile, che avevi bisogno di fermarti. Per fare un cibo nuovo, per leggere un libro non utile al lavoro, per mettere la lavanda ai vestiti dell’inverno. Per smettere di pensare, per lasciare che quello che viveva sommerso dietro le contratture venisse a galla: per guardare le tue paure, per splendere, per salire in spazi più ampi, più alti.
 
Poi ci è stato detto che questo tempo a statuto speciale sarebbe continuato ancora, e ancora e ancora, per tutti in tutto il Paese. Nuovi tremori, e a poco a poco si è riorganizzato un fare sotterraneo. Digitale, impersonale, a distanza di sicurezza. Sono partite anche le catene di Sant’Antonio di rimedi miracolosi, di complottisti, di profeti della tragedia. Assicuratori, corsi a distanza, streaming… Ognuno con la propria merce, e il telefono ha ripreso continuamente a vibrare…
 
Ieri ero uscita a fare provviste, e mi sono ritrovata a correre a casa per il meeting online, per le urgenze virtuali, i messaggi da rispondere… Mi sono fermata e ho visto la trappola: non stiamo imparando la lezione. Non è per stare di più sui social o per trovare nuove via di fuga che ci è stata fatta questa concessione. E non è un tempo per guadagnare materia o like, ma per avanzare con pezzi d’anima.
 
Non so bene perché abbiamo fatto arrabbiare la Natura, quale dei tanti gesti innaturali sia stato quello che ha fatto traboccare il vaso: ma è certo che c’è un’intelligenza in questo sostare. C’è un’opportunità di rivederci, di rivedere il nostro correre folle: verso dove, fino a quando? Qual è il traguardo in cui inizia poi la vita con il tempo per le cose che contano? Sì, una grande opportunità, con tutta la compassione per chi in queste ore sta male.
 
Possiamo imparare di nuovo, come forse generazioni antichissime, a guardare in faccia il vuoto: a non appoggiare l’attenzione su nulla, giusto per ingannarci che abbiamo sempre troppo da fare per essere allo stato naturale. E’ questo, non l’impellenza di quello che in questo momento non c’è più, a farci tremare.
Reimparare a riposare in noi stessi, che non lo sappiamo più fare. Senza nulla, renderlo pienissimo il vuoto: questo è il lavoro per questi giorni particolari.

entrare e uscire con Grazia

Nell’Ananda yoga si dice che come entri ed esci da una posizione sia altrettanto importante della posizione stessa. E come il solito l’insegnamento vale anche fuori dal tappetino. Credo, infatti, che un’esperienza non solo sia importante nel momento in cui è sostanza della tua vita, prima ancora conta la qualità dell’energia con cui l’hai creata, perché se lì hai preso delle scorciatoie o hai nascosto qualcosa sotto il tappeto, prima o poi ti si rivolgerà contro.
E quando comunque verrà il tempo di lasciarla andare, perché una nuova tappa di crescita ti attende, diventa fondamentale come chiudi la porta prima di andartene. Può essere, perché tu comprenda che una strada è terminata, che ci sia anche da affrontare il freddo e il duro di un muro di parole e di gesti che al momento non ti paiono giusti.
Eppure lo stesso devi cercare di muoverti con grazia, fino all’ultimo passo, fino a quando lascerai andare la maniglia della porta. Solo così, se non avrai lasciato neanche lo strascico di un rancore – che lega tanto quanto l’amore che ti aveva portato lì – potrai dire di aver completamente concluso quella lezione della vita ed essere sicura di non doverla più ripetere.

L’Amore e i vetri rotti

Alla fine sono sempre le persone a cui vogliamo bene quelle a cui facciamo più male. Quelle da cui riceviamo più male. E’ come se l’intimità assottigliasse le porte in cui tenevamo in sicurezza i nostri vetri rotti, che finiscono per venire esposti e prima o poi per fare lo sgambetto. Come, anche, se l’altro fosse un prolungamento di noi a cui possiamo rifilare le nostre macerie, sperando in segreto che le smussi, che ce le restituisca meno insidiose. Già risolte.

Quando accade il taglio, per prima cosa c’è l’incredulità: è una parte del nostro stesso essere che ci fa le boccacce e si rivolta contro di noi. Poi c’è la constatazione della prossimità tra l’amore e l’odio, ogni volta che non ci si incontra da piani più alti, dove l’amore sgorga da sorgenti senza più opposti. E c’è anche lo spettacolo triste di vedere quante parti di noi siano ancora feribili e pronte all’assalto. Quanta pazienza richieda una vera crescita.

A questo punto, se è toccato a noi sanguinare, le misure da prendere sono a più piani. Dal punto di vista del corpo e del tempo di vita che stiamo attraversando, vanno prese le decisioni più giuste, senza indugi: costruire un muro che ci separi dal male e che ci consenta di fare il punto vero dell’amore che noi stessi proviamo per noi. Mettere da parte le memorie, gli attaccamenti, lo spavento di non essere amati bene, di sentirci non più amabili.

Dal punto di vista della mente, il cerchio si amplia su quelli che sono i nostri pattern: quali meccanismi e abitudini vengono sollecitati da quel dolore? Forse il poco rispetto di sé, la tendenza persino a  scusarsi del male  che si riceve pur di suturare qualcosa da chiamare amore, la paura dell’abbandono, e la paura tout court in forma di forza nera che fa tremare la nostra luce. Le decisioni dovrebbero dunque interrompere questi circuiti viziosi.

Dal punto di vista dell’anima, infine, abbiamo la possibilità di vedere la scena dall’alto, da lontano. Di comprendere come due anime si siano date appuntamento dall’eternità per trovarsi qui, sulla Terra, e aiutarsi a crescere, cercando di pulirli quei vetri rotti, affinché non abbiano più il bisogno di uscire e di fare male. La possibilità di andare fino al dolore da cui nascono, per stanarlo, fino alla libertà.

A questo livello, allora, possiamo vedere anche le ragioni dell’altro: prendere lo stesso le decisioni di sicurezza, ma continuare a sentire, in terre in cui non si dà più per opposti, l’amore.

è tutto Dio (India 4)

Non puoi prenotare la felicità. Neppure se ti muovi per tempo, prima che salgano troppo i prezzi. Non puoi decidere che dal giorno X al giorno Y, ti prendi una pausa dalla vita variegata tra gioie e dolori, per andartene via ad essere felice. Soprattutto non puoi farlo in India, dove, per quanto tu abbia dettagliato il  programma: quello che accadrà veramente, quello che sarà davvero protagonista del tuo tempo e dei tuoi luoghi interiori, sarà l’imprevisto, il fuori programma, quello che accade in mezzo alle pagine dell’agenda, tra i respiri. Lì c’è quello che sei andato a fare, quello che ti attendeva e che ti aveva chiamato, anche se non lo sapevi. Anche se non è quello che vuoi.

Così ripenso al momento in cui infilavo i bagagli nello shuttle e facevo il viaggio a ritroso dall’aeroporto di Malpensa a casa, con un senso quasi di sbigottimento e di peso nel cuore per alcuni eventi finali, eventi che erano andati decisamente oltre le attese. Non mi rassegnavo che il punto fermo di questo lungo viaggio dovesse essere messo lì. Di non avere possibilità di replica, di scrivere l’happy ending. Pensavo con amarezza a tutto lo sforzo che avevo fatto per organizzare, per ritagliarmi questa libertà e darle energia. Perché non ritornavo a casa con un congedo di luce? L’istinto sarebbe stato quello di riavvolgere il nastro, di riscrivere alcune scene. Di correggerle. Ma non si poteva.

Forse è stato tutto sbagliato? E a partire da dove? Cosa avrei dovuto fare diversamente? Queste domande si sono infilate nel sonno profondo, disteso nel mezzo tra il giorno e la notte, per un jet lag che in fondo continuo a coltivare pur di restare ancora un po lì. Per avere ancora in mano il plot della storia, per comprendere quello che non è stato chiaro, e forse per cercare di strappare al destino qualche possibilità di replica. E so che quando sono così, quando vorrei mendicare la realtà di non essere com’è, devo solo avere pazienza. E che, tanto più sono scesa nel buio, tanto più luminosa arriverà d’un tratto la rivelazione.

Così è stato. Ad un tratto quell’ingombro di memorie che mi ritornava nei sogni ha manifestato la sua potenza. La felicità non inizia al termine delle cose che non ti piacciono: è tutto Dio. Proprio dove ha trovato la libertà di entrare, nei luoghi rimasti morbidi dalle tue linee tese, ti ha parlato. Quello che tu vorresti rimuovere dalla storia è in realtà il tesoro che ti ha consegnato, il messaggio d’amore con cui si è occupato di te. Con cui ti ha indicato i prossimi passi da fare. Quelli da concludere oggi, per il tuo bene. Il suo linguaggio esce da una mappa turistica: è quello della verità. Queste intuizioni mi sono apparse nel cuore.

Poi l’appello della mia anima è continuato. La vita non è nel sentiero dopo che hai spostato le spine: è anche le spine. E la verità non è quella che esprimi quando tieni le mani giunte e ti inchini. Quando sei vestita da buona, e dici le cose che devono essere dette: è quando le cose ti prendono alla sprovvista, quando ti sorprendono con i vestiti della notte, inerme, che si vede a che punto sei, quale sia davvero il tuo livello di bene. La tua fiducia nei piani che si aprono per te. Non c’è un finale migliore di un altro: c’è solo quello che è giusto che sia. E non è detto che sia sempre facile (ma perché non dovrebbe esserci anche dolore in una vita?).

Dunque eccomi qui a fare spazio a quello che pesa nel cuore, a dargli il benvenuto. A festeggiarlo. A farmi di lato perché possa divaricare completamente la sua forbice e portare via quello che non può più essere me. Il male è ancora lì, ma ho deciso di fidarmi, di affidarmi. Di portare pazienza. Di sdraiarmi in questo presente. Di riposare un po’. Le risposte alle domande che oggi non so le riceverò quando sarò in grado di comprenderle.

India 3. Perdersi e (è) trovarsi

Quanti passi bisogna fare lontano da sé, lontano dalle idee e dai confini con cui abbiamo creato un’illusione che si chiama “Io” prima di donarsi completamente alla sconfinatezza della vita! E quante volte, quando pensi di aver raggiunto il traguardo della resa, devi invece ricrederti e accorgerti che stai ancora tenendo tu le redini, che stai controllando persino il modo in cui ti lasci andare. Eppure lo sai: se è questo che ora devi fare, l’universo si muoverà e ti metterà al muro, e spingerà finché non avrai più altra scelta: e allora dovrai davvero abbandonarti, farti portare. E’ stato così che mi sono completamente persa, ovvero che sono arrivata esattamente ad essere completamente dove sono in questo momento.

Sono dentro il caldo di questa domenica mattina, in una camera, in un piccolo villaggio di mare del distretto di Kannur, in Kerala. Sono nelle storie di una  famiglia che mi ha aperto la porta di casa, nelle parole di una lingua che non comprendo e che si parla intorno a me, e dove ci sono cose che mi accadono. Sono stata anche la figura stesa in un letto di un ospedale di questo angolo del mondo che è ora quello in cui appoggio i passi delle mie giornate. Sono stata sotto le dita sottili delle infermiere che spingevano piano l’ago e l’ovatta sulla mia pelle, e anche in una notte che mi copriva con un manto di canti, di tepore umido e di piccoli insetti che potevo portare nel sonno solo smettendo di resistere e accogliendo semplicemente quello che c’era di vero in ogni momento vivo.

Così ho scoperto questo: fuori dai nostri programmi, dai nostri bordi rigidi, abbiamo anime molto flessibili a prendere tutte le forme delle esperienze che ci attendono. Avevo avuto altre occasioni per arrendermi in questo viaggio, e credevo di averlo fatto e non era ancora vero. E’ servito un piccolo incidente, un gioco che mi ha lasciato dei segni su una gamba da parte di uno dei tanti cani che si aggirano in queste spiagge, perché io amo i cani e non ho paura. L’idea improvvisa, poi, di far vedere questi segni che si gonfiavano a un dottore, per trovarmi immediatamente stesa su una brandina del pronto soccorso, in attesa del responso alle reazioni dell’antirabbica, come misura di sicurezza raccomandata: dall’altra parte il rischio di  morire. E per trovarmi in mezzo a tanti corpi feriti, lenzuola lise, macchiate e a un bagno di umanità e di medici e infermieri che si muovevano per non far cadere nessuno troppo nel buio.

Ho visto in ore calde e lente in quella stanza, come amore e paura siano uguali in tutto il mondo, e come l’uno e l’altra siano cose che uniscono e che rendono evidente quanto poco sia quella forma di noi che tanto difendiamo. E questo a volte si vede più chiaro da un luogo scuro. Si riesce infatti così a comprendere la resistenza che opponiamo al flusso della natura, alla fiducia nei suoi piani. Perché lo so: anche questo incidente è perfetto e dovrò presto ringraziarlo. Ringraziare come ho dovuto farmi corpo passivo, pronto a obbedire fino al più piccolo gesto, senza più opinare, senza più analizzare. Come ho dovuto crescere la fiducia e mettermi in altre mani, e come dovrò ancora farlo. Perché dalla casa di un caro amico il viaggio procederà in luoghi divini, ma dovrà essere con tappe in tanti altri ospedali per completare il trattamento. E dovrò ancora farmi guidare, tacere in una lingua che non conosco, accettare di perdermi per trovarmi.

Finché avrò completamente detto di sì a quello che vuole essere. Finché avrò imparato ad ascoltare la vita in me, ad amarmi. Ad amare l’amore e la vita in tutti, in ogni momento com’è. 

 

 

 

 

India 2. Esercizi di presenza

  1. Quando la sostanza tiepida e densa inizia a colare sugli occhi, qualcosa intorno a questa pelle delicatissima vorrebbe resistere. Vorrebbe respingerla. E ci vuole un piccolo moto interno della volontà per invertire la direzione del sentire, per trasformarla in calma e in accoglienza. E allora sorge quasi un piacere sottile mentre il ghee, il burro chiarificato che viene utilizzato per la tecnica ayurvedica di purificazione degli occhi chiamata Tarpana,  inizia a penetrare nei piccoli capillari della pupilla e intorno al globo oculare. Quando la medicazione è finita, mi vengono ricoperti gli occhi con dei fiori bianchi, tenuti fermi da una garza leggera. Devo poi restare stesa dentro una stanza in penombra per un’ora, lasciando che il rimedio penetri ancora, mi porti l’aroma dolce dentro alla gola e al naso, si stenda dietro la fronte. E io sono tutta lì, in questa piccola inondazione dello sguardo.
  2. Stesa sul mio tappeto di yoga, mentre il maestro ci guida in un lungo, lento rilassamento al levar del sole, mi accorgo che ci sono sempre nuove piccole parti chiuse che si possono aprire. Che, oltre quello che finora ho chiamato “rilassamento”, esiste una dimensione nuova, che mi porta fino alle soglie in cui il corpo non è più materia. Mentre intorno si sveglia la vita, e sento la luce appoggiarsi piano sulla pelle e sopra ogni cosa, ascolto tutti i piccoli punti di contatto del mio corpo sul terreno, cerco di essere completamente dalla loro parte, di non scappare neppure con un pensiero. Procedo, e rompo quegli spazi nelle porzioni che li compongono, fatte di cellule e respiro, e cerco ancora di lasciar andare, di non resistere, di non controllare. Di divenire pura esistenza, la pura energia che c’è oltre la carne. Allora l’alba sorge, luminosa e immensa, anche da dentro di me.
  3. Quando intingo i piedi nelle  onde di questo mare tropicale, cerco di sentire ad uno ad uno i granelli di sabbia che si sfogliano sotto le mie piante. E di sentire le cellule che sentono, i canali con il sangue dentro che si ritirano per il piccolo brivido. Quando tocco con le dita la materia carnosa delle piante di questa terra, tenendo bene a contatto la mia e la loro pelle, attendo il momento in cui la mia vita incontra la loro, si riunisce in un’unica vita. Quando sto di fronte a un essere vivente umano, poi, cerco davvero di esserci con tutto il cuore, di fare domande di cui sono realmente curiosa, di ascoltare la risposta e insieme il battito del cuore da cui le parole nascono, e di riceverle io stessa con il cuore. E allora sento che così si può davvero essere con un altro, e sentire che non c’è nessun “altro”. Che tutto è Uno. Che le gioie e i dolori di ognuno appartengono a tutti.

Quello che comprendo è che solo in questi istanti di vera e piena presenza noi viviamo. Negli altri esistiamo.

INDIA 1. Surrender (again and in progress)

Kerala, flessibilità

Sono qui, di nuovo a scrivere questa parola, una parola scritta molte volte: Resa. Abbandono. Affidamento totale. E mi sembra di farlo questa volta al di là di un muro di sicurezza che finora non avevo neppure mai visto, quindi dentro uno spazio che non avevo neppure mai immaginato.

È successo intanto che sono arrivata in Kerala, in un piccolo ashram di yoga e ayurveda, lo stesso in cui ero venuta ad “arrendermi” lo scorso anno. Ma non lo avevo fatto abbastanza. E comprendo sempre meglio come non ci sia azione, neppure la più piccola, che, se non conclusa, vada portata a termine.

Lo scorso anno ero arrivata tesa e stanca, e volevo disintossicarmi della tensione e della stanchezza: sapevo bene cosa cercavo e cosa mi serviva, e lo avevo raccontato pure al medico, venendo sgridata. Quest’anno sono arrivata tesa e stanca, e voglio disintossicarmi della stanchezza e della tensione. Ma non so più cosa mi serva. Mi arrendo.

Ho capito intanto che non è la mia vita che devo cambiare: devo cambiare me. Che non sono qui per scappare dagli impegni, ma per impegnarmi in maniera diversa. Anzi ho capito anche che, valicata la metà della vita, impegnarmi in modo migliore è doveroso, ovvero lo è restituire in opere i doni ricevuti. Ma per questo bisogna creare in sé uno spazio di resa: non lo si può fare con le proprie forze.

Così sono stata letteralmente fermata dai medici e dai terapisti dentro una camera ariosa, che si apre su un piccolo giardino affacciato su un palmeto che degrada nell’Oceano Indiano: “L’aria e la luce non fanno bene durante le terapie. E poi hai bisogno di dormire”. Non avevo mai passato tanto tempo dentro una camera continuativamente, non avevo mai dormito così tanto, guidata dalle terapie: ma lo sto facendo, mi sono arresa.

In realtà non avevo un’altra idea di come dovessero essere le cose, e mi sorprendo ogni giorno ad accogliere le cose come vogliono essere. Ho deciso di tenere per guida un solo pensiero, mentre cerco di disboscare la mente da tutto il ruminare che mi ha esausto: tutto quello che arriva da sé è perfetto. Ed è incredibile come, a seguito di ciò io veda davvero sempre il lato migliore di ogni cosa.

Succede lo stesso anche con gli esseri umani, i compagni con cui faccio questo percorso di guarigione. Quando sono arrivata, mi sarebbe bastata una sola parola di troppo per traboccare, e non avevo più pazienza e ascolto vero per nessuno. Quindi delimitavo, giudicavo, facevo gare di velocità, per potermi ritirare.

Ora, da quando dalle crepe della tensione sta venendo a galla una nuova vita di luce, che – lo so – è la vera vita, vedo la stessa luminosità anche dentro ognuno e ogni cosa: tutto è fatto di questa stessa sostanza divina. E provo così tante curiosità e tanta gratitudine per le esperienze degli altri, per i modi in cui le sentono nel cuore e le raccontano. Sento un istinto così forte di aiutare e di farmi aiutare.

Questa materia fatta luce è proprio lo spazio nuovo a cui mi ha portato questo non resistere più a nessuna cosa, ad accogliere le cose che invio nel mondo, dopo aver fatto la mia parte, nel modo in cui vogliono fiorire e ritornare. E nel mezzo io sono totalmente vuota e cava: e mi faccio attraversare dalla vita. Questo: non conosco più i finali della mia storia, ma sono felice di vivere intanto tutte le scene del cammino.

Sì, così sono più felice.

 

 

 

 

Cenoni

Oltre quel che mettiamo nel piatto, è molto importante anche quel che serviamo alla mente (e al cuore). Con quali discorsi accompagniamo i bocconi, se partono da pensieri anche loro in festa, o magari fanno la guerra e distruggono. Se sono il party del giudizio e del lamento, o battono la strada ai sogni e riservano silenzi per ascoltare davvero. Sono importanti poi le parole della nostra dieta quotidiana, quelle con cui nutriamo i nostri progetti: se anche loro stanno progettando con noi o ci stanno invece sabotando e affermano il contrario di quel che vorremmo fare.

E sono fondamentali le frasi con cui parliamo di noi e a noi stessi: perché così scegliamo quali parti mettere in luce e creiamo i solchi su cui inevitabilmente correrà la nostra vita e il nostro umore. Se prediligiamo le parole stese che dicono tutto quello che non va, tutto quello che in noi congiura per fare passi indietro nella notte, o se selezioniamo tutto quello vuole aprire spazio al meglio.

È come fare ginnastica: si tonificano solo i muscoli che alleniamo. Tutto quello che duole ci sarà ancora e non è questione di non dare ad ogni cosa la giusta attenzione: si tratta di scegliere la direzione e con pazienza trasformare, illuminare, comprendere, attraversare. Non ci si accorge quanto si determina la propria vita parlando, perché si fanno pochi passi ogni giorno, ma dopo anni ci si trova lontani nell’orizzonte che si è coltivato, qualsiasi esso sia. E se è quello che ci fa stare bene e dove sono richieste le parti migliori di noi, c’è pure il rischio di essere felici.

Viaggio al termine della notte, fino alla luce

La notte aveva fatto di tutto per trattenermi. Si era attaccata ai pensieri, al corpo stanco e teso, si era mascherata con tanti piccoli incidenti che avrebbero dovuto spezzarmi la volontà. A un certo punto aveva preso la voce anche dei miei peggiori dolori. Stavo per diventare la notte. Ma una parte di me era ancora in grado di osservarla, di non crederle e di non cedere. Questa parte mi ha fatto spingere tutte le valigie dentro la macchina, chiudere la portiera e partire. Era tardi, molto più tardi di ogni programma, ma sentivo che questo giorno pieno di senso, con dentro la magia del solstizio d’inverno, era il giorno giusto per il passaggio.

La pioggia batteva forte sui vetri, si vedeva poco, le luci delle auto cadevano sulla strada bagnata e mi rimbalzavano dentro agli occhi. Nella mente arrivavano brandelli di discorsi che si intrattenevano dentro la mia mente: la spesa imprevista per la riparazione dell’auto, le parole di quella voce che aveva saputo colpire l’unico punto di me che non avevo riparato dai colpi, i messaggi nel computer che forse avevano avuto risposte troppo affrettate, alcuni lavori da cui non avevo avuto più notizie, persino alcune persone che mi sembrava non avessero avuto un comportamento chiaro.

Un revival di vecchi spaventi, abbandoni, difficoltà che si preparava ad invadermi gli spazi interiori. Ma intanto la pioggia si era ritirata dentro grossi ammassi di vapore che sbattevano contro il muso della macchina, e li potevo attraversare, vederne i contorni e la fine. Non era qualcosa che stava accadendo solo fuori, mi sono ripetuta: “è qualcosa che sta accadendo dentro di te“. Ho provato ad ascoltare ancora quel frastuono di pensieri, ma come se fossero i pensieri di un altro. Toccandone le forme, sentendone i confini. Decisamente io non ero quella nebbia. Per non darle la forza di diventare la mia realtà, avrei dovuto dirlo a voce molto alta, definitivamente.

Io non sono questa nebbia. E questo non è quello che voglio e quello che mi fa bene!“. Ho gridato ancora. La notte, che prende sempre i volti esatti di quello che ci può intrappolare, mi è parso che si spaventasse, che si ritirasse un po’. E allora l’ho detto ancora, con responsabilità, forse con una nuova maturità: “So qual è la strada dove devo andare, dove risorge la luce, e non importa cosa devo lasciar andare: io voglio dirigermi lì“. Nella mente apparivano volti, situazioni, dolci memorie che mi volevano tirare nella direzione opposta, ma ormai la pioggia era cessata, fuori e dentro.

Dal vetro del parabrezza entravano gli ultimi bagliori di un tramonto, una fessura di luce schiacciata sotto l’umido di un cielo che aveva pianto tutte le sue lacrime, e ora era pronto a sfumare in un blu cobalto, interrotto dai fori luminosi delle stelle. Il petto si era fatto più lieve, e sentivo che c’era determinazione sufficiente ormai a non ritornare più indietro. Riemergevano i volti e le parole, i peggiori pensieri, ma potevo sostenerne lo sguardo, e continuare verso  quella speranza chiara. Ero pronta ad offrirmi completamente a quella luce. Il tempo dato all’illusione era rimasto a terra. Lo avrei maledetto come un pezzo incredibilmente lungo della mia vita che avevo sprecato, se non fosse stato il tempo necessario per trovarmi ora lì, pronta ad uscire dall’oscurità.  

 

Avanzamenti d’amore

Onde e lasciti

Ho messo su quella canzone per piangere, sennò non ci riuscivo. Ricordi? È la canzone del giorno in cui ero tornata dall’ospedale, con una piccola appendice di carne in meno. In quell’agglomerato di cellule che era stato prelevato dal mio ventre io avevo visto il precipitato di un antico dolore. Un antico abbandono. Aveva preso quella forma dentro di me, ma non ne avevo più bisogno. Ero guarita ed era tempo di alleggerirsi. E se ora devo pensare a cosa hai portato alla mia vita, ritorno subito indietro a quel giorno. A quell’ingombro che se ne andava dal corpo, a quell’abbandono che se ne andava dall’anima.

Piango, ma non sono davvero triste, sento che questo addio che abbiamo appena celebrato non è un addio. E non importa neppure se ci vedremo ancora oppure no. Sento che quello che è successo oggi, quel saluto che non lasciava un seguito, che non aveva facce ridenti che indicavano il mattino, era la cosa giusta, la cosa più vicina alla verità. Andare avanti per noi oggi, amarci di più, significa lasciarci andare. Lasciarti andare. Perché c’è qualcosa della tua vita che ancora non hai trovato, e il rumore delle parole e delle attese di qualcuno vicino fanno buio alla strada in cui lo stai cercando. Serve il completo silenzio, la luce che dal silenzio si sprigiona.

E questo sentirmi libera di fare il tifo perché la tua esistenza si compia, senza rivendicare proprietà, senza premere il dito sulla nostalgia delle cose che abbiamo fatto e pensato insieme, dei momenti in cui siamo scoppiati a ridere per nulla e delle parole speciali con cui ci capivamo, credo sia il segno di quanto abbia fatto bene il tuo passaggio nella mia vita. Quanto tu abbia mantenuto quello che avevi promesso: insegnarmi a riposare, liberarmi i canali del cuore, dove si impigliavano l’ansia, la paura di essere ferita, di essere abbandonata ancora.

Io non sono stata altrettanto brava con le mie promesse, temo. E questa è l’unica cosa che ora mi fa male. Gli altri dolori, quell’immagine che ritorna dello spazio esatto tra la palpebra e il sopracciglio mentre dormi, il tuo sorriso di profilo mentre fingo di dormire io: quelli sono dolori da poco, che ho superato tante volte e lo farò ancora. Ma io avevo fatto tra me e me la promessa che ti avrei salvato, che ti avrei fatto rientrare dentro la vita a cui parevi arreso. Ho creduto di fare tante cose per farti del bene, invece forse le facevo per fare del bene a me, per farti diventare come credevo dovessi essere.

Tu lavoravi sulle mie ferite e le mie ferite invece lavoravano per farti diventare come me. Questo non lo capivo allora, lo realizzo, all’improvviso, solo ora, mentre sei un colore che si stinge all’orizzonte. Ho fatto davvero tutto con il cuore, ma con un cuore ancora ingombrato e pesante. E se anche tu oggi stessi pensando queste cose, spero mi possa perdonare. Ora, mentre stai ritornando indietro, esattamente nel punto in cui ti avevo trovato, dove finiva la tua strada ed iniziava la mia. Dove ti eri perso. In quello stesso punto tornerò anch’io ogni mattino con una preghiera, per chiedere protezione, per chiedere verità ai passi che per te verranno.

O forse non è vero, e proprio questo addio è il successo del mio passaggio nella tua vita: la consapevolezza che hai un cammino da fare, e non per forza con me. Allora quello di oggi non è un addio. Oggi non si celebra un allontanamento: si celebra una doppia guarigione. La mia e la tua. Un più alto colore dell’amore.