Prove di futuro

Oggi ho ritrovato un appunto scritto qualche mese fa: conteneva un proposito che ora sarebbe tempo di mantenere. Ricordo perfettamente lo stato d’animo con cui lo scrivevo: avevo sbattuto alquanto le ali, orizzonti infiniti di libertà erano dentro gli occhi, e nel cuore, ero certa, l’autunno non avrebbe mai più portato paura e indolenza.

Quando l’ho letto invece mi sono spaventata, mi è sembrata una cosa così matta, che mi sono chiesta come avessi mai potuto anche solo pensarla. Poi ho cercato piano piano di pulire il tempo e la terra che avevano coperto quella me spavalda e sono indietreggiata fino al quella soglia luminosa piena di possibilità, in cui lo sguardo pareva lunghissimo ed era così chiaro ciò che era bene fare e ciò che era bene non fare più.

Ora, non ha importanza chi in me vincerà, quello che ho veramente di nuovo imparato è che c’è dentro di noi, e appare in alcuni istanti splendente come una giornata felice, ciò che potremmo e dovremmo fare, e quello che allontana da questa perfezione è la paura di uscire dal disegno delle cose che già conosciamo, che ci hanno detto che è giusto fare.

Così, dopo ogni vero istante di libertà, cioè in cui abbiamo incontrato davvero chi siamo, ci illudiamo che solo per un breve tempo ritorniamo ad un buonsenso del fare, giusto quel che serve per non far accorgere il mondo. Invece, appena appoggiamo i pensieri di nuovo a questa catena di rassicurazioni, dove ad ogni cosa finita segue una nuova cosa da fare e poi ancora un’altra ragione per farne ancora un’altra, da qui non ci spostiamo più.

E così si procede in giorni di un tempo provvisorio, di cui annunciamo ogni tanto la fine, che dura per tutta la vita. Perciò voglio provare a sgranchire di nuovo le ali, lo ricordo bene: c’è tanto cielo da respirare fuori dai piccoli pensieri.

Pratiche di realtà per l’anima

Da un po’ mi capita di cercare per tutto il giorno qualcosa che mi assomigli. Il rientro a Milano è stato come un oblio di tutto quello che mi pareva chiaro e al sole, nei mesi in cui ho dissetato l’anima sotto la grande quercia. Come una brava scolaretta, mi sono rimessa nell’imperativo del fare, del fare presto e bene, del fare tanto. Mi sono rimessa addosso la mia casetta piena di legno e di bianco, come un elmetto per proteggermi da tutto quello che fuori fa troppo rumore, e dai pensieri affollati che sbattono dalle stanze vicine ed entrano nel sonno, spezzandolo.

Lo so, non sono mai stata completamente della misura della realtà. Posso mandare avanti il mio ologramma, rispondere a modo, apparire ai riti dove bisogna esserci, dare un contributo al mondo che ci vuole attivi e consumatori, ma solo con la gola tesa e la faccia stravolta, con il sorriso naturale sepolto dietro l’affanno. Ho imparato nel tempo anche a non farlo più vedere, a non esporre questa vulnerabilità, a non darla in pasto a chi non sa i tramonti che ho dentro i polmoni, e i sogni che ho condiviso con il vento. Che le mie battaglie le ho vinte a piedi scalzi sul prato.

Ospite camuffata di questa era tecnica, uso spesso tutta la forza solo per respirare. La mia pratica spirituale a volte è venire a galla dalla notte. E riuscire comunque a impastare il pane. A mettere le gocce di lavanda sui panni asciutti, per farli profumare di pace. La mia pratica spirituale è trovare dentro tutto questo dire e fare un angolo di silenzio, uno spazio dimenticato dalla mente dove possano cadere tranquille le foglie dell’autunno. Dove la pioggia possa scrosciare come una cosa giusta, da guardare dalla finestra, da scrivere con le dita sulla condensa dei vetri.

La mia pratica spirituale sono le gocce di sudore sulle guance quando mi sento sola in tutto questo andare, è vedere spuntare la luce del giorno ogni mattino, posare gli occhi su meraviglie che non avevo mai sperato. Sedermi al mio centro e godermi anche queste scene del film della vita, sapere che passeranno, come passa tutto: è sussurrarmi, quando mi vedo camminare lontano, che la luce c’è, e ritorna, ritorna sempre.

Before the beginning

Nearby is the land they call life,
you will know it by its intensity.
Rainer Maria Rilke

Qualche volta si conosce già il finale delle cose che iniziano, eppure bisogna pazientare che la vita faccia tutti i suoi passi, e che chi deve essere informato lo sia, che sta per iniziare il viaggio. In certi istanti numinosi si apre una luce dentro la vita, è come se tutto venisse elevato e reso chiaro, tutti i nodi e le cose  che impigliano rivelassero improvvisa piccolezza davanti allo sguardo fatto potente.

Mi prende una così grande fame di poesia certi giorni: è il luogo in cui trovo sempre riparo, quando non so più dove sia casa, quando cerco una famiglia tirando solo i fili del cuore. Mi sembra così strano di essermi fatta dare a lungo scacco dalle cose meccaniche dell’esistere, dai numeri e da tutte quelle catene che rendono stretto il respiro. Mi sono incontrata oggi per la prima volta.

Oltre le parole dette un giorno da persone a caso, per caso entrate nella mia vita, per disegni beffardi del destino. Parole a cui ho creduto, che ho fatto diventare pensieri e poi realtà e verdetti da cui non riuscivo più ad uscire. Si sono spezzati gli incantesimi, mi sono trovata fuori da tante prigioni, ho visto le cose grandi che non ho ancora fatto. Ho iniziato a piegare quello che serve per il resto della mia vita.

Ho salutato la straniera che guardava allo specchio, un volto di me rimasto ghiacciato in vecchie fotografie, con il sorriso teso e la paura di non bastare, la paura di parole pesanti che non capivo. Di là del telefono cercano ancora di trattenermi con le solite scuse. Preparo piano le valigie, metto insieme bellezza e terrore: ho accolto tutto di me, mi prendo per mano, attraverso la notte che resta. Se la luce  non è un abbaglio, è l’inizio di un giorno nuovo.

Domande/Risposte

Ci sono domande alle quali non bisogna aggiungere sforzo per trovare risposte, e neppure porle a coloro che crediamo che le abbiano già trovate: alcune domande richiedono solo di fare qualche passo indietro, verso il silenzio. Di arretrare finché le vediamo scritte a caratteri piccoli, lettere leggere mosse dal vento, che non pesano più sulla giornata. Da quella distanza soltanto comprendi che non le stai facendo a te stessa, ma alla vita, e che se non preferisci nessuna risposta, sarà bella e giusta quella che farà maturare il tempo, mentre vivi.

Il dono del tempo

tempo-natura
Tempo nella natura

Può capitare che un giorno si inceppi, e all’improvviso due ore del tuo tempo escono dalla gran cavalcata e divengono un buon punto di osservazione sul pomeriggio. Ne approfitti per rispondere finalmente con presenza a qualche messaggio rimasto lì da un po’, a qualche mail che non eri ancora riuscita a leggere. In risposta: “Grazie, scusami non mi è possibile ora scriverti di più”. “Sono sotto pressione, in questo periodo non riesco a leggere oltre alla terza riga”. Ti spaventi: queste parole le hai dette anche tu, tante e tante volte.

Ma cosa ne abbiamo fatto del tempo? Dov’è sparito, chi se li prende i nostri minuti, le nostre ore? Ed è un tempo realmente pieno, o un tempo riempito perché non riusciamo più a scendere dalla sella di questo galoppo? Pazienza, mi sono detta. E mi sono messa a fare con una calma di cui non ricordavo il sapore delle cose piccole, in casa. Delle bustine con la lavanda sgranata sui colli umbri per gli amici, una torta di mele che inaugurava il formo nuovo di qualche mese rimasto finora inutilizzato, riordinare dei cassetti in cui non sapevo neppure più bene cosa si fosse accumulato.

Ed è stato un gran bel pomeriggio. Anzi, ho avuto il tempo di pensare che i momenti più belli, ultimamente, sono state proprio queste frazioni di giornata in cui sono riuscita ad essere completamente in qualche cosa, o per qualcuno. Come la sera in cui, sull’uscita di un evento, ho incontrato un conoscente che sta attraversando un grande dolore, e anziché seguire l’orologio, ho ascoltato il suo silenzio, gli ho messo vicino il mio. E quando ai saluti mi ha appoggiato la mano sulla spalla e mi ha stampato la sua forza di essere umano ritornato a galla per un istante, ho sentito il mio giorno allungarsi di diverse ore. Sono ritornata a casa molto piano. Parlando con calma. Facendo una cosa alla volta.

E’ stato in quel momento che ho deciso ancora una volta di occuparmi di quello che la vita mi mette davanti, di finirla con l’ansia per le cose che non sono ancora. Di non vivere con l’agenda davanti ma con la presenza in quello che c’è, in ogni istante. Di fare le cose che mi è possibile, ma in quelle esserci del tutto. Ed essere anche pronta a cambiare programma se arriva qualche cosa di più vero di quello che avevo immaginato solo con i pensieri. E la cosa buffa è che il tempo ora non mi manca più, ed è come se si dilatasse e si placasse dentro ogni cosa.

Per Natale dovremmo cercare di non chiedere altre cose che si accumulano nel nostro fiatone: dovremmo chiedere del tempo per capire quello che già abbiamo, ed esserne pienamente grati.

 

Lasciar andare le foglie

I colli di Assisi, all’inizio dell’autunno

Di nuovo sui colli. Sono venuta qui a cambiare stagione; qui, dove si è davvero immersi nella sostanza della vita, e anche nel suo camminare e trasformarsi incessantemente. Così, mi trovo ancora a prendere lezioni di naturalezza dalla Natura, che in pochi giorni, sfidata da  tempeste di pioggia e di vento, si prepara a lasciar andare il suo abito estivo.

Ci sono stati giorni intensi per il cuore, attraversati da tanti colori dell’amore, del dolore, e anche da una nuova capacità di vedere l’uno e l’altro mentre scorrono dentro i canali interiori. Di vedere anche i pensieri che li avvolgono e in cui si rischia sempre di cadere e di non lasciar stare le cose come sono realmente, di mettere a loro addosso i nostri umori.

Sarebbe come se oggi gli alberi entrassero in un labirinto di dubbi: se sia meglio lasciar andare le foglie oppure no, se avessero paura di farsi del male. O avessero timore che quest’anno non arrivi la primavera a rivestirli di vita nuova, quella giusta che attende di sbocciare. Come se l’erba si mettesse a frignare, che quest’anno non se la sente di seccare.

Invece qui, in mezzo a questa immensità in cui l’uomo è ospite di un disegno più grande, regna la legge dell’universo, e nulla pensa di poterla non osservare. E anche noi, nella nostra parabola in cui siamo visibili dentro un corpo, e poi non lo saremo più, siamo sottoposti alla stessa giustizia tersa, alla guida di una Coscienza più alta, che sa cosa dobbiamo fare.

E tutto questo mi serve in questi tempi, in cui ho visto persone lasciare la vita come andassero in un’altra stanza, senza però tornare. Ma anche rendendo più facile comprendere il sottile del tulle che le divide, e quanto l’avere consistenza solida non sia un differenziale della vita. E ho visto persone rimanere, con il cuore rotto da chi se n’è andato, che cercano di aprire lo sguardo a quella luce in cui ancora tutto vive.

E ho abbracciato persone che non riesco io stessa ad immaginare di lasciar andare, che sento sempre uguali dentro la forma scolpita dal tempo. Ho creduto forse in quell’abbraccio di poter trattenere tra le dita lembi di memoria, di amore e di presenza, per quando non sarà più possibile toccarsi con le mani. Abbracciarsi con i battiti dei cuori che si uniscono dietro il caldo della pelle.

Poi, sono arrivata qui e ho respirato, e ho sentito tutta la presenza del Tutto. Ho sentito che quello che ci renderà sempre vicini, quello che si vede e quello che non si vede più, la linfa degli alberi e il fluido dei cuori, il verde dell’erba e il bruno degli occhi di una madre che scompare da una vita vicina, le lacrime di un’amica e la prima brina, è la sostanza che tutti ci sostanzia: l’Amore.

 

 

 

Nuove lettere al Cielo

lettera al cielo

Sono ancora qui, accucciata all’angolo di questa giornata un po’ fredda di dicembre. Qui, a scriverti, con le spalle cariche di un altro anno che sta per finire. Rivedo scorrere tutte le sorprese che sono arrivate negli ultimi mesi. Momenti preziosi in cui ho pensato che la vita fosse davvero iniziata. In cui sono stata così contenta di porgerti sui palmi delle mani qualcosa che sapeva di me.

Era come se mi sentissi sempre un po’ mancante, come se non potessi sollevare completamente gli occhi fino al cielo, ancora stavo perdendo molto tempo solo a vivere. Troppo occupata a preoccuparmi. Invece poi ero finalmente riuscita a stringermi ancora di più dentro i giorni, a spremere, in fondo alle corse che non ho mai smesso di fare da un lato all’altro della vita, un po’ della mia sostanza vitale. Per offrirtela.

Quanto sono stata presuntuosa! Come ho potuto pensare di fare ancora tutto da sola, come ho potuto pensare che tu attendessi davvero questo sfinimento da me? Per questo il fiore è sbocciato, ma lo stelo si è piegato sotto il peso di una grande stanchezza. Vedi, faccio sempre lo stesso errore: credo di poter essere amata solo se sono brava, se faccio le cose per bene.

Non penso mai che mi si ami così come sono, che io possa chiedere aiuto, una spalla in cui riposare. Che mi si faccia un regalo, senza essermelo guadagnato. Sto chiusa dentro la mia corazza di tensione, dove proteggo la vita sensibile che avviene dentro: ho paura e non lo dico, finisco le forze e non riposo, a volte piango e non mi faccio vedere.

Non è paura di essere fragile: è un incurabile difetto di fiducia, per cui non credo mai che qualcuno possa prendersi un po’ di questo carico quando eccede, aiutarmi a sollevarlo, accompagnarmi i primi passi che servono a proseguire. Riesco solo a raggomitolarmi tra me e me, resistere, attendere che passi, e poi riprendere la corsa. E così ho fatto con te quello che faccio tra gli uomini.

Ed eccomi allora di nuovo qui, inginocchiata con le mani al cuore. Qui, a pregare che io riesca ad aprirmi, a lasciarti davvero scorrere dentro di me. A pregarti di crescere in me l’affidamento, perché solo così, se te lo lascio fare, mi puoi davvero aiutare. Puoi sostenere la mia vita, mentre coltivo i fiori che profumano di te.

Possiamo riprovare? Riposo un po’ prima di cominciare.

 

 

 

Esercizi di pazienza

Esercizi di pazienza

Dicembre è iniziato, ed è tutto l’autunno che aspetto di ritornare a me. Ho atteso, cioè, di coincidere con il mio ricordo degli autunni passati. Quel senso di pienezza al centro. Il sole dell’estate che si dispiegava in idee e in inizi. Ma il momento non è mai arrivato.

Oggi però qualcosa è cambiato: ho smesso di aspettare. Ho accolto quel c’era. L’ho raccolto sul divano, in una domenica per me, e mi andava bene cosi. Mi andavo bene con il corpo stanco, con la mente che non ha ancora spazi liberati per mosse nuove, e con l’anima che chiede di prendere ancora un po’ il fiato.

Ho ringraziato per quello che c’è, per quello che riesco comunque a fare, mentre sotto la pelle l’organismo si ripara, si prepara forse ad un tempo a venire per il quale non devo avere impazienza. C’è tanta bellezza anche in questa possibilità di tempo semplice, nel respiro del silenzio, nello sguardo libero, con il freddo dietro i vetri.

Così mi sono data finalmente il permesso di riposare, di smettere di rincorrere una versione che ritenevo migliore di me. Mi sono raggiunta dove sono ora e questo palpito di verità ha fatto salire una onda di profondo bene. Una nuova versione più morbida, che sa lasciare anche delle domande in sospeso. Vivere senza un programma preciso.

Come la terra per dare frutti forti, ogni tanto bisogna lasciarsi incolti. Ascoltare nel profondo i movimenti piccoli di una vita che lavora, che senza fretta verrà di nuovo un giorno alla luce.

Preghiere piccole

Piccolo tramonto

Rivolgi a Dio delle preghiere piccole. Non vestirti a festa, non metterti in posa, non scegliere alte parole. Raccontagli il sapore di una mela sbucciata. Il pensiero che hai avuto al risveglio. Il tremore del primo gelo.

Stringilo per mano mentre scendi le scale. Tienigli un posto al caffè e in tram, mentre il giorno sobbalza di fretta. Sentilo vicino al cuore, se la strada si fa faticosa. Raccontagli con parole semplici i tuoi sogni e le tue paure.

Chiedigli di spezzare con te un’incertezza che pesa. Un prestito di perdono per quella rabbia ostinata, che non se ne vuole andare. Una spalla per riposare, quando rientri a casa, stanca, la sera. Che ti canti una ninna nanna, prima di dormire.

 

Parole sulla pelle

come neve a novembre

E ora che sei partito, il nostro parlare è un altro modo di stare in silenzio. Far scorrere sulla pelle le parole in cui ci sappiamo, in cui rimettiamo sotto ipotetiche mani i dettagli segreti che ci siamo svelati. Senza fare domande, senza mettere un limite al tempo che non si è fermato.

Senza premere neppure un dito o una sillaba a fondo, dove c’è ancora un male che ci siamo fatti e non abbiamo capito. Un dolore che chiede di non essere disturbato. Chiede riposo e chiede un altro linguaggio, fatto di pazienza e di preghiere, per distendersi, per respirare.

Solo pensieri leggeri, che si appoggiano piano sulle fibre tese dei ricordi, come una nevicata di novembre: che si scioglierà, se non farà troppo freddo nell’inverno dei nostri cuori.