Tutti i passi che servono alla luce (3)

E questo è Swami Bankhananda, conosciuto anche come il San Francesco dell’Himalaya, in quanto protettore degli alberi e degli animali. Vive da oltre quarant’anni su una montagna, in un piccolo ashram nato intorno a lui, seguendo un ripido sentiero che parte dal lago di Sattal, nel distretto di Nainital. Ma naturalmente non si arriva a un santo a caso, prima serve una purificazione per intonare i propri passi.

Swami Barkhananda

Così, prima di giungere qui, ho dovuto trascorrere una giornata – “dove cavolo sono?”, ovvero con la sensazione di essere un puntino a caso sulla mappa del globo e non sapere più il perché. Una situazione che conosco benissimo, da quando facevo la reporter in luoghi remotissimi. Un piccolo panico prima di ritirare le proprie àncore e lasciarsi veramente andare al viaggio. Proprio questo è successo due giorni fa, alla prima notte del tour, nella città di Haldwani. Una pura tappa di transito, in una città rumorosa, dentro una stanza scura, in cui ho sudato i peggiori pensieri, che evidentemente non servivano al bagaglio.

Il mattino ho chiesto all’autista di muoverci il prima possibile, entrambi avevamo trascorso la notte insonne, per cui la giornata poteva solo essere in risalita. All’inizio in realtà ci siamo imbattuti in grandi frane, che sono l’esito di una stagione delle piogge più estrema di sempre, ma che a noi è parso come un ulteriore segno, tipo: “Siete veramente sicuri che questo viaggio (interiore) è la cosa che volete di più?”, perché, quando la nostra volontà si è focalizzata, tutto ha cominciato a filare liscio.

Intanto, fuori dai finestrini iniziavano a spuntare i grandi coni della catena dell’Himalaya e questo mi metteva di buonissimo umore, come un’idea di risalita e anche di radici solide su appoggiare la mappa.

E nell’immediato avevamo negli occhi, accanto alla macchina che si faceva strada in quella natura così maestosa, grandi cespugli di “lantana”, che producono piccole fioriture sull’arancio o il rosa e che si trovano anche nel sud dell’Italia. Ero così contenta di aver ritrovato nella memoria il nome di questa pianta, che mi pareva il segno di indizi che ci stavano illuminando il cammino.

Il primo luogo sacro che abbiamo visitato è stato l’ashram di Haidakhan Babaji, un santo che lasciò il corpo nel 1984 e che ebbe molti italiani tra i propri devoti, tanto che nel Salento si è creata una piccola comunità a suo nome.

Ashram di Haidakhan Babaji

Il suo culto è fatto di canti di mantra e di cerimonie a Shiva e a Shakti, energia divina maschile  e femminile, che avvolgono  con profonda devozione chi vi partecipa. Intorno all’ashram c’era un’India semplice, fatta di pastori e servizi essenziali, che ci ha fatto depositare anche gli ultimi bagagli inutili. A quel punto ci siamo diretti appunto verso il lago di Sattal, dove sono ancora e dove restiamo in tutto due giorni. Devo dire che amo sempre di più i laghi, e li considero come una metafora della mente: pronti ad incresparsi ad ogni alito di vento, ma la cui natura sarebbe calma come uno specchio perfetto del cielo.

Lago di Sattal

 

Qui ho una stanza enorme, che ha dei muri trasparenti, fatti di vetro e rete anti insetti, e questo mi dà la sensazione di essere davvero parte di questo incredibile disegno che è il creato. Di fronte c’è un piccolo e potente tempio dedicato a Shiva, dove un bramino molto devoto fa cerimonie meravigliose all’alba e al tramonto, e dove ho ritrovato la corrispondenza perfetta tra il viaggiare in questi luoghi sacri e il viaggiare dentro di me.

Ma oggi è stato anche il giorno della visita a Swami Bankhananda, che, per le solite coincidenze che non sono mai solo coincidenze, è il guru del bramino del nostro piccolo tempio, così che abbiamo avuto da lui tutte le istruzioni per raggiungerlo. Abbiamo iniziato il cammino piuttosto presto, con il cielo nitido e la temperatura mite, prima che le grandi nuvole di umidità si sollevassero dal lago e si spandessero su ogni cosa. Ugualmente il sentiero a volte ci prendeva il fiato, per ricordarci, ancora una volta, che la luce nasce proprio nei momenti in cui vorresti cedere e invece perseveri, e allora vai oltre le tue forze personali, ottenendo un sostegno universale.

Al nostro arrivo, il santo, Maharaji come lo chiamano qui i devoti, era seduto su una lettiga posta davanti a immagini di forme del divino indiane, e leggeva (senza occhiali nonostante un’età che si può indovinare oltre gli ottant’anni) il giornale. Ci siamo seduti davanti a lui e, dopo le presentazioni, siamo semplicemente rimasti in silenzio ad assorbire la sua energia. Dopo un po’ ci è arrivato un tè (chai), poi del cibo benedetto, e intanto il santo leggeva e mi guardava. Ogni tanto i suoi due cani gli si sedevano accanto, ogni tanto mi venivano ad annusare. Dopo i giornali, nell’ordine, lo avrei visto scorrere il telefono, maneggiare dei soldi che sono stati divisi con le persone che fanno servizio al suo piccolo ashram, dare indicazioni precise su come tagliare le verdure per il pranzo.

Swami mentre legge il giornale

Ora, probabilmente niente è un caso, ma sicuramente non lo è quello che sceglie di farti vedere un santo, così mi è piaciuto pensare che mi avesse letto nella mente e che, a risposta di quella mia domanda sempre presente su come stare insieme in un cammino spirituale e nel mondo, volesse darmi un esempio di distacco e naturalezza. Nel frattempo, a tratti sentivo gli occhi volersi spontaneamente chiudersi per entrare in meditazione e quel che vedevo emergere era sempre più un senso di profonda presenza lì, in quel momento. E insieme la sensazione che quella stessa consapevolezza che emergeva da me era in ogni cosa.

A tratti, però, c’era in me una voce sabotante che mi diceva: “lui vede tutto e sa che io non sei nulla in questo cammino di realizzazione che lui ha compiuto per intero”. A questo punto il santo mi ha dato la seconda prova di potermi leggere nei pensieri, perché, rivolgendosi all’autista che traduceva, ha rotto il silenzio per dirgli e per dirmi: “lei è una persona spirituale”, e così incoraggiarmi a non mollare mai.

Quando ci siamo congedati, ho portato con me lungo tutto il sentiero di ritorno un grande senso di semplicità, ovvero di come le verità ultime non debbano corrispondere a un parlare o a un pensare complicato, anzi, quando si vive in esse, la vita non ha quasi più bisogno di nulla e il tempo non ha bisogno di appuntamenti eclatanti, essendo già al suo traguardo e alla sua dissoluzione in una dimensione di eternità.

Domani si fanno di nuovo i bagagli e si prosegue verso la prossima tappa (to be continued).

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