Nuovi modi per dire futuro

Prima, mentre rientravo in aereo, mi sono addormentata in volo, e ho iniziato a fare sogni leggeri. Uno lo ricordo nitidamente. Gli sportelloni erano aperti e bisognava lanciarsi nel cielo. Avevo trovato un amico in aereo, e sulla soglia del lancio non voleva tuffarsi. Io lo stavo facendo, apparentemente non avevo paura, ma ho atteso di sapere se anche lui lo avrebbe fatto. Non lo faceva. Allora gli ho dato il braccio e gli ho detto: “Tieniti forte, non è la prima volta che mi lancio in volo”.

Mi era rimasta addosso una sensazione bellissima da quelle immagini, e ho continuato a cullarle per il resto del viaggio. Credo fossero nate dalle istruzioni di emergenza che di routine ci avevano ripetuto e che erano state le ultime parole che avevo udito prima di addormentarmi, ma anche dal racconto che avevo scambiato con questo amico, trovato per caso sulla mia stessa rotta.

Era successo con lui quello che succede spesso da un po’ quando incontro qualcuno. Una sorta di fuori sincrono con la velocità con cui ci dicono che la vita è ricominciata dopo gli ultimi anni inattesi. Una corsa frenetica alla produzione, per mettersi a pareggio dei rincari, che ci sta portando, se possibile, ancora più fuori di prima. Tuttavia, se ti fermi a parlare con qualcuno, se sollevi la scorza dell’euforia, ti accorgi che, dopo la sfida più evidente della pandemia, ciascuno è alle prese ora con un’altra guarigione. E che questo ottimismo appiccicato fa bolle d’aria da tutte le parti.

Mi capita di parlare con moltissime persone che mi raccontano le loro sfide, e pare che per molti i nodi più incandescenti e profondi siano venuti ora al pettine, e che quello che abbiamo l’opportunità di fare in molti – tra questi ci sono io – è un salto in alto nella nostra storia, di guarire la matrice del nostro destino. Oppure rendere ancora più solido lo stampo di un’inautenticità e di dolori a cui siamo usati. Per qualcuno riguardano le relazioni, per qualcun altro la professione, per altri ancora la situazione generale del vivere e molto altro ancora.

Il problema è che non è facile fare questo incontro con i nostri nervi più scoperti, e non è facile tanto di più perché spesso i nostri nervi scoperti si incrociano con quelli di altri, come ci fosse un intero mondo senza pelle, di fronte alla prova della verità tutto in una volta, e così rischiamo di metterci gli uni contro gli altri, per la solita scorciatoia che rende più facile cercare colpevoli fuori anziché iniziare la trasformazione dentro.

Ma così non si guarisce, così si fa solo la guerra. Quello che queste prove fondamentali ci chiedono è proprio resistere a questi impulsi primitivi: sono quelli che ci hanno fatto tracciare quei solchi di dolore in cui continuiamo a cadere e a ripeterci. Ci chiedono di trovare soluzioni più alte, magari frutto di uno sguardo più lungo e di una più ampia capacità d’amore.

Così serve davvero pochissimo indicare negli altri, partecipi delle scene della storia che ci viene proiettata davanti per una maggiore consapevolezza, le cose che non vanno, le vulnerabilità che insistono sulle nostre stesse ferite, chiedendo loro di essere diversi per non farci sentire il male. Serve molto di più, e soprattutto ora, incoraggiarsi, sostenere il bene, farci forza l’un altro e darci fiducia.

Serve anche  farci carico del nostro volo, ma se il nostro vicino non si lancia, se è preso da paura nel momento in cui sta per andare in quell’ignoto da cui può iniziare tutto il resto della sua vita, serve anche porgere il braccio e dire: Tieniti forte, non è la prima volta che mi lancio in volo.

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