Accogliere ogni cosa

Siamo entrati nel terzo anno di questo tempo strano, e pare che dovremmo farci ancora più spaziosi, pronti all’inedito. E mi sono accorta che quando ciascuno di noi racconta la propria storia di attraversamento, sembrano davvero arabeschi del destino. Ieri è capitato anche a me di raccontarmi ad un amico, e guardando da così vicino la storia pareva impossibile che alcuni tratti di strada non mi avessero sopraffatto.

Poi ho lasciato che il racconto si allontanasse un po’, l’ho fatto diventare piccolo, l’ho immerso dentro un disegno più grande. Una goccia di un grande oceano. E in questa forma non faceva più paura. Ho visto i secoli e i millenni e tutte le volte che l’umanità e tutte le sue cellule sono state al buio e poi di nuovo alla luce, e allora non mi pareva più una cosa così personale questo tratto ripido di strada, ma solo il pezzetto che era capitato a me della trasformazione del mondo, e che era anche giusto che lo attraversassi bene.

Quello che mi è stato chiaro da quel nuovo punto di osservazione è che non è davvero importante quello che ci viene incontro, ma come lo affrontiamo. Non c’è neppure un appuntamento del nostro cammino che non sia nostro e che non sia necessario per raggiungere la meta. Siamo qui per trasformare più buio che possiamo in luce, tanto che potremmo persino pensare ai modi in cui siamo messi alla prova come a pensieri d’amore divini, affinché più presto possiamo sciogliere le zavorre che ci ancorano all’illusione.

Dietro tutta questa pelle che si muove, e che per natura ci porta via continuamente gli appigli a cui pensavamo di poterci tenere, c’è un centro fermo, ed è fatto d’amore. Se si riesce a farsi strada fino a lì, scavando più nel profondo di tutto ciò che in noi dice “io”, si è in salvo. Lo sanno bene gli alberi che hanno accolto tutte le intemperie dell’inverno per germogliare di nuovo in questa primavera.

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