Fratellanza d’anima

Questa mattina mi sono svegliata all’alba, per respirare. Sono emersa dallo sfondo indistinto del sonno, poi, quasi a bracciate, ho riconquistato la realtà. Così mi sono ricordata che sei nella mia vita, e sono stata felice. A volte sono ancora incredula, e devo andare a toccare delle cose nostre, la moka con il caffè rimasto a metà, le verdure che coloravano la tavola, per avere le prove che non sei una felicità inventata. Che abbiamo risalito tutte le ere e le intemperie che ci hanno portato a noi, che c’eravamo già in qualche piano dell’universo, ad attenderci.

Ricordo l’ultima volta che sei partito. I vestiti che ripiegavi con cura, finché c’era sempre meno di te intorno, mentre invece le valigie si gonfiavano. Un momento intenso per me, che ho visto partire molte persone. Ho dovuto tenermi stretta al presente per non sovrapporti al passato. Per scegliere, sull’orlo tra la tristezza incisa in alcuni percorsi antichi dei neuroni e una nuova gioia che porta guarigione e possibilità, la certezza che c’è anche una felicità naturale, a cui si giunge dopo aver guardato in faccia molte ferite.

A te è sembrato “normale” dal primo istante: “non ti sembra tutto così normale?”, dicevi. Tutto così “perfettamente” normale. No, io quello che ho amato da subito è la nostra imperfezione. Il fatto di aver fatto spazio a questa imperfezione, mia e tua, senza bisogno di truccarle. Che io non avessi giudizi per i nostri spigoli, che sentissi il coraggio di camminare con quello che c’è e di accogliere anche le cose in cui sei così diverso da tutto quello che avrei mai aspettato. Che avessi una reale resa ai piani divini che si svelavano, sorprendenti.

Così, proprio come nella stagione che precede la primavera, in cui non ci sono ancora i fiori, ma sai con certezza che i semi germoglieranno, e non hai più la fretta del futuro, è iniziato per noi il tempo in cui smettere di correre, per appoggiare con consapevolezza e stupore ogni passo, perché non c’è più da sapere dove arrivare, e ci si può godere il percorso, camminare piano. Sostituire la paura con la curiosità di visitare l’immensità che è il mondo di un altro, se non lo si processa con i peggiori pensieri.

Non hai idea di quante volte mi sia immaginata la risata di qualche divinità che ci guardava da lassù. E ho dovuto di nuovo accogliere la mia e di tutti noi umani piccolezza, quando pensiamo di sapere cosa sia il bene vero per noi, e di quando trattiamo l’Alto con i pensieri limitati di un Dio racchiuso dentro confini e forme, e pensiamo di essere giudicati, di voler fare i nostri compiti bene. Finché Lui arriva nella sua sconfinatezza e ci spariglia con un colpo d’ala e ci porta l’impensato, l’inedito, tanto da lasciarci per un po’ in difesa delle nostre costole, dentro cui vivevamo con una certa sofferente comodità.

Così noi ora, che siamo l’un l’altra, entrambi imperfetti, i perfetti guaritori di ciò che resta da abbattere per fare più posto al Cielo.

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