Lo spazio che ho trovato in me

Ci sono giorni di luci dolcissime in questo sfumare dell’autunno nell’inverno. Albe e tramonti che sembrano i primi tramonti e le prime albe del mondo. Ho potuto provare a resistere ancora un po’, a opporre le mie paure piccole davanti a tutta questa immensità, poi ho dovuto inginocchiarmi come gli alberi carichi di neve, diventare io stessa paesaggio, e cielo, e creatura del creato. Ritirare la mia luce al centro. Farmi focolare, provvista, tana. Mi sono finalmente arresa. Ma non ho ceduto: mi sono affidata.

Di notte mi capita una cosa morbida, nuova. Da quando ho ripreso con i risvegli repentini (“Ma se dopo tutti questi mesi ha ancora i polmoni così, non può non prendere il cortisone!”. Dice il medico. Effetto collaterale: doping), ho deciso di farne buon uso, di non temerli più. Anzi sono ormai un appuntamento atteso. Allora mi siedo nel letto con la schiena dritta e assisto senza fare nulla al disgregarsi di me. Pezzi della mia storia, proprio quelli su cui avrei premuto il pedale dell’emotività raccontandomi ad un nuovo amico, che galleggiano irrelati, senza più una narrazione che li tenga insieme.

Ci sono grovigli di pensieri, paure per il domani, la casa che non c’è ancora, le immagini della malattia, i capelli rossi che restano nella spazzola per il veleno che mi ha percorso, le sofferenze e le gioie con cui ho puntellato la mia vita, e cellule, e occhi, e ciglia, e piedi: tutto a brandelli, come isole che non hanno più un perimetro comune. In mezzo spazio, tanto spazio, e io sento che non sono più quei pezzi di me: sono questo spazio sconfinato, luminoso, pieno di accoglienza per tutto, senza giudizio, senza preferenze. E resto lì per ore, estesa, aperta, semplicemente a far scorrere e ad accogliere tutto. A farmi capiente, a farmi prendere per mano dall’infinito.

Una cosa brutta, cioè diversa da come me la aspettassi, dura sempre meno ormai: non ho quasi più nessuna volontà che sia diversa da ciò che questo flusso di vita cosmico vuole per me. Puff! tutto viene presto dissolto in questa forza più grande.

Così: mi sento più me nelle impronte che affondo nella neve fresca, che nelle azioni con cui il mondo mi dà dei nomi. E c’è una gratitudine indicibile per essere qui, nel grembo della natura, a provare a fare sul serio con tutto questo. Il mio cuore, quando gli dà del Tu, lo chiama Dio.

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