La cura dell’infinito (back)

Ero persino felice che ci fosse la pioggia quando sono uscita. Ieri, dopo la visita di controllo e la passeggiatina intorno al letto con il saturimetro, per vedere se i miei polmoni avevano reimparato a trattenere l’ossigeno, i medici si sono finalmente pronunciati: si può dimettere. Da quel momento mi è stato staccato l’ago da cui mi erano state date le terapie, tagliato il bracciale in cui ero un codice e una serie di lettere, spento il macchinario che mi aveva fatto respirare per 12 giorni. E io mi sono semplicemente stesa ad aspettare il cielo. Dopo varie ore hanno bussato alla mia porta, i bagagli erano pronti, e un’ambulanza ha iniziato il cammino di ritorno da quel mondo di bip notturni e luci di allerta alla natura che mi aspettava.

Andandomene, e ripassando nei corridoi da cui ero entrata senz’aria, ho sentito felicità, smarrimento, e una profonda gratitudine per le cure ricevute. Ho dovuto anche accettare che non sono ancora il leone che credevo fosse cresciuto durante la degenza: e la sola fatica del trasporto si era presa tutte le mie forze. Ma alla fine c’era l’aria. Pioveva, era fresco, ma era qualcosa che toccava la pelle ed era viva. La casa era ancora il fotogramma degli ultimi istanti senza forza vitale, prima del ricovero. Ho fatto un salto oltre la stanchezza e ho iniziato a disinfettare, lavare, profumare, accendere incensi, cospargere olii essenziali per preparare il mio nido di guarigione. Alla fine ero sfinita, ma certa: qui ritornerò particella vivente del creato.

Mi sono coperta, ho aperto la finestra e mi sono rannicchiata nel letto accanto ai grilli. Era la prima notte senza nessun aiuto a respirare, e sentivo che sarebbe bastato che cedessi alla paura per sentire di nuovo la fame d’aria. Oppure potevo fidarmi completamente del battito che sentivo in me e in ogni cosa e farlo espandere dentro il mio corpo per riportare a galla luce e vita. Mi è venuto in mente il quadro di Frida Kahlo Il sogno. In un letto a baldacchino, sopra dorme il simbolo della morte, ma i suoi fili infernali diventano fiori e vita sul corpo dell’artista.

Proprio questo ho provato in tanti istanti: il dolore che si trasforma in vita. Nel momento in cui preme e toglie tutti gli appigli e le sicurezze, rende ancora più visibile quello che non è al buio, il punto da cui ripartire. Non importa se eri abituata a vivere con tutte le cellule accese e quasi lo davi per scontato: la luce si è spenta, ma restano alcuni puntini luminosi, e da quelli devi e puoi ripartire sempre. Piano, con ascolto, con pazienza. Così ho iniziato semplicemente ad apprezzare la notte. Il fresco sulla pelle. Il profumo dell’erba bagnata. L’addome che si muoveva ritmicamente e faceva in me una stanza dell’universo. E più ammorbidivo e mi abbandonavo, meno ero sola nella grande onda creatrice.

E oggi è stata una giornata bellissima. Di pochi passi, di more mature, di qualche raggio di sole assorbito sdraiata sul prato. Sì, è una follia, ma è qui che rinascerò. Non per ri-tornare com’ero, ma per non dimenticare spero più quello che sono nella verità.

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One thought on “La cura dell’infinito (back)

  1. 28 agosto 2021 cara Giulia sono tanto contenta che sei a casa. Riposa e buona guarigione. Ti abbraccio con tutto il cuore. Cristina

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