Covid 5. Questione di respiro

La stanza d’ospedale si trova lungo un corridoio centrale dell’unità malattie infettive. Quando sono arrivata, con la signora anziana con il pigiama di seta, si sono al principio lamentati: se avessimo occupato queste due stanze rimaste, il reparto sarebbe stato tutto pieno. Tuttavia mi è stato di sollievo sapere di avere uno spazio ampio, ben tenuto, tutto per me. Perché dal momento in cui entri, da qui non ne esci finché non sei più un pericolo per gli altri. Da un lato e dall’altro di questa fila centrale ci sono due mondi: il mondo “sporco”, dove si aggirano infermieri e dottori bardati Covid, e il mondo “pulito”, dove attraversano anche pazienti normali, e che il malato Covid non deve assolutamente superare.

Per tutta la giornata è  un continuo attraversare dal mondo pulito al mondo sporco e viceversa. Da un lato c’è il vitto che arriva e viene lasciato fuori dalla porta, almeno per chi come me ha il lusso di potersi alzare dal letto, dall’altro arrivano le terapie e le visite dei dottori. Se di notte hai bisogno di qualcosa e suoni il campanello, devi augurarti che arrivi qualcuno dal mondo sporco, sennò prima di chiederti cosa vuoi deve bardarsi e passa quasi mezz’ora.

Anche dentro i camici di carta, le protezioni del viso, degli occhi e delle scarpe, sto iniziando a riconoscere gli inservienti, e qualche volta ci si scambia due parole. Io vorrei che mi dicessero sempre quando ricomincerò a respirare, ma la risposta è sempre quella: Cara mia, ci vuole pazienza, può essere tra un giorno o tra una settimana. Tra le visite una delle mie favorite è la fisioterapista del respiro. Una signora grossa che vuole rieducare il mio diaframma. Le ho raccontato che insegno yoga e che ero io a insegnare a respirare e ora invece devo reimparare tutto daccapo. Lei non coglie la velatura di tristezza e mi mette nelle mani un gioco. Si tratta di una sorta di torre a aria in cui io devo soffiare e sollevare un quadratino giallo fino a metà della torre e lì cercare di trattenerlo più che posso, appunto con la forza del diaframma.

Oggi è venuta a controllare se mi fossi esercitata e se sentissi di aver migliorato, così gli ho fatto vedere il risultato e lei subito era pronta a incoraggiarmi: vai meglio, guarirai, non ti preoccupare. Poi si è seduta in fondo al mio letto e abbiamo iniziato a parlare. Sei sempre che lavori, mi ha detto. Non lavoro, l’ho rassicurata: anzi credo di essere qui proprio ad imparare a mollare, ma non l’ho ancora imparato bene. Se da questo dipenderà la mia guarigione, mi ritirerò però fino al cuore essenziale della vita. Lei ride, sembra che le faccia discorsi difficili, invece li capisce bene. Sapessi quanti ne ho visti rialzarsi da qui incattiviti, dice. Invece chi è guarito lo ha fatto quando ha sciolto la rabbia, i lamenti, le accuse al mondo. Cioè è diventato amore, l’ho sopraggiunta io. Sì, qualcosa così. E tu che scrivi, cerca di raccontarlo alle persone: che anche questo è un pezzo di vita, e che qui siamo tutti insieme che lavoriamo con la speranza che ne esca un mondo migliore.

Quando se ne va dalla stanza lascia sempre uno spazio di silenzio, lo riempio soffiando dentro al nostro gioco: l’attendo il giorno dopo per poter imparare a respirare amore.

Commenti

One thought on “Covid 5. Questione di respiro

  1. Ciao Giulia
    La prossima volta che viene questa signora, soffiale un bacino da parte mia. Dille che anche se io non la conosco, lei sta dando tanto a chi è malato e quindi io la ringrazio. A prescindere dal Covid queste persone aiutano i degenti a rimettersi in piedi. Ringraziarli credo sia ul minimo che io possa fare. E poi ha in cura Te, cara Giulia. Ora soffio un bacino a te e mi addormento 💙⚘❤🌈 cristina

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