La casa interiore

Cari Jim e Dinesh,

Rieccomi, dopo tanto tempo.

Ritorno qui perché oggi, nel pomeriggio, mentre il cielo era indeciso se darla vinta all’azzurro colossale della primavera, o alle nuvole che ogni giorno sono pronte a far temporale, mi sono venute a galla delle parole. E sentivo, mentre prendevano forma, che stavo pensando a voi, e che solo con questo pensiero si chiarivano.

In questo tempo di assenza sono successe tante cose, e credo che per molti quest’ultimo anno sia valso almeno 10 anni. Apparentemente qui non accade nulla. Fuori dalle grandi vetrate della casetta di legno la natura è così immensa che non dà possibilità ad altre cose di essere altrettanto grandi.

Ma contemporaneamente questa imponenza ti mette al muro, non ti lascia scampo e non ti permette di nasconderti da nessuna parte. Allora sono rimasta ferma, mi sono lasciata sbucciare dalla verità. Ho accolto di guardare negli occhi tante cose di me.

Pensavo che fosse la città quel senso di stanchezza, di confusione, che mi coglieva quando ero troppo spavalda con la vita. Ma non era la città: sono io. Mi sono accorta di nuovo che la mia sensibilità non mi permette di far parte di nessun consorzio umano. Né un cattivo consorzio umano, né uno buono, come quello che è possibile qui, con persone che sono arrivate da mareggiate dell’anima simili alla mia. Non riesco a ripetere i riti in cui le persone si riconoscono e per cui si raggruppano. Le cose “normali” che si fanno in una vita: una festa di compleanno, un patto di lavoro o una famiglia. Non fa molta differenza.

Nello stesso tempo, posso sembrare perfettamente al mio posto in ogni situazione. Posso partecipare ad ogni cosa senza farmi mai scoprire e fare la mia parte con splendore. Ma questa fuoriuscita poi la pago molto cara. Poi sono persa per giorni, e devo raggomitolarmi su me stessa finché non è ritornato tutto in pace, tutto in silenzio.

Credo di avere una pelle troppo permeabile, lascia penetrare ogni cosa: se sto nella confusione, dentro mi trovo per giorni pensieri e parole che girano e che non sono miei. E mi fanno male, mi rendono terribilmente tesa. Allora devo ricominciare da piccole cose: dalle margherite del prato, da certi scorci di luce che si posano nella stanza al tramonto, dal canto dei grilli che da qualche giorno accompagna di nuovo il mio sonno. Così un po’ alla volta ritrovo la mia vera voce. Comprendo di nuovo cosa mi piace e dove devo andare.

Sono solo alcune persone che di volta in volta sceglie il mio cuore quelle con cui posso vivere e nello stesso tempo riposare.

Qui sto diventando la regina dei gatti. Oltre alle due gattine che ho visto crescere negli ultimi anni, ne arrivano sempre di nuovi. All’inizio si avvicinano piano, e vengono furtivamente a prendere il cibo che preparo per loro. Poi un po’ alla volta capiscono che è davvero per loro, che io ci sono per loro. E mi commuove così tanto l’istante preciso in cui qualcosa che vive e che aveva fatto della fuga la propria esistenza all’improvviso inizia a fidarsi, a sentirsi a casa.

Ecco è questo che ho sempre cercato anche io nella vita: un luogo dove sentirmi a casa. E lo so che non è fuori ma dentro quel luogo che continuo a cercare. Forse in quel silenzio che continuo a spremere e a interrogare. A volte ho la sensazione che non ci sia fine a questa ricerca di silenzio, che non si finisca mai di ripiegarlo per trovare dentro un silenzio ancora più silenzioso e pieno.

Magari pensate che sto scrivendo dal fondo di una piccola disperazione. Sì, è così, ma non c’è nulla di cui preoccuparsi. È questo il modo in cui ci si arrende, in cui si consegnano le armi alla forza della vita: facendosi in pezzi piccolissimi in mezzo ai quali possa respirare un respiro più grande. In me parole e lacrime sono spesso uscite insieme, e non sono lacrime di tristezza: sono le lacrime di quando la tensione cede e inizio finalmente a riposare.

Il riposo inizia da piccoli gesti. Affrontare di petto tutto quello che impiglia la nostra anima non è possibile. Allora possiamo attenerci a una minima agenda interiore: decidere ogni mattino di parlare meno di quello che ascolteremo, e quando parliamo di farlo senza arroganza, senza pensare di avere ragione. Quando ascoltiamo, di farlo con il cuore pieno, senza attendere il nostro turno per parlare. Lasciare all’altro l’ultima parola. Forse in questo modo si può anche stare in tanti e non perdersi, parlare e anche mantenere il silenzio.

E la gentilezza, quante giornate di quante persone può salvare la gentilezza. Trovare un sorriso anche nel fondo del giorno più buio.

Ecco, io sto vivendo così, in questo mese di maggio che è iniziato, il mio preferito, perché porta profumo di fragole e di fiori.

Accogliete con clemenza questi pensieri un po’ confusi, arrivano dal cuore, mentre attendo qui anche la stagione delle lucciole.

Vi mando un abbraccio

Shraddha

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