Cosa ho portato a casa dalle stelle

A volte mi sembra di vivere un tempo appannato, senza contorni. Come non fosse più distinto ciò che è pensiero e ciò che è realtà. Non so bene a quale profondità delle cose ci stiamo muovendo: forse dietro la materia, prima che gli atomi si aggreghino, e con ogni gesto ritocchiamo le formule degli elementi. Siamo forse divenuti creatori: e ci è dato come non mai in mano il progetto della nostra vita.

Sarà tutto questo stare chiusi, lontani, a confrontarci solo con immagini di altri, come un replicare noi stessi in tanti specchi, per ritoccare quello che va aggiustato, per accogliere quello che è rotto e fa penetrare in noi la luce, ma quest’ultimo anno è durato un’era geologica. Ha rovesciato in molti modi le nostre mappe stradali e genetiche. Il nord sulle nostre bussole. Ogni giorno è un mondo nuovo, una trasformazione di cui trovare il punto di equilibrio. Ci sono molti rischi di cadere e grandi possibilità di rinascere.

Così, con questi tempi veloci che ci trascinano oltre i nostri passi, oggi mi è scorsa davanti all’occhio che intuisce tutta la nostra storia. I momenti precisi in cui abbiamo iniziato a perderci, le cose che ci siamo insegnati, l’amore in cui ci siamo illusi, e quello più ampio che ho ritrovato oggi, come fosse passato già il secolo di silenzio che ci eravamo concessi. In questa rapidità, non c’è tempo, infatti, per tenersi il muso, per far imputridire le cose: le gemme diventano presto frutti, e poi nuovo humus e vita nuova.

E allora ho guardato con grande tenerezza alle tue e alle mie debolezze. Ho sorriso a quanto ci siamo incapponiti nel marcare le distanze, le differenze: le ho trovate piccolissime, ridicole. Come abbiamo potuto inciampare, come hanno potuto farci cadere? Nel rispetto delle nostre attuali posizioni, che sono comunque piene e destinate, le ho allora accarezzate, rassicurate, prese tra le braccia. Mi è stato così chiaro quanto il giudizio sia un’opzione all’epidermide di noi. Ma quanto più dietro, più dentro tutto sia tenuto insieme dall’amore. Dipende solo da dove puntiamo lo sguardo.

In una scia luminosa apparsa sul radar, ho visto poi nella mappa che emergeva nel processo di metamorfosi passato attraverso di noi, come l’amore sia il  modo in cui ciò che è fragile di un altro divenga prezioso, e come, sempre con lo sguardo dell’amore, l’accoglienza reciproca sia il vero senso di ogni incontro, il suo scopo di aiuto per la crescita singola e cosmica. E ti ho voluto di nuovo così bene, che avrei voluto enumerarti le ferite che mi hai inferto mentre ti abbracciavo e ti rassicuravo poiché ne vedevo la necessità, mentre ti ringraziavo già per le rivelazioni che mi avevano donato.

Per questo ho rotto il silenzio: non perché non potessi più stare senza di te. Ma perché avevo già completato il giro del mondo, e ti avevo ritrovato dove non avevo bisogno più che ci fossi. Perché, aldilà di questo bisogno, mi ero accorta che l’amore – risciacquato e purificato da tempeste celesti, elevato per contatto di galassie e di stelle – era rimasto intatto.

 

 

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