La primavera che non vedrai

Sai, non ho molte parole per proseguire il discorso da dove l’abbiamo lasciato. Da lì non si va da nessuna parte, si frana soltanto nel non capirsi e nel puntarci l’un l’altro l’indice, come per dividerci la tristezza, prima che sia troppo tardi e le parti siano fatte, per sempre. E quella poi sarà stata la nostra storia.

Oggi, invece, vorrei raccontarti la primavera. La primavera che non vedrai. Iniziare da un istante del pomeriggio, quando il sole si infilava nelle crune degli alberi e cuciva forme misteriose sul prato. E allora tutte le margherite e i bulbi gialli del tarassaco si sono accesi e sembrava iniziassero a sbattere le ciglia. In quel momento ho realizzato che tutta la bellezza che stavamo apparecchiando non sarebbe arrivata più. Che pure c’era, in abbondanza, sui colli e dentro l’aria, così inaspettatamente calda, di aprile: ma che dovrò guardarla solo con i miei occhi, fino a farne indigestione.

Lì ho realizzato che non aveva davvero più importanza chi avesse ragione: solo quello spreco di meraviglia contava, e diceva da sé quanto entrambi avessimo rovesciato l’ordine delle cose. Quanto avessimo messo davanti numeri, matematiche della paura, ansie per il futuro, quando invece avremmo solo dovuto sederci ed ascoltare gli uccellini cantare. Forse prenderci la mano, come due bambini che si gettano a terra senza fiato dopo aver fatto una stupenda marachella.

Abbiamo giocato a lungo a scrivere una favola così perfetta da sembrare vera. C’erano Re e Regine, un regno di papaveri e campi di grano. E la vita ci avrebbe sostenuto, come sostiene sempre la felicità quando non sia erosa dai parassiti del dubbio. Invece siamo stati poco accorti, e non ci siamo neppure resi conto quando questi hanno iniziato ad invadere le mappe del nostro destino. All’improvviso non ci sapevamo più: noi che pure ci eravamo riconosciuti dal primo istante, quando eravamo solo parole formali dentro lettere che attraversavano l’oceano, all’improvviso vedevamo solo differenze e distanze. Due visi appoggiati allo schermo sempre più stanchi, che erano precipitati dentro lo specchio impietoso di un’altra realtà, fatta di cavilli e preoccupazioni. Preoccupazioni che non si esauriranno mai da sole, se non si salta oltre, lì dove inizia il vero senso per cui siamo qui.

Sarà stato dunque tutto inutile? Solo un grande errore? Abbiamo entrambi sbirciato abbastanza dietro ai veli della vita per sapere che nulla mai è un errore e che tutto ci parla di noi. Ieri ho persino voluto pensare che il tuo compito fosse solo quello di portarmi fino a qui: allora poi avresti aperto la porta della carrozza e mi avresti detto: ecco, questo è il tuo Regno. Verrò a prenderti più avanti. Ma un’altra parte di me è così profondamente confusa ora che sa un’unica cosa: qualsiasi siano le prossime pagine di questa storia, dovremo attenderle entrambi in silenzio, da lontano. Abbiamo bisogno di un dolore completo per attraversarlo.

Il mio più grande è che, io che faccio così tanta fatica a mettermi nelle mani di un altro, nelle tue mi ci ero messa: di te avevo imparato a fidarmi. Con te non succedeva il male. E ora chi lo dice al mio cuore che è successo di nuovo? Per tutto questo, ora dobbiamo stare lontani. Quello che è certo è che nessuno se ne va di qui, se non sono state concluse tutte le esperienze, finite tutte le storie. Se ne avevamo ancora da scrivere, sono davanti a noi, in qualche prato, sedute davanti a un tramonto, ad attenderci.

Commenti

One thought on “La primavera che non vedrai

  1. Che belle parole. Sono fiori che diffondono polline di verità. Un profumo inebriante e già carico di nostalgia. Grazie

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