Trasloco giorno 1 – Rispondere con arte alla paura

GIORNO 1

Non è iniziato nel modo migliore.
“You are strong”, diceva il mio amico di là dell’oceano.
“I’m pretty tired to be strong…”, mi lamentavo io con i lucciconi negli occhi dietro allo schermo.
Così sono partita per il Nord, con i miei 3 mesi sui colli fatti di molto gelo, fango quanto basta e troppo rari tramonti, tutto messo nella piccola valigia che portavo con me.

Lo sapevo che nel frattempo la mia casa di Milano era stata smembrata: il divano da una parte, il letto da un’altra, le librerie da un’altra ancora, tutto il loro contenuto sul parquet. E in macchina non riuscivo a pensare ad altro che a come prepararmi. Perché ormai era ufficiale: quella che era stata la mia protezione contro tutto quello che fuori era troppo e troppo poco era finita, andavo per chiudere, per chiudere un capitolo di vita durato quasi vent’anni.

La prima sensazione all’entrata è stata di incredulità: non era vero, non stava succedendo, e intanto gonfiavo il letto ad aria per la notte. La temperatura interna finalmente era calda come non provavo da tanto nella casetta di legno umbra, riconoscevo ogni singolo suono della notte, quelli degli elettrodomestici della casa, quelli dei vicini che si svegliavano o andavano a dormire tardi. Ma sarei andata avanti per responsabilità, eventualmente anche tirandomi per i capelli oltre ogni paura, avevo deciso. Quello che avevo pensato vendendo la mia casa di Milano veniva da una me che era stata più in alto, che vedeva più lontano, dovevo fidarmi di lei.

Il mattino quindi dovevo iniziare con le scatole. Da dove cominciare? Ce l’avrei fatta in soli 10 giorni? Questa domanda mi aveva svegliato troppo presto, ed era finita in agitazione. Allora dovevo cominciare proprio da qui: dalla calma. Non importa quanto tempo ci volesse, dovevo darmi una disciplina interiore: ricarica di energia, yoga, meditazione. Una lunga doccia. Persino vestirmi con cura dei colori, e sistemarmi un po’ il viso. Una visita al vicino caffè (i dolci di carnevale!), che presto avrei salutato anche quello. E poi non c’erano più indugi. Bisognava dare inizio ai lavori.

Intanto la banca chiamava, chiamava l’agenzia. Parlavano con quel linguaggio che mi ha sempre fatto paura: un linguaggio pieno di numeri, di parole raffreddate, di sintassi senza cuore. Però è strano, perché proprio dall’essermi fatta portare da queste conversazioni nel cuore dello spavento è iniziata la risalita. Ho preso un quaderno intonso, un pennarello e ho iniziato a disegnare il mio trasloco. A fare un progetto a fumetti, a trascrivere tutti i miei pensieri. A renderlo la mia pratica spirituale. Intermezzato con canti, mantra e momenti di meditazione.

Per prima cosa ho tirato giù tutte le mie valigie (i miei viaggi intorno al mondo!), e le ho riempite, e fatte risalire in alto nella cabina armadio. Quindi ho sistemato i vestiti (precedentemente lavati, stirati e profumati con l’olio di lavanda), e li ho appesi in ordine di stagione per colore nelle apposite scatole per guardaroba, dentro le loro custodie (che chissà quando li riaprirò). A questo punto avevo fatto spazio di manovra in quel che restava della cabina armadio: ho sistemato i miei scialli (i miei scialli!), anche quelli per fibra e per Paese di provenienza (e profumati e stirati), le mie calze di tante serate e tinte diverse. E ho iniziato infine con i libri: seguendo cronologie e geografie interiori.

Sul quaderno intanto continuavo a scrivere i contenuti di ogni scatola, ma anche versi di poesie, affermazioni di speranza, di futuro, di certezza che tutto dipenderà da quanta buona energia metterò ora nel chiudere e nell’aprire la porta. Mi sono fermata un po’ prima della stanchezza finale. Perché i giorni davanti vanno vissuti tutti, con ritmo, se possibile con gioia: facendo anche di ogni rito di passaggio una meta, Una fetta intera del vivere. E un’opportunità per venire fuori da un pezzo nuovo di paura, rispondendo con arte alle formalità. Che siamo qui proprio per questo: per sperimentare, per attraversare completamente ogni esperienza, per portare luce al buio, così da essere pronti, per sempre, ad una nuova altezza della vita.

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