Passaggi

So quando sta per aprirsi un varco in me, quando sto per portare alla luce un nuovo pezzo d’anima. Lo so perché poco prima è un ingorgo, un buio. Una tensione nel petto, nella gola.

E so anche che le parole potrebbero distendere questa contrattura, ma sono proprio le parole che non vengono, che sono impigliate, fibrose, secche. Potrebbero distenderla anche le lacrime, ma dovrebbero essere lacrime risolutorie, di rinascita, e non lo sono ancora. Perciò le trattengo, per non farmi pena, che è uno spettacolo vecchio, non utile.

So anche cosa mi distanzia dalla luce: una piccola scriminatura, dove però passa una faglia profonda: di qua c’è la terra passata, dall’altra parte la terra nuova, e in mezzo un salto da fare, senza nessun riparo, un salto in cui devo sopportare di sentirmi completamente abbandonata, innanzi tutto dalle forme di me in cui riuscivo a definirmi, a contenermi, a darmi consolazione. Abbandonata persino dal cielo, così penso, mentre l’anima punta i piedi e vorrebbe più piangere che camminare.

E so che in questo momento posso solo essere questa versione di me, ma esserlo completamente, senza fingere. Offrire alle giornate il mio disagio, con quello inginocchiarmi come tante altre volte ho fatto con la gioia. Possibilmente tacere, per non disattivare neppure una cellula di questa me dolente, perché tutta l’energia serve alla trasformazione.

Allora, quando non ci sarà più nulla in me che vorrà fuggire fuori, quando accetto anche questo tempo come vita, come parte di me, potrò persino addormentarmi dentro al dolore, e lì, senza quasi accorgermi, mentre mollo i pugni, mentre la tensione respira, mentre mi pare di cedere per sempre, di cadere dentro quel buco, sto in realtà guarendo.

Sono in piedi a guardare il fosso, le gambe rispondono, ma non servono più: sono cresciute le ali.

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