Pensieri su un anno extra-ordinario (che sta finendo)

Ci si trova spesso in questo periodo dell’anno a fare bilanci, e quest’anno tanto di più. Cercavo allora una foto che lo rappresentasse, per come è stato il mio racconto individuale, dentro la vicenda globale. Ripercorrere le immagini con cui avevo fermato i vari istanti è stato come suonare la tastiera di tanti sentimenti: incredulità, sostegno a chi si poteva, la giornata in cui sembrava proprio di non farcela a girare un’altra pagina, e poi lentamente le scintille di luce in fondo al buio. Ecco allora la mia foto per questo 2020, fatta in Umbria, nella casetta di Assisi il 17 di giugno.

Ricordo che mentre guidavo dal Friuli dentro all’Appennino mi sembrava di scrollarmi dalle spalle secoli non mesi. Dietro a me c’erano i giorni della Milano ferita che avevo trovato dopo l’India, le lezioni di yoga condivise sulla rete che erano diventate un nuovo modo di stare insieme. Il lavoro che aveva puntellato i miei anni per 20 anni completamente sospeso, una nuova vulnerabilità in cui ci eravamo ritrovati in molti. L’aria, fuori dai muri di una casa che era tutta la primavera che si poteva, pesante di suoni d’ambulanza e di paura. Eppure l’ostinazione di trovare ogni giorno una scintilla di luce per raccontarla anche ad altri.

Ricordo il primo giorno con i piedi scalzi sul prato, quando era stato allungato il numero dei passi concessi. Le lacrime che scendevano a secco sulle guance, senza neppure il sussulto del pianto, come fossero state sull’uscio da tante settimane ad attendere anche loro di prendere aria e respirare. La gioia di riprendere a fare le cose grandi che erano diventate per troppo tempo normali e non se ne vedeva più la bellezza: una spremuta al bar con un amico, il sapore del gelato a cavalcioni sul naviglio.

E quando poi i numeri e il calendario parevano promettere che presto si sarebbe potuti uscire dai propri confini, un’ulteriore prova che mi portava dritta all’ospedale in Friuli, dove a mia madre veniva tolto l’utero che mi aveva contenuta, esattamente nel reparto in cui ero nata: non poteva essere un caso, si trattava di una morte e rinascita da maneggiare con cura. I giorni a seguire, nella casa dove sono cresciuta, sono stati la fragilità di due esseri umani anziani che pure erano stati i capitani della mia vita. Ricordo che sentivo a volte dietro la fronte che non con la mia forza, ma solo attingendo direttamente dalla sorgente cosmica, potevo ancora trasformare ogni giorno in luce.

Poi è arrivato un giorno che doveva essere proprio l’ultimo di quella salita. L’ho sentito con certezza e impellenza e l’ho comunicato. Le cose in casa avevano ricominciato ad andare abbastanza bene, e io ho infilato in auto quanto poteva bastare per vivere una stagione o anche una vita intera. La direzione era il luogo che ininterrottamente avevo sognato: la casetta di Assisi. Era giugno, la stagione delle ginestre, la mia preferita, ed era anche un tempo senza tempo. Ne ero certa: stava girando un nuovo capitolo dell’eternità.

Quando sono arrivata alla casetta di legno, per prima cosa ho controllato che ci fosse ancora tutto quello che avevo atteso: il profumo della primavera matura che mi faceva da coperta la notte, la costellazione di lucciole che disegnava l’aria la sera, il tramonto che si appoggiava sui colli, il vento che rivelava le pieghe dell’erba. Una sera, seduta sul balcone, ho avuto la sensazione di vedere dentro gli spazi della vita. Di scorgere tra le fibre del creato una forza più grande che era in tutto, in tutti e ci rendeva uguali. In quel centro intenso sono arretrata da ogni paura e me lo sono promesso: non poteva essere stato tutto per nulla: era tempo di vivere completamente la mi mia vita. Non si trattava neanche più di scegliere, ma di fare la cosa giusta.

L’autunno, un nuovo lockdown.  Ma questa volta per me è stato una prova generale del futuro: non fare più compromessi, mettere insieme i fili della mia storia. Finora è sempre stato che quando ero a Milano mi difendevo sapendo di poter scappare ad Assisi, e quando ero ad Assisi sapevo di potermi sentire anche altro perché avevo la cultura di Milano. E’ tempo di non fuggire più, di avvicinare queste parti di me. Spiritualizzare la mia parte professionale, professionalizzare la mia parte spirituale. Tagliare quello che ha già dato tutto il nutrimento che serviva a quello che vuole essere costruito, e avere il coraggio di fare le azioni necessarie a renderlo realtà.

E così mi trovo in questa fine anno di fronte a un perno in cui gira tutta la mia storia: credere in me, ringraziare dei doni che ho ricevuto, condividerli, chiamarli completamente futuro e vita. E mentre lo dico, dalla finestra vedere gli amati i colli, le ragioni sacre che danno senso ai miei giorni, senza cercare più una via di fuga. Eccomi ad Assisi.

 

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