La grandezza della solitudine

Assisi, 6 dicembre 2020

 

Caro Jim,

la tua lettera mi ha scaldato il cuore.

Anche io a volte me lo chiedo se, dopo un mese e mezzo che sono qui da sola – salvo che per le poche cose indispensabili come il rifornimento di cibo e di legna -, quello che vedo fuori sia ancora davvero il mondo e non invece una proiezione del mio mondo interiore che ha trovato qui così tanto spazio per espandersi. E allora diventano preziosi questi nostri scambi, sapere che dentro possiamo essere in contatto ancora con così tante persone, anche se fisicamente sono lontane. Quanto l’amore sia staccato, appunto, dagli attaccamenti e possa essere nutrito, e persino fatto sentire, accudendolo dentro di sé.

Io ho sempre amato la solitudine, devo dire la verità. È venuta con me quando sono arrivata in questa vita. Fin da bambina avevo una compagnia immaginaria di amici, il che faceva molto innervosire mia sorella, un animale molto più sociale di me. E tante volte, in questi ultimi vent’anni trascorsi in città, mi sono accorta della fatica che facevo, più di tutte le altre fatiche del fare, a far respirare la mia aura, in spazi stretti e affollati. Credo che esistano anime porose, permeabili, che non riescono a schermarsi da quello che accade fuori, e di averne in dotazione una.

E se è vero che la nostra realtà è la manifestazione dei semi che abbiamo piantato con i pensieri, so bene quando ho iniziato a preparare quella che ora sto vivendo, questa meravigliosa convivenza con la natura, i suoi ritmi, anche con le sue bizze in questi ultimi giorni di pioggia e di vento. Tra le moltissime volte, l’ultima è stata poco più di un anno fa, quando ero andata in India, e mi ero regalata il sogno di visitare l’Himalaya. Il ricovero delle montagne, il contatto con la terra, con l’aria tersa che sembra continuamente rinnovarsi dal Cielo, la vicinanza con albe e con tramonti intrisi di Sacro, mi avevano reso difficile il congedo. Mi sono dunque fatta la promessa che mi sarei dedicata un tempo senza date in uno stato così. E allora eccomi qui nel piccolo Himalaya delle colline umbre, che cambiano un po’ ogni giorno stagione e che sono diventate delle presenze vive e parlanti per me.

Negli anni la mia solitudine è cambiata, e la tengo cara anche in mezzo alla gente, come un luogo di silenzio in cui ho bisogno ogni giorno di ritirarmi. Ed è cambiata anche in questo: un tempo era uno stato desiderato solo se l’animo era sereno, mentre diventava un amplificatore molesto dei momenti di vita pungenti, ad esempio se ero in attesa di qualcuno o di qualcosa, o se una delusione era calata portando tristezza. In quegli istanti la presenza di altre persone mi serviva ad assordare quello che dentro avrebbe risucchiato la mia energia. Ora invece tanto più in quei momenti di trasformazione ho bisogno di essere sola e di viverli fino in fondo, di attendere con pazienza che si rivelino e mi parlino. E forse questo non vale solo per me, ma per la specie intera: è nei momenti delle nostre tristezze che abbiamo l’opportunità di cambiare, di rinnovarci, perché sono questi i momenti in cui l’ordine noto è rotto, e chiede nuove direzioni.

In tal senso ritengo che in questo anno così trasformante sarebbe, o sarebbe stato, bene fare buon uso del silenzio e della solitudine che è arrivata e che non abbiamo scelto: per assicurarci di essere pronti, quando qualcosa inizierà – e appositamente non dico ri-comincerà – di aver camminato in parallelo con il tempo nuovo e di essere abbastanza evoluti per abitarlo.

Il cambiamento si sa, fa molta paura, e c’è sempre il rischio di cedere alla tentazione di voltarsi verso quello che si conosce già. L’ho sperimentato una volta di più in questi giorni, di fronte a una decisione grande che sto prendendo. La mia solitudine all’improvviso era diventata un luogo di paura e ansia. Finché mi sono seduta nel silenzio e ho iniziato a parlarle, a chiedere a queste emozioni da dove venissero, quali fossero le loro reali radici, quali le immagini e le proiezioni che le facevano aizzare. Una volta accolte, si sono fatte più dolci, si sono sciolte in pianto e poi in riposo. Il giorno dopo al loro posto c’erano la curiosità e l’entusiasmo per la varietà della vita e i suoi paesaggi, la voglia di sperimentare seguendo le intuizioni che nascono dalla nostra parte più saggia. Ero di nuovo pronta al viaggio.

Di nuovo era ripristinata anche la fiducia nel disegno perfetto che ci viene rivelato con le cose e le presenze che ci sono in ogni momento nel nostro cammino. Sono questi i segnali sulla mappa che ci viene consegnata. Sono rimasta perciò così, serena e sconfinata.

E siate certi che questo viaggio vi terrà sempre nel cuore, carissimo Jim, anche il nostro silenzioso, lui più di tutti, Dinesh.

Shraddha

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