La vita vista da suo centro

 

Assisi, 30 novembre 2020

 

Cari, sempre cari, Jim e… Dinesh, avvolto nel silenzio.

Qui oggi, insieme a un cielo blu come lo disegnerebbe un bambino, è arrivato il freddo ad annunciare dicembre.

La natura è stata quasi tutta vestita dei suoi abiti invernali dagli ultimi giorni di pioggia e forte vento. Poche sono le foglie rimaste sui rami, e i colli hanno ritirato all’interno i loro colori, che riemergeranno a primavera. La natura in ogni stagione riserva così tante sorprese: in città non le ricordavo più.

A proposito di quello che scrivi nella tua lettera, Jim, mi sono venuti in mente i primi giorni in cui ero ritornata qui, dopo la lunga reclusione dentro l’appartamento in primavera. Mi piaceva sedermi fuori sul ballatoio di questa casetta di legno quando iniziava l’oro del tramonto. Vedevo tutto così straordinariamente vivo, più vivo di quanto lo avessi mai visto prima.

Poi una sera all’improvviso questa visione viva ha preso un volto nuovo. Era come se vedessi non più gli steli delle ginestre mosse dalla brezza, i fili dell’erba forte e verde nella distesa del prato, e in mezzo i generosi fiori di giugno: il mio sguardo si era fatto capace di andare sotto ognuna di queste forme e potevo vedere la vita che vi viveva dentro. L’illusione che rivelava la sua meravigliosa illusorietà. Non come quando in città non aderivo più alla realtà, no. Era come se potessi distinguere l’anima luminosa che pulsava all’interno della creazione. Ho sentito come mai prima quanto la realtà, anche nel suo volto più splendente, sia irreale. Fatta per gioirne, ma tuttavia irreale.

Una cosa simile mi succede a volte durante la meditazione: è come se il centro di me si staccasse dai pensieri. E allora c’è questo centro luminoso e intorno il brusio di quello che chiamo vero ma non lo è. Da questi istanti sto cercando di imparare a non identificarmi troppo con le cose, a trattenere sempre una parte in un luogo interiore che osserva ciò che accade fuori.

E in questo modo provo anche a osservare la pressione di questo tempo che sembra volerci piegare, e piegare i fili d’erba, i rami degli alberi, le poche foglie rimaste appese. Ma dentro quest’erba, questi rami, queste foglie, la vita continua a pulsare, a essere luminosa sotto l’abito ripiegato, e lì nessun virus potrà mai arrivare. Quando mi prende un po’ di paura per il futuro, mi siedo allora lì, al centro e mi godo lo spettacolo che va in scena, sapendo che, per quanto possa essere realistico, basta voltarsi per vedere il fascio di luce del Grande Proiettore da cui tutto si origina, e che è l’unica cosa veramente vera.

Ciascuno di noi ha all’abito che serve a questa stagione, per imparare ciò che in altre non era stato del tutto liberato. E se siamo qui adesso, a vivere proprio gli accadimenti di questi tempi, è perché a livello generale e singolarmente per ognuno di noi, essi contengono proprio gli insegnamenti di cui abbiamo bisogno per avvicinarci di più alla luce originaria, per preparaci al gran viaggio di ritorno.

Perciò mi pare che dovremmo sostituire i giudizi di buono e cattivo per raccontare un tempo, con la misura di quanta luce abbia potuto portare a galla, quanti passi ci abbia fatto fare verso la meta. E chissà che tra qualche giro di calendario non ci si trovi a ringraziare questo anno strano, apparentemente fermo, per essere stato il perno attorno a cui è girato tanto futuro.

Un abbraccio a te Jim, che lo ricevi attraverso queste parole, e a Dinesh che lo riceverà nell’ovatta del suo ritiro, come un pezzo di natura.

A sempre

Shraddha

 

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