Il disegno perfetto dell’Affidamento

Assisi, 13 novembre 2020

Amici cari,

Sono stata così felice di ricevere le vostre lettere e di sentire quanto si possa essere vicini anche in questo tempo, soprattutto in questo tempo, in cui è importante dare solo i corpi alle distanze e ai confini che sono stati innalzati. Essere fermi fuori eppure così mossi interiormente, così pieni di vita, a testimonianza che questa è ben altro da quella cosa inquieta che abbiamo celebrato prima di far fronte all’emergenza.

Vi devo anche delle scuse per non essere stata tempestiva nella risposta, ma qui succedono tante piccole cose ogni giorno. Novembre ci ha regalato dei cieli tersi e ancora molto miti, ma all’improvviso la natura volterà lo sguardo verso l’inverno, e bisogna essere pronti. Così anche questa mattina mi sono svegliata molto presto, l’alba stava appena disegnando il contorno dei colli, molte nuove foglie della grande quercia erano a terra, come coppe piene di rugiada. Ho fatto le mie pratiche, ho meditato davanti all’imponenza del monte Subasio, lasciando che insieme il sole sorgesse dentro di me e in questa natura piena di pace. Ho dato da mangiare alle due gattine selvatiche, che da tre anni ormai vivono intorno alla casa, e poi sono andata a raccogliere un po’ di legna piccola per accendere la stufa, prima che la pioggia la renda inservibile. Ho raccolto ancora un po’ della lavanda rimasta sulle piante quando ero in città, per farla essiccare e per preparare dei sacchettini profumati da regalare a Natale, e poi – sentite bene! –  ho scoperto tra i rovi due rose. Ho respirato un po’ in questa meraviglia, poi mi sono messa al lavoro con le parole.

Sono ormai due settimane che sono in questa casetta, ed è come se un vestito di pelle tesa cedesse ogni giorno, liberando piccole scintille di verità che avevo coperto, poiché mi davo eccessiva importanza riguardo a quello che accade fuori. È quasi un fiorire nel pieno dell’autunno, o una gioia nel cuore del dolore. Ci sono preoccupazioni che mi sembravano primarie quando ero a Milano, e di cui ora vedo l’illusione. A tratti riesco anche a penetrare in questo centro da cui risale la vita e vedo lo spettacolo della trasformazione del mondo con curiosità e distacco, senza più pregare per nessun risultato, se non quello che è giusto e vero e che verrà da sé, e che magari non è ora alla portata dei miei occhi miopi. Intanto, collaboro alla ristrutturazione del futuro attraverso piccoli gesti, attraverso pensieri d’amore che non abbracciano grandi teorie, ma che si occupano di dare riparo a un ramo spezzato, o di mettere sul prato una chiocciola perché non venga schiacciata. Sento quanto sia necessario in questo momento tenere pulito ogni pensiero, soprattutto quelli non ascoltati da nessuno. E sentirsi ricchi di quello che c’è.

La gratitudine è stata proprio il sentimento che mi ha sopraffatto questa mattina mentre meditavo. Un’espansione che avrebbe voluto abbracciare tutti e ringraziare. Siete fortunati se non vi ho chiamato, nel cuore della notte e del giorno nelle rispettive latitudini, per farvi recipienti di questo amore che sentivo: era così forte che vi avrei spezzato il fiato. Credo sia cresciuta nel mio giardino interiore dopo tutti questi mesi strani, come un piccolo premio per aver alla fine imparato ad aspettare.

Sai Jim, anche io ho creduto sempre molto nel valore della volontà, e ne ho approfittato fino a farmi male. Dentro di noi c’è un grande potere, sì, una volta che ne siamo consapevoli, possiamo trascendere persino i limiti umani, nel bene o nel suo opposto, in questo caso con un prezzo prima o poi da pagare. Ma ho capito nel cammino spirituale che siamo come cavalli ciechi se pensiamo che questo potere, che agisce attraverso di noi, sia veramente nostro, e non ne siamo invece altro che i gestori temporanei, lo strumento cavo che fa uscire da sé la melodia ma non la possiede. E che separare questa forza dalla sua sorgente è un pericolo infinito, per noi e per gli altri. Mentre, se la suoniamo insieme al Grande Compositore, ci restituisce alla nostra natura divina.

Proprio questo potere reso troppo umano, che in me aveva assunto anche i volti prepotenti del controllo e di una grandissima tensione, ho cercato di lasciar andare durante i mesi della chiusura di primavera. D’altro canto non ho neppure potuto scegliere, ho dovuto accogliere che era quello che l’Universo mi stava chiedendo: che mi arrendessi, che lo lasciassi fare. All’Universo, alla Natura, all’Intelligenza cosmica ho trovato anche negli anni l’ardire di restituire il nome di “Dio”, perché a un certo punto bisogna avere il coraggio di dirlo, di nominare il nome di Dio. Di riconoscere la propria piccolezza, di chiedere e di pregare, di inginocchiarsi e di offrire le nostre forme finite, le nostre tristezze e solitudini, per riconoscere che la direzione e la pienezza sono quell’Infinito. E non si termina mai di trovare parti di sé che non si sono ancora inginocchiate, ancora offerte, ancora rilassate e arrese a questo disegno più grande.

L’ho capito tanto di più in quei mesi, quando le mie certezze e tutta quell’impalcatura umana a cui avevo appeso la mia vita non reggeva più, eppure – vedete? – sono ancora in piedi. Quello che chiamavo il mio lavoro, in tutte queste chiusure, si svolge ormai poco più che nel tempo libero. Eppure non sono mai stata così impegnata, a fare cose da cui non aspetto nulla e che mi stanno dando tutto. Insegnare, condividere, portare un po’ di luce o chiederla nel giorno più buio. “Cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua volontà, e tutte le altre cose vi saranno date in sopraggiunta”: ecco, vivo profondamente in queste parole del Vangelo di Matteo. Ed è stato proprio in questa resa, mentre le cose a cui mi tenevo si spezzavano, mentre mia madre si ammalava e fuori non riconoscevo più il mondo, che è finita la vita di Giulia ed è iniziata quella di Shraddha, il mio nome spirituale: in sanscrito, la forza d’amore che riporta al divino. Non la fede, il dogma: ma l’affidamento.

La parola “affidamento” mi piace molto e mi fa riposare. Una bella sfida per una persona tesa e convinta di dover controllare ogni cosa, e che persino da Dio ha sempre cercato di presentarsi con i compiti fatti per bene, anziché chiedere di farli insieme. Ed è da questa prospettiva che ora vedo che il disegno è sempre perfetto, che non c’è una sola cosa che non sia divina e che non sia per noi, per insegnarci qualcosa, come individui e come specie. Anche in questo tempo strano. E che dunque è la nostra tracotanza che ora dobbiamo lasciar andare. Riportarci in questo centro in cui non siamo più noi, non siamo più soli. Da lì inizia la ricostruzione: lì, accanto alle macerie e ai rovi, ci sono dei germogli, c’è profumo di fiori.

Vostra

Shraddha

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