Esercizi d’amore allo schermo

9 novembre 2020, Assisi, Italia

Cari Jim e Dinesh,

Scrivo “cari”… e, mentre lo faccio, penso che dovremmo inventare un alfabeto nuovo oggi, che le parole non possono più essere quelle che abbiamo consumato prima di tutto questo, e allora “cari” qui non è lo stesso di quando lo si scriveva con distrazione, in velocità.

Dovrebbe contenere il sussulto del cuore che sento quando lo digito: perché mi siete veramente cari e perché sono così grata che in questo momento, in cui tante persone si stanno ammalando, tante cose stiano invece guarendo, e mentre una forza cerca di premerci addosso il buio, questa stessa coperta oscura si squarci di fronte alle forme della verità e le riveli.

Siamo così lontani e così vicini! Cos’altro potrebbe insegnarci questa prova che ha sfidato il mondo intero, annullando secoli di quello che chiamavamo progresso, se non che dobbiamo rivedere i concetti di tempo e di spazio, e che da qui ne usciamo o tutti insieme o nessuno?

Questa mattina mi sono svegliata prima dell’alba, mi succede molto spesso da quando ho lasciato Milano e sono venuta in questa piccola casetta di legno dentro il paesaggio sacro dei colli di Assisi. Forse perché un po’ alla volta qui mi sto togliendo gli abiti umani: un po’ al giorno sto diventando prato, sto diventando le foglie della grande quercia che sento cadere la notte, come una pioggia che attutisce i segreti dei sogni. Sto diventando il vento che la sera spande sulle cose la luce del tramonto.

Ma questa mattina è stato diverso ancora: ho sentito il respiro del cuore, ho sentito che tanti lacci che avevo annodato per tenerlo insieme, per paura che qualcuno infilasse il dito nei tagli che porto come eredità del tempo vissuto, avevano ceduto: e la vita poteva di nuovo attraversarlo liberamente. Non avevo più timore di mettermi nelle mani di questa grande trasformazione che ci chiede di essere sottili, di farci da parte, di affidarci e di farci portare. Non avevo più bisogno neanche di sapere dove devo arrivare. La luce tersa intorno al Monte Subasio, che in breve sarebbe diventata il nuovo giorno, era tutto quello che sapevo e mi bastava.

È una benedizione essere qui ora, e sento forte il privilegio di essere questa volta un po’ a lato dell’emergenza che preme ancora in tanti angoli del mondo e nella mia città. Sentivo che era giusto così, anche se ho ricevuto tanti doni dal lockdown di primavera. E anche per me, come per te, caro Jim – e “caro” leggilo come ho scritto sopra – è stato un percorso verso la gratitudine e la scoperta di quello che avevo e non ero più in grado di vedere. È ovvio che non c’è in gioco soltanto il virus, e che della vera malattia eravamo ammalati già da prima. Ero ritornata dall’India a metà febbraio, dopo un mese in cui tutto mi sembrava rischiarato da quei luoghi potenti e pieni di messaggi inattesi, la mia vita di sempre mi era ritornata in faccia con prepotenza, come volesse strapparmi subito via la luce dagli occhi. “Non è una vita possibile questa!”, mi ero ritrovata a dire. Pochi giorni dopo, il 19 di febbraio, Milano chiudeva tutto.

Wuhan, in Cina, sembrava avere avuto già numeri da catastrofe moderna, per generazioni che non hanno conosciuto la guerra e che non hanno mai in fondo dovuto fare i conti con la propria vulnerabilità. Ma Milano e la Lombardia, la terra invincibile che aveva sempre fatto bene i compiti per essere la prima della classe in ogni cosa, stava facendo di peggio e non era proprio preparata a questa fama al contrario: all’improvviso sembrava senza difese, tutta la sua creatività era inerme, le vetrine di moda superflue, la sua frenesia lavorativa le si rivoltava contro. Tutti “lavori non necessari”, e tra questi il mio soltanto culturale. Servivano respiratori, servivano più posti letto, i numeri crescevano così velocemente che non sembrava possibile ci fossero persone dietro quelle cifre.

Qualcuno tentò di andarsene. Qualcuno pregò anche me di farlo, il 7 marzo, quando mi trovavo a Londra, perché ancora si poteva viaggiare, e fu annunciato che dal giorno dopo la Lombardia sarebbe stata blindata: “zona rossa”, recitava la condanna. Era il compleanno della mia nipotina Francesca quel giorno, e avevo attraversato il paesaggio surreale dell’aeroporto per lei, per un abbraccio che aspettava e per consegnarle il pacchettino con il fiocco che le avevo fatto vedere al telefono. E anche perché ancora non si era capita fino in fondo la serietà degli eventi. Ma proprio lì, mentre mi imbarcavo, mi resi conto davvero di quello che stava succedendo, con quanto sospetto le persone avessero iniziato a guardarsi. Del sapore metallico della paura che si sarebbe infilato dentro i nostri pensieri per mesi.

“Tu che sei fuori, non ritornare!”, mi suggerivano gli amici. Ugualmente, da Londra scelsi di rientrare nella città che mi ha adottato quasi vent’anni fa: se c’era una lezione da imparare, era lì che naturalmente sarei dovuta essere a ricevere il messaggio per me. E magari era da lì anche che potevo dare il mio piccolo contributo. D’altro canto l’allontanamento sarebbe stato inutile: poco dopo tutta l’Italia fu dichiarata “zona rossa”. Ricordo le ore strisciate dal suono incessante delle ambulanze, il modo in cui ciascuno imparava un po’ al giorno a farsi piccolo, a occupare meno spazio possibile dentro case nate non veramente per vivere, non per affrontare la vita e le persone con cui bisognava condividere le proprie fragilità nei palazzi: ma per lavorare, per appoggiare le borse tra un impegno e l’altro. Improvvisamente quelle stanze erano tutto il nostro universo, mentre la primavera un po’ alla volta si faceva avanti e cresceva rigogliosa dietro le finestre.

E di quei giorni ricordo anche con profonda commozione i messaggi che arrivavano dagli angoli lontani del mondo, e quanto questo mi abbia dato l’idea di come si continui a vivere, oltre il proprio corpo, dove si è lasciato un sorriso o un pensiero d’amore. Dinesh, ricordi? Mi spedivi al mattino dei piccoli video dalla natura indiana: “Un minuto di meditazione per te”, mi scrivevi per far durare di più in me la luce del tuo paese. E arrivavano messaggi anche da luoghi fragili, a cui il nostro mondo muscoloso pensava che avrebbe dato sempre solo supporto. Una ragazza del Ruanda, che un giorno avevo creduto di aiutare io, mi scrisse: “Sto pregando per te”, raggiungendo luoghi profondi del mio cuore. Ma anche questo non era lo scenario definitivo, perché a uno a uno, ci fermammo tutti. Tutti in tutto il globo, milioni di storie diverse, eravamo all’improvviso di fronte alla stessa vertigine di guardare profondamente negli occhi quello che eravamo, senza via fuga. Avevo la sensazione che non fossimo mai stati tanto vicini, com’era da quando eravamo costretti a stare lontani.

Non contavano i ruoli che avevamo fuori, ma quanto eravamo stati in grado di crescere nei piccoli e grandi dolori quotidiani, quanto li avevamo saputi decifrare, e quanto avevamo saputo costruire quella che tu, Jim, chiami la nostra “immunità spirituale”: un’immunità a cui ci si allena un poco al giorno, per quando una cosa grande ci metterà davanti allo specchio di ciò che siamo. E poi c’era la vita davanti agli schermi, ognuno metteva a nudo il proprio ambiente domestico e condivideva quel che sapeva e poteva. Personalmente, da subito mi sono messa a insegnare yoga, a parlare della gioia scientifica trovata in questo cammino, una gioia che ci attendeva ancora, promettevo, oltre il buio della paura. Ci trovavamo in gruppi sempre più grandi a fare maratone di Saluti al sole – Surya Namaskar – perché la reclusione non ci facesse spegnere la luce interiore.

Su quello stesso schermo un giorno avrei dovuto vedere anche le lacrime di mia madre. “Cellule tumorali” era stato l’esito dell’esame che avevo pregato la dottoressa di anticiparmi al telefono, perché non fosse sola, a 500 chilometri da me, quando lo avesse ricevuto. Cercai di spuntare gli spigoli alle parole, prima di metterle nelle sue mani. Ma lei intese subito: “C’è un tumore vero?”. Così il mattino prese per me anche il colore di due persone anziane dietro lo schermo – i miei genitori – che muovono il corpo come possono, mentre io ripeto loro le parole di Yogananda, il mio Maestro, e guido i suoi Esercizi di ricarica. “Non possiamo permetterci neanche più un solo pensiero negativo”, avevamo convenuto. E così vidi per la prima volta nella vita mio padre pregare, con le mani giunte davanti al cuore, e mia madre disegnare nell’aria parole nuove e indiane con le labbra che tremavano, confidando in me e che in quei suoni ci fossero la sicurezza e il sonno che non riusciva più a trovare in sé. E la vidi anche fingere uno starnuto per portare il fazzoletto al viso e coprirlo, quando un canto che stavamo facendo le aveva fatto tracimare il cuore. Fui più fortunata di te, Jim: perché lei fu operata il 4 di giugno, il 3 avevano riaperto le frontiere delle nostre regioni, e sono potuta partire, raggiungere le mie montagne in Friuli e stare con lei, il tempo per vederla di nuovo stare bene.

Intanto Giulia era diventata Shraddha, ma questo ve lo racconto un’altra volta, era estate e finalmente sono venuta qui, ad Assisi, nel mio angolo di paradiso: a inginocchiarmi, a ringraziare. A stupirmi di ogni filo d’erba, del profumo delle ginestre che mi avevano aspettato. A reidratarmi di luce, a camminare a piedi scalzi sul prato, a scoprire che la bellezza non se n’era mai andata, e che ci sono cose in noi che nessuna pandemia potrà mai rubare. Forse stavamo assistendo insieme alla nascita di un mondo migliore, più unito, più compassionevole, ci dicevamo in tanti. Per questo è stato difficile, al rientro a Milano dopo l’estate, trovare invece che tutto faceva finta di essere come prima, la brutta copia di quello che era già stato: tutto mosso e agitato, e poi arrabbiato, separato, ognuno a fare per sé. E forse per questo la prova ancora non è finita, e non finirà se non impareremo qualcosa da questo dolore e allora, se non lo faremo, sarà stato un dolore sprecato. Non c’è in ballo solo il virus, ne sono certa: c’è un salto per la nostra specie, qualcosa più grande di noi ci sta scuotendo le spalle. Ma il nuovo non inizia quando verremo a capo delle nostre piccole preoccupazioni e avremo tempo per ascoltare questo appello dell’universo. Al contrario, le cose fuori cambieranno quando cambieremo dentro. Perciò, davvero: non possiamo permetterci neanche più un solo pensiero negativo. Nessun trucco più contro la verità. Ce la faremo?

Mi unisco a voi per la gioia del nuovo inizio in Usa: che sia un passo verso il mondo che aspettiamo.

Vi raggiunga il mio abbraccio.

Shraddha

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