Compassione

Un tempo pensavo di avere chiara la strada per evolvere dalle ferite: in principio c’era la rabbia, poi seguiva il perdono, infine era davvero dietro alle mie spalle il dolore e anche l’artefice della lezione che dovevo imparare quando affiorava la gratitudine. Invece ho dovuto scoprire da poco che ci sono anche altre tappe da fare, un altro oltre da raggiungere.

E’ successo mentre trascorrevo dei giorni con una persona vicina, una persona da cui avevo imparato molto e da cui avevo anche dovuto distanziarmi molto, lavorando con cura per slacciare ogni punto di non libertà in cui io non ero io, ma ero quello che i condizionamenti che mi imprigionavano alle attese di un altro mi facevano fare. Allora ero giovane, senza contorni, sentivo chiaro cosa non volessi essere, ma non avevo idea di cosa volessi diventare.

Da quel tempo sono passati molti anni: ora sono una donna adulta, ho percorso almeno metà del cammino, e anche se a ogni passo mi pare di sapere di meno quanto disti il traguardo, li ringrazio tutti perché ognuno mi ha insegnato qualcosa di me e di quello che in me vuole sbocciare. Lui invece è divenuto una persona anziana, e quei punti fragili, che allora mi parevano spade invincibili, non sono più immersi in un mare di concetti altisonanti in cui mi confondevo e finivo sempre per farmi trafiggere.

Ora quei punti sono come boe che emergono dall’acqua, punti di sicurezza a cui si tiene per non affogare, in cui mi pregherebbe ancora di stare di guardia con lui, per lui, per tenerlo vivo nella mia vita. E non è possibile. Così ogni volta che ne mostra uno all’orizzonte, dal lontanissimo a cui ero giunta, provo in principio una sensazione di rifiuto, di non volerlo neppure guardare. Poi rifletto: un punto veramente superato non dovrebbe indurci a nessuna reazione. E riprendo in mano per rassicurarmi le tre magiche carte: rabbia, perdono, gratitudine.

Sì, ci sono ancora tutte tre, quindi non si tratta di questo. Si tratta di altro, oltre. Si tratta di voltarsi e di sollevare lo sguardo dalla boa all’uomo. Di trovare nella sua storia dove quelle vulnerabilità si siano generate, a qualche punto della sua vita non abbia potuto fare altro che quello, e poi ripeterlo, in mancanza di qualcosa di meglio. Si tratta di vedere a quali dolori quelle abitudini siano state cerotto, e cercare di soffiare un po’ di bene. Soffiare guarigione a quei tagli rimasti infantili in una vita invecchiata. Di rassicurarli.

Forse sarà troppo tardi, forse non accadrà nulla di visibile, ma quell’istante di compassione quando avviene fa tanto bene anche a me, mi porta un po’ più avanti nel cammino di crescita e di libertà, sapendo anche che non c’è una catena da cui ti sleghi che non liberi anche chi te l’aveva tesa. A quel punto, solo a quel punto, puoi davvero fare quel che resta: disidentificarti da quel che è stato, non è più la tua storia, e continuando a comprendere, ad amare, proseguire.

 

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

One thought on “Compassione”

  1. BUongiorno Giulia, dopo qualche giorno, torno a rileggere queste parole che mi hanno colpito subito, come sempre e più di sempre, tra i tuoi scritti.
    Inizialmente, di primo acchito, avrei voluto sapere a che “tipo” di persona si riferivano… un amore? un legame familiare? un genitore forse?… Ora rileggendo mi rendo conto che non è poi così importante, non lo è affatto.
    E’ importante come trasmetti queste sensazioni, come ce le regali permettendo anche a noi, come già ti ho scritto altre volte, di nominare le cose che ci stanno dentro, su cui fatichiamo a definirle, lasciando poi che esse vivano al posto nostro senza lasciarci liberi.
    E grazie ancora una volta per questa disponibile condivisione
    Marialessandra

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