Completezza (sull’amore).

Un amico ieri mi raccontava dei suoi dolori d’amore. E a un certo punto mi dice queste parole: “Tu da sola sei già una coppia, non vedo che ti manchi nulla“. Questa osservazione, arrivata da uno sguardo esterno, mi ha molto colpito. Non mi ero neppure accorta di quanta strada fosse passata dai tempi in cui mi struggevo per attendere una chiamata, una parola, una persona: ma è proprio così, non mi manca più nulla.

E questo non significa che ci sia una superiorità nello stare soli, e in fondo non lo sono quasi mai, ma che è tutto cambiato da quando con le persone che incontro ci si affianca come due completezze, che per un po’ fanno un pezzo di strada insieme, o per sempre, ma non perché non stanno in piedi senza il supporto dell’altro: per raddoppiare la forza, l’intensità con cui si cerca e si spreme la luce, la voglia di verità.

Cercavo, dunque, di raccontargli come era stato per me, per aiutarlo: e gli dicevo che in questo mio stare bene, non c’era per nulla meno amore, anzi che era cresciuto, sempre di più. Ma che era diventato progressivamente un altro amore, un amore che non aveva nulla a che fare con i benefici personali che si traggono legando a sé una persona: è ora un sentire più profondo, che vede il destino di anime, di cui la cosa che conta di più è che possano fiorire, liberamente.

Sì, liberamente. La libertà è inscindibile dall’amore: e questo significa mettere davanti la verità al possesso, all’attaccamento, alla gelosia, alla paura di essere abbandonati, traditi, di ritrovarsi soli. Tutto questo non può accadere quando l’amore raggiunge l’anima. Lì non si perde mai nessuno. E finché l’amore può rovesciarsi nel suo opposto, in odio, in tormento, in vendette, allora non è amore, è un’altra cosa, che sta sull’epidermide del cuore.

Il vero amore non ha opposti, da questo lo riconosci. E non è per nulla legato al cammino che fanno i corpi: quelli si possono trovare, perdere, persino non vedere più, ma il destino di due anime legate non lo può spezzare nessuno, e travalica la morte, si rincorre per l’eternità, finché il cammino sarà perfetto, finché tutti i nodi saranno sciolti e si sarà completamente liberi, cioè completamente capaci d’amore.

Questo è crescere insieme, camminare dentro il destino e non chiedere a ciò che deve essere di consolare le nostre ferite. “Ma come fai ad essere così?”, a questo punto mi ha chiesto ancora l’amico. Sono così perché ho sofferto molto ma non ho mollato mai la fiducia nella luce, perché ho fatto di ogni persona un maestro, un minatore nei canali del mio cuore: finché sono stati completamente aperti, affinché la vita ci possa passare, portare ciò che è mio, portare via ciò che è finito, lasciando scorrere l’amore.

 

 

Compassione

Un tempo pensavo di avere chiara la strada per evolvere dalle ferite: in principio c’era la rabbia, poi seguiva il perdono, infine era davvero dietro alle mie spalle il dolore e anche l’artefice della lezione che dovevo imparare quando affiorava la gratitudine. Invece ho dovuto scoprire da poco che ci sono anche altre tappe da fare, un altro oltre da raggiungere.

E’ successo mentre trascorrevo dei giorni con una persona vicina, una persona da cui avevo imparato molto e da cui avevo anche dovuto distanziarmi molto, lavorando con cura per slacciare ogni punto di non libertà in cui io non ero io, ma ero quello che i condizionamenti che mi imprigionavano alle attese di un altro mi facevano fare. Allora ero giovane, senza contorni, sentivo chiaro cosa non volessi essere, ma non avevo idea di cosa volessi diventare.

Da quel tempo sono passati molti anni: ora sono una donna adulta, ho percorso almeno metà del cammino, e anche se a ogni passo mi pare di sapere di meno quanto disti il traguardo, li ringrazio tutti perché ognuno mi ha insegnato qualcosa di me e di quello che in me vuole sbocciare. Lui invece è divenuto una persona anziana, e quei punti fragili, che allora mi parevano spade invincibili, non sono più immersi in un mare di concetti altisonanti in cui mi confondevo e finivo sempre per farmi trafiggere.

Ora quei punti sono come boe che emergono dall’acqua, punti di sicurezza a cui si tiene per non affogare, in cui mi pregherebbe ancora di stare di guardia con lui, per lui, per tenerlo vivo nella mia vita. E non è possibile. Così ogni volta che ne mostra uno all’orizzonte, dal lontanissimo a cui ero giunta, provo in principio una sensazione di rifiuto, di non volerlo neppure guardare. Poi rifletto: un punto veramente superato non dovrebbe indurci a nessuna reazione. E riprendo in mano per rassicurarmi le tre magiche carte: rabbia, perdono, gratitudine.

Sì, ci sono ancora tutte tre, quindi non si tratta di questo. Si tratta di altro, oltre. Si tratta di voltarsi e di sollevare lo sguardo dalla boa all’uomo. Di trovare nella sua storia dove quelle vulnerabilità si siano generate, a qualche punto della sua vita non abbia potuto fare altro che quello, e poi ripeterlo, in mancanza di qualcosa di meglio. Si tratta di vedere a quali dolori quelle abitudini siano state cerotto, e cercare di soffiare un po’ di bene. Soffiare guarigione a quei tagli rimasti infantili in una vita invecchiata. Di rassicurarli.

Forse sarà troppo tardi, forse non accadrà nulla di visibile, ma quell’istante di compassione quando avviene fa tanto bene anche a me, mi porta un po’ più avanti nel cammino di crescita e di libertà, sapendo anche che non c’è una catena da cui ti sleghi che non liberi anche chi te l’aveva tesa. A quel punto, solo a quel punto, puoi davvero fare quel che resta: disidentificarti da quel che è stato, non è più la tua storia, e continuando a comprendere, ad amare, proseguire.

 

 

Prepararsi al viaggio

Adoro i cieli in movimento, e forse è stato per queste nuvole in corsa, che hanno viaggiato ieri per tutto il pomeriggio, che all’improvviso mi è venuta a galla una chiarezza. Ho sentito, per un istante con convinzione piena, che c’è, dietro e ancora prima del virus e di tutto quello che vediamo in superficie, un grande movimento globale in atto.
Un’onda che ci chiede di farci portare, senza più ripensamenti, dove dobbiamo essere, nel luogo in cui possiamo fiorire e dove ci sono le vere priorità per cui siamo qui. Anzi: due forze agiscono, c’è questa velocità che ci propone di lasciar andare la paura, gli attaccamenti, le scuse, le abitudini, i comfort con cui ci crogioliamo per non diventare noi, e dall’altra parte una terribile immobilità dove si può restare per sempre, per sempre tirando fuori nuove giustificazioni, incolpando gli altri e le situazioni.
E il nostro compito sarebbe ora soltanto quello di prepararci al viaggio, all’inatteso, a qualcosa che non avevamo ancora pensato, per poi lasciar andare l’ancora e affidarci. In questo tempo richiede quasi più forza, più azione, resistere, restare vecchi, che abbracciare il nuovo
Non significa che dobbiamo spezzare tutto quello che è stata finora la nostra vita, la nostra quotidianità: ma avere ben chiaro cosa sia a servizio di cosa, senza più fare uno scambio di grandezze. Significa anche portare a termine quello che richiede un finale, con i tempi che servono, ma senza identificarsi troppo e avendo precisa la meta, senza farsi neppure troppe domande su come ci si approderà: che dare il nostro Sì è già abbastanza, al resto ci penserà, con meraviglia, l’universo.

Lasciar andare

Radicondoli e le valli senesi

Quest’anno, per come sono andate le cose, non ho fatto nessun programma di vacanze: e ho vissuto con estrema gratitudine il fatto che tardivamente il lavoro sia ripartito e che si sia disteso lungo tutta l’estate. Al solito, oltre tutto, portandomi via dalla città nei luoghi di natura che ho tanto sognato mentre ero chiusa nell’appartamento milanese.

Dal principio mi sono promessa una cosa: di non fare spreco di tutto il dolore globale che c’è stato, e di mantenere l’ordine umano delle priorità che era cresciuto durante il lockdown. Dunque, non si trattava di fare di meno, ma di farlo in modo nuovo e assolutamente entro i limiti della pace interiore. Di fare, anzi, della pace la misura di quanto potevo chiedere a me stessa, soprattutto in termini di identificazione con cose che erano state in modo evidente superate dalla forza della Storia.

In questo modo mi sono messa sotto i piedi varie centinaia di chilometri e negli occhi paesaggi di cui quest’anno più di sempre ho visto la bellezza. Finché sono arrivata qui, in questi colli senesi che sfumano le tinte dell’oro, dell’ocra e di un verde nutrito dalle piogge che sono state abbondanti nei mesi passati. Sono arrivata con il mio solito bagaglio di colori leggeri da indossare senza portare troppo carico, con l’agenda e i punti delle cose da fare per questo festival e da programmare per quelli che ancora mi aspettano.

Invece mi accorgo che il mio corpo non vuole stare a questo programma: mi dice che è agosto, che fa caldo, che non importa se io ho deciso che quest’anno non c’è sosta: lui ora è stanco e vuole comunque riposare. Che ‘mantenere la pace facendo’ è un buon proposito, ma che si può ancora migliorare: che può migliorare la fiducia in quello che la vita porta in ogni momento, e che quello che c’è è sempre quello che si deve seguire e in cui bisogna completamente stare.

A lungo ho parlato della necessità della resa come meta in cui in cui volevo indirizzare il mio cammino. Ma qui si tratta di fare qualcosa di più: di lasciar andare. Di smettere di sorvegliare tutti i tempi insieme, di affidarsi al presente e a quello soltanto, di essere certi che quello che in ogni istante si sta manifestando è il fotogramma di un disegno perfetto che da sé sta preparando il tuo futuro.

Si tratta di ascoltarsi profondamente, di continuare ad essere umani, vivi, reali e insieme osservatori di questa storia incredibile che è la vita, di cui è inutile cercare di anticipare le nuove puntate. Si tratta dunque di sdraiarsi nell’oro di questo paesaggio e di essere completamente qui, che il resto lo stanno tessendo le mani pazienti dell’eterno.