Una consapevolezza piena di spazio

“Ma sei matta a farti un altro lockdown?”. Comunicavo che finalmente ero riuscita a venire qui, in quello che per me è il paradiso. Appena le regole lo avevano permesso e appena me lo aveva permesso anche il Cielo, che per ognuno di noi ha avuto tempi e trasformazioni su misura in questo periodo. E un’amica ha commentato così, che era una follia infliggermi un altro isolamento.

Questa cosa mi ha fatto riflettere: perché per me questo invece era esattamente l’opposto del lockdown, anche se qui regna il silenzio, anche se devo deciderlo se voglio vedere qualche persona che non siano i gattini semi randagi cresciuti intorno alla casa e le altre creature del bosco, e per il resto sono completamente messa di fronte a me stessa e a tutto quello che mi attraversa.

Quando ero chiusa nell’appartamento a Milano era una solitudine diversa: ero raccolta dentro di me, in qualche modo occupavo poco spazio. Dovevo stare dentro le mura, perché oltre quei confini iniziavano gli spazi degli altri ed erano proibiti. Quindi è stato un esercizio di sintesi, ero l’essenza di me: sedevo dentro stanze soprattutto interiori, e lì me ne sono stata più tranquilla che ho potuto, cercando di crescere fiducia che anche quello fosse un disegno perfetto.

Qui è completamente diverso, qui sono ampia come i colli, come il cielo che arrossa l’orizzonte al tramonto, sono stellata come queste notti terse d’estate. E non sono la materia compressa che ho dovuto essere prima: sono aria, sono il canto dei grilli, il volo luminoso delle lucciole quando scende il buio. Amo l’intimità con il prato, ne uso sempre qualche colore anche quando cucino. Vivo con le porte aperte, a piedi scalzi, passo più volte che posso tra il legno della casa e quello del bosco che sta fuori. Rompo continuamente i confini. E questo per me è la vera fine del lockdown.

Constato che è stato un tempo importante anche quello trascorso in città in modo così strano: non mi capitava da moltissimo tempo di trascorrere così tanti giorni a fare qualcosa di diverso dal mio lavoro, e se ci ripenso è stata la preparazione esatta per quello che sono venuta a fare qui, ora che lavoro di nuovo, ma che non voglio mai più che la mia vita sia quella cosa tesa e con il fiatone che era stata prima.

Così delle volte mi sdraio, resto sdraiata finché sono completamente rilassata, sostenuta dalla terra. E a quel punto vado più dentro e trovo altre contrazioni più profonde da rilassare, resistenze con cui mi ero talmente abituata a convivere da non sentirle praticamente più. E poi ancora più dentro, e spezzo altre parti rigide, le sciolgo. Ascolto un po’ alla volta il mio corpo diventare pieno di spazio: spazio tra i respiri, spazio tra i pensieri, spazio tra le cellule. E dentro questa materia quasi gassosa io ci sono ancora tutta.

Divento una luce che traspare dalle tessere solide che chiamavo me, che si fanno sempre più lontane e che perdono la loro capacità di illudermi di essere la mia vera realtà. Il respiro passa attraverso tutte queste fessure e si fonde con l’aria, con il vento, con il respiro di tutte le altre creature, con il soffice delle nuvole che sbuffano nell’azzurro del cielo. Mi accorgo che più lascio andare più sono supportata da una forza che sostiene tutta la creazione. Più mi appoggio più sono sorretta.

Ecco io qui, ora, sono soprattutto vasta: una consapevolezza piena di spazio. 

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