Tutto il silenzio che serve alla Verità

Quando accade qualcosa di diverso da ciò che attendevi, fa molto bene provare a esercitarsi a fare silenzio. Quando tutto in te vorrebbe scattare e rispondere con il piglio di chi conosce quale sarebbe l’ordine giusto delle cose, porta una grande pace stare invece fermi, non fare nulla: lasciare che sia l’immobilità stessa a sottolineare quello che agita lo stato naturale, come una musica stonata che irrompe dentro un paesaggio di beatitudine.

La verità, infatti, ha bisogno di tutta questa calma per venire a galla. Ha bisogno di tempo e di silenzio. E allora magari potrai vedere che non era stata mai veramente toccata da quelle onde che avevano scosso appena la superficie della realtà. E potrai anche ritrovarti a scoprire che la tua risposta veniva dalla stessa superficie, e che un ordine ben più profondo stava cercando di emergere, non appena tu avessi fatto abbastanza spazio, abbastanza silenzio, per lasciarlo passare.

Il bene che siamo stati

Oggi è stata una giornata fantastica. E c’era tutto quel vento che portava addosso l’oro dei colli, il fiato degli alberi, il tepore trattenuto del prato. E poi una pioggia liberatrice che ha fatto scadere tanti cattivi pensieri in agguato in angoli acuti del cuore, angoli da cui potevano sempre saltare fuori e far marcire qualche istante di felicità. E così, da tutto questo movimento, da queste pagine scosse del tempo, sei saltato fuori anche tu.

È incredibile come la memoria alla fine sappia fare giustizia delle ragioni di un incontro. Perciò non sei ritornato con tutti i piccoli colpi con cui alla fine ci siamo fatti a pezzi, che quello era solo un modo come un altro con cui la vita ci diceva che era il momento di proseguire su nuove strade. Sei tornato come ci fossimo incontrati oltre l’effimero della storia che stiamo scrivendo ora, qui.

Come una voce interiore, un’anima che da lontano continua a lampeggiare e a farmi l’occhiolino quando arrivano quei momenti di noi che ci facevano tanto sorridere, e riposare dalla profondità a cui entrambi, e solo a quella, abbiamo fatto voto di fedeltà. Sei ritornato con le tue palpebre perfette, socchiuse verso un centro di luce che anche io ho visto a tratti accendersi sulla tua fronte, e a cui mi sono tenuta per capire la strada che mi stavi indicando.

Avevamo la forma di due vecchi amici che si raccontano le cose come stanno andando. Oltre tutti gli strati tesi dove sono rimaste impigliate le parole che non ci siamo più detti, per non darla vinta all’altro. A me è venuto subito di dirti grazie, ora ho capito. E poi anche: sai che ora saresti proprio contento di me. Di come faccio scorrere libera la vita dal cuore. Sì, saresti contento di come non accetti più nessun rimedio per ciò che mi manca, nulla che sia meno della verità.

Sto imparando anche a riposare, a vedere le fessure di luce che si fanno strada tra le tessere dei pensieri e dei respiri, a fidarmi, a lasciar andare, a farmi portare. A parlare piano e a non voler controllare. E avrei ancora tante altre cosa da dirti, di cui ringraziarti, ma ora toccherebbe a te, al tuo silenzio di parlare. Ma va bene anche così, alla distanza da cui continuiamo a stare vicini.

E se anche fosse solo un’idea mia non importa: so con certezza che non si perde nessun atomo di bene. E se non lo prendi tu il mio che c’è ancora, gli farà tana la terra, lo trasformerà in un fiore.

Una consapevolezza piena di spazio

“Ma sei matta a farti un altro lockdown?”. Comunicavo che finalmente ero riuscita a venire qui, in quello che per me è il paradiso. Appena le regole lo avevano permesso e appena me lo aveva permesso anche il Cielo, che per ognuno di noi ha avuto tempi e trasformazioni su misura in questo periodo. E un’amica ha commentato così, che era una follia infliggermi un altro isolamento.

Questa cosa mi ha fatto riflettere: perché per me questo invece era esattamente l’opposto del lockdown, anche se qui regna il silenzio, anche se devo deciderlo se voglio vedere qualche persona che non siano i gattini semi randagi cresciuti intorno alla casa e le altre creature del bosco, e per il resto sono completamente messa di fronte a me stessa e a tutto quello che mi attraversa.

Quando ero chiusa nell’appartamento a Milano era una solitudine diversa: ero raccolta dentro di me, in qualche modo occupavo poco spazio. Dovevo stare dentro le mura, perché oltre quei confini iniziavano gli spazi degli altri ed erano proibiti. Quindi è stato un esercizio di sintesi, ero l’essenza di me: sedevo dentro stanze soprattutto interiori, e lì me ne sono stata più tranquilla che ho potuto, cercando di crescere fiducia che anche quello fosse un disegno perfetto.

Qui è completamente diverso, qui sono ampia come i colli, come il cielo che arrossa l’orizzonte al tramonto, sono stellata come queste notti terse d’estate. E non sono la materia compressa che ho dovuto essere prima: sono aria, sono il canto dei grilli, il volo luminoso delle lucciole quando scende il buio. Amo l’intimità con il prato, ne uso sempre qualche colore anche quando cucino. Vivo con le porte aperte, a piedi scalzi, passo più volte che posso tra il legno della casa e quello del bosco che sta fuori. Rompo continuamente i confini. E questo per me è la vera fine del lockdown.

Constato che è stato un tempo importante anche quello trascorso in città in modo così strano: non mi capitava da moltissimo tempo di trascorrere così tanti giorni a fare qualcosa di diverso dal mio lavoro, e se ci ripenso è stata la preparazione esatta per quello che sono venuta a fare qui, ora che lavoro di nuovo, ma che non voglio mai più che la mia vita sia quella cosa tesa e con il fiatone che era stata prima.

Così delle volte mi sdraio, resto sdraiata finché sono completamente rilassata, sostenuta dalla terra. E a quel punto vado più dentro e trovo altre contrazioni più profonde da rilassare, resistenze con cui mi ero talmente abituata a convivere da non sentirle praticamente più. E poi ancora più dentro, e spezzo altre parti rigide, le sciolgo. Ascolto un po’ alla volta il mio corpo diventare pieno di spazio: spazio tra i respiri, spazio tra i pensieri, spazio tra le cellule. E dentro questa materia quasi gassosa io ci sono ancora tutta.

Divento una luce che traspare dalle tessere solide che chiamavo me, che si fanno sempre più lontane e che perdono la loro capacità di illudermi di essere la mia vera realtà. Il respiro passa attraverso tutte queste fessure e si fonde con l’aria, con il vento, con il respiro di tutte le altre creature, con il soffice delle nuvole che sbuffano nell’azzurro del cielo. Mi accorgo che più lascio andare più sono supportata da una forza che sostiene tutta la creazione. Più mi appoggio più sono sorretta.

Ecco io qui, ora, sono soprattutto vasta: una consapevolezza piena di spazio. 

Pensieri in un giorno azzurro

PENSIERI

1 – Oggi è stato un giorno con tante gioie che fiorivano senza essere attese. E ho ripensato alle parole di una grande persona che ho intervistato qualche giorno fa, un’icona di arte volta al bene, alla Madre Terra, ai diritti umani. Mi raccontava come la sua vita fatta anche di tanti momenti dolorosi si fosse alla fine sempre retta in piedi grazie alla capacità di entusiasmarsi, di essere felice di piccole cose. Ripensavo allora che le conosco queste gioie, anche la mia si è retta sempre su questa meraviglia, che alla fine vince sempre, su ogni oscurità.

Però poi ho ricordato anche come questi momenti di grazia, queste piccole epifanie, siano stati in passato solo i ciottoli asciutti con cui attraversi un torrente mosso e freddo, su cui hai sempre paura di scivolare, o che temi di non trovare proprio lì dove vorresti appoggiare il piede. Come, insomma, tutto resti così puntiforme e instabile finché non arriva un centro, una sorgente di questa gioia, una direzione per cui attraversare il fiume. E questo centro è quello che alla fine bisogna avere il coraggio di chiamare Dio.

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2 – Poi pensavo anche a quanto avevo atteso questo giorno di mare, di calma, di me. E proprio oggi, invece, il tempo si era messo a fare le bizze, e tutti mi dicevano che era inutile partire. Sono partita lo stesso: l’ho fatto perché ho sentito che alla fine non sarei stata delusa se non avessi trovato il sole, che tutto ciò che mi avesse accolto avrebbe fatto il giorno perfetto per questo breve riposo. E alla fine ho trovato più sole che nuvole.

Ma questo credo sia importante, per le situazioni come per le persone: non aspettarsi nulla, non chiedere che assomiglino a quel che noi pensiamo di loro, perché è da questa libertà che la vita sprigiona la sua meraviglia: se siamo davvero pronti a ricevere i doni unici che contiene ogni incontro e ogni istante.

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3 – E mentre ero lì, stesa in un’ovatta che univa il cielo e il mare, mi sono chiesta quale fosse la ragione di una nuova pace che sento da un po’. Dal cuore è salita questa risposta: dalla gratitudine, forse anche dalla gratitudine venuta a galla dopo i mesi che ci sono stati, dall’incertezza e dall’aver accettato, almeno per un istante, di non avere più sicurezze. La gratitudine, infatti, tiene tutto insieme, fa scorrere la vita in un flusso unito verso la meta.

Mentre ogni volta che ci si lamenta si separa, ogni volta che si giudica, che si analizza si frammenta l’unità. Si esce da questa forza che da sé ti porta a destinazione. E si ridiventa piccoli, solo umani, a fare confronti con quello che accade intorno, a prendere le misure. La pace nasce quando sei disposto a dire Grazie, anche per quello che ancora noi sai, quando credi nel disegno perfetto, divino della vita. Allora sei immensamente più grande di ogni piccolo fastidio, come un moscerino che non può fermare le ali del vento.

Un silenzio pieno di luce

Mi chiedevo da un po’ dove fosse finita tutta la luce di questi giorni, dove la fratellanza con gli alberi, lo stupore delle lucciole, il profumo delle ginestre, le albe clamorose sul profilo dei colli. Dove i tramonti che sigillano d’oro ogni giornata. Come mai non fossero ancora divenuti parole, poesia, rivelazione.

E oggi, mentre ero seduta sul colmo di un grande prato, con il vento che piegava i fiori e portava in giro il profumo dell’erba appena tagliata, ho improvvisamente sentito la presenza viva di questi doni, tanto più incredibili dopo i mesi che ci sono stati: sono tutti divenuti me, hanno ricaricato un luogo di silenzio che comunica direttamente con il creato, senza bisogno di essere pronunciato.

Più tardi, allo specchio, ho visto albe e tramonti dentro il brillare degli occhi, e una primavera lungamente attesa fiorita nel sorriso. Sulla fronte sono impresse le notti di luna, i pensieri hanno il profumo del grano poco prima di farsi maturo. Nelle mani c’è il soffice dei mattini impregnato di rugiada. E sulla pelle la luce che l’aria mescola con il giallo delle ginestre.

Dentro il petto sbocciano incessanti le rose di macchia, e al centro del corpo scorre un raggio di sole. Ci sono arcobaleni appoggiati alle palpebre, e nuvole veloci d’estate impigliate fra i capelli. L’azzurro terso del cielo è dentro la gola, e il canto dei grilli forma anelli alle dita. Dentro le gambe è entrata la forza della grande quercia, e un po’ del viola dei fiordalisi riposa dietro le ginocchia.

Qui, allora, non c’è nulla da raccontare: qui si può solo essere. Far respirare in sé un po’ del respiro del mondo. Chiudere gli occhi e restituire, nel silenzio, al creatore tutto il creato.