(nuovi) Ascolti interiori

Se c’è una cosa che mi porterò da questo tempo è un maggiore rispetto per quello che provo, soprattutto quando viene a galla da un luogo interiore naturale, che non dipende dalla mia mente e dalla mia volontà.

Così è accaduto l’altro giorno, quando ho raggiunto il mare per una giornata tersa, dopo quattro mesi di compressione in spazi limitati, dentro regole e circostanze strette della vita. Ho sentito le ali che finalmente trovavano lo spazio per sgranchirsi. Per dispiegarsi. Ho cercato di racchiudere questa felicità quasi infantile in una foto piena di azzurro e l’ho inviata a un amico lontano. Per parlare di lui ad altri di solito lo chiamo “l’amico buono”. In tutto questo periodo l’amico buono, dal lontano in cui si trova, mi è stato un approdo riposante, di pace. Mi dava forza sapere che quel lontano esistesse e che in quel momento stesse vivendo lo stesso che io vivevo qui. Un’amicizia cresciuta sulla solidarietà.

Allora, l’altro giorno l’amico buono ha risposto subito con entusiasmo alla mia foto, e poi mi ha fatto una richiesta che all’improvviso mi ha messo di fronte a una realtà che andava al di là dei pensieri lontani che avevo avuto. E non mi piaceva, metteva le dita sulla mia pelle, oltre alle parti comuni di noi, e con tutta la lontananza mi sembrava invadente dopo questi quattro mesi, così com’erano stati, come glieli avevo raccontati. Ugualmente il mio primo istinto è stato quello di pensare che lui era lì, lontano, e che aspettava una risposta, e che il mio silenzio stesse diventando lunghissimo, che dovevo dargli pace. Cioè l’istinto di mettere davanti l’altro e il suo sentire a quel che io stavo provando. Anche se ogni volta che rileggevo il suo messaggio mi si rinnovava la puntura.

Perché lo facevo? Per lui? O per paura di perdere quell’approdo? In ogni caso non sarebbe verità, infine ho pensato. E non farebbe bene né a me né a lui. Gli lascio la libertà dei suoi pensieri, ma mi prendo la mia di non avere nulla da dire in risposta. Di non essere delusa, ma di non illudere. Di non ostruire i canali dell’amicizia, corrispondendo a delle aspettative nate per qualche ragione che ha a che fare con la sua storia. La libertà di non assomigliare ai suoi disegni. Perché in ogni istante possiamo scegliere se annodare ancora di più il groviglio che ci allontana dalla piena rivelazione, oppure se farne un’opportunità di guarigione, offrendo al mondo il nostro specchio più vero.

E infine, ogni volta che in un incontro guariamo in qualcosa, di certo abbiamo offerto una possibilità di guarigione anche per l’altro. E questo vale la piccola sofferenza di un silenzio. Così ho taciuto.