Malattia e/o guarigione

Sì, in questo tempo ci si può ammalare, ma si può anche guarire. Questo mi è sempre più chiaro: ognuno è messo di fronte alla propria prova e alla propria opportunità. Da tutto questo silenzio, da questo stare fermi – da soli – dallo stravolgimento del fare che ci aveva portato via da noi, ne usciremo altri: se ne avremo fatto buon uso, migliori.
 
Per certi versi siamo meno soli ora di quando non lo eravamo. Meno lontani, di quando eravamo vicini. Avvengono delle primavere dei cuori, oltre a quelle dei fiori.
 
Certo, si incontra chi fa strozzinaggio anche di questo mondo che si crepa, con dolore di molti, per partorirne uno nuovo. Personalmente ho deciso di non giudicare, ho capito che non serve a nulla: ormai è evidente che ci pensa la vita a potare e a far germogliare, nel tempo, solo ciò che è vero.
 
Allora mi tengo alle cose belle che questa mareggiata ha già portato a riva, come conchiglie che brillano al sole. Come mattoni da cui ricominciare a costruire.
Ieri le ho raccolte, prese tra le mani, poi ne ho sollevata una alla volta tra le dita, e ne ho assorbito la luce:
 
– l’amica che davanti a una scelta ti dice: scegli ciò che ti rende felice, sarà la cosa giusta
– l’altra che mi fa arrivare una fetta di torta di nocciole dall’ascensore, per non tenere l’affetto a distanza di sicurezza.
– il mazzo di fiori virtuale che oggi mi è arrivato al telefono (e non erano come gli altri: profumavano d’amore, avevano lacrime di rugiada di cui sentivo il bagnato)
– Le volte che in un giorno ci si scambia la parola GRAZIE perché non c’è più nulla di scontato
– il canto che questa mattina saliva alla finestra e faceva festa alla vita.
 
Ogni giorno voglio scrivere un diario delle cose belle che hanno iniziato a splendere, che il buio ha fatto brillare, me le ha fatte trovare. Da queste voglio, poi, ripartire.

La preghiera della gratitudine

In questi giorni strani, ogni tanto si sente qualcuno dire… quando tutto ritornerà alla normalità… quando ripartiremo… Penso che se solo ri-cominceremo, se tutto ritornerà come prima, avremo sprecato una grande opportunità, vanificato il dolore di molti.
 
Quello che mi si fa più chiaro ogni giorno è che, riducendo il numero di interferenze nel nostro stato naturale, lo sguardo interiore si fa più acuto. Si ha di nuovo la possibilità di vedere quante cose semplici e meravigliose, di cui non sentivamo più il sapore, supportino la nostra vita. Quanto, spegnendo il mondo esteriore, si possa accendere quello intimo, dove c’è uno spazio molto più grande di quanto pensassimo per ogni cosa e per ogni situazione.
 
Ieri mi sono ritrovata ad inginocchiarmi in un moto di commozione per i frutti della terra che si offrivano al mio pranzo. Trovo ogni sera, in quell’unica stella e nel sottile sorriso della luna che spuntano dal balcone, l’intero firmamento. Ho ringraziato questa mattina il risveglio che anche oggi mi ha trovato sana, nel mio comodo letto. Ho ringraziato per tutte le voci care, da tutto il mondo, di cui sento più terso l’amore. Ho toccato il terriccio delle mie piccole piante di città come un bosco intero.
 
Dire GRAZIE tante, tante volte al giorno è diventata la mia preghiera, il dialogo con la vita. La guarigione da tutto quello che era ammalato ben prima di tutto questo.
 
Grazie, grazie e ancora grazie.

Esercizi d’amore – un papavero che vuole sbocciare in questo tempo strano

Me lo sono chiesta perché questo libro abbia voluto uscire proprio in questo tempo strano. Se credessi al caso, penserei che è stata una sfortuna. Ma io non credo al caso, quindi penso che forse voleva proprio raccontare qualcosa a questo tempo. Come un messaggio di speranza e di rinascita.

Dal 21 marzo si può ordinare in numero limitato di copie dal sito www.anandaedizioni.it. Al più presto, spero, perché vorrà dire che saremo già nel mondo nuovo, in libreria. 

ASSAGGIO DAL LIBRO: 

Amore familiare

Mia madre che ride e mangia un altro dolce, buonissimo perché è arrivato dalle mie mani, dalla città. Mio padre che infila gli occhiali per non chiedermi subito quanto ti fermi, dove vai questa volta. I muri con le fotografie di quando si partiva insieme e si faceva a gara a chi contava più luci, per far scorrere l’impazienza. Intorno il profumo di abeti e la nostalgia di una nonna mal capita, di cui mi sono trovata nel cuore la poesia contadina. E lo stupore che non si esaurisce mai di essere nata proprio su queste montagne. A tavola, per il pudore antico di una terra, non si dice: ma oggi siamo stati felici. Ho le prove: ogni volta che amiamo è primavera, e lì dove appoggiamo l’amore, la vita fa i fiori. Amando siamo Dei, creiamo mondi.

 

Presente

Non sognare troppo lontano, oggi c’è abbastanza bellezza nell’azzurro del cielo, il sole è steso sui campi e la primavera è appoggiata ai rami dei meli. Non scappare con il cuore in cose già state o che non lo sono ancora. Non scrivere finali di fantasia, lascia fare alla vita. Affidati, solleva le unghie da quello che sta passando. Respira, accogli, lascia andare. Ma l’hai vista la luce nel verde dell’erba novella? Allora non spingere via l’amore con i pensieri: raccoglilo, stringilo nel pugno di quello che c’è. Intingilo nel bianco delle margherite.

 

Tenerezza per l’altro

E poi quella sensazione di tenerezza per le cose di te che ho detestato. Non le cose forti in cui sei come ogni altro: per quelle fragili in cui sei solo tu. Quei fori di vulnerabilità da cui risali con bracciate di forza, come andando controcorrente, per paura di essere visto cadere. Credo succeda questo: accogliendo le proprie ferite, si accolgono anche quelle degli altri. Si vede in trasparenza la storia umana di vittorie e di sconfitte che fanno di noi oggi quel che siamo. Il dolore da cui si dipanano l’amore o la rabbia. E si fa più chiara in queste debolezze la ragione ultima di ogni incontro: aiutarsi a crescere, prendendosi per un po’ cura l’uno dell’altro.

il video:  https://www.youtube.com/watch?v=P_HEPOAiGMM

 

Il piacere del vuoto (tesori da riscoprire nei giorni del Coronavirus)

Certo che mancano i narcisi! E c’è il pensiero che quest’anno mi sono persa le primule, il momento esatto in cui i germogli diventano fiori, e cammino invece avanti e indietro nei pochi metri quadri domestici in città.
Ma non voglio cedere al pensiero che non ci sia della bellezza in questa sospensione.
 
A Milano siamo alla terza settimana di tempo tutelato. All’inizio c’è stato lo sbigottimento, come una strada che conoscevi bene, ma che all’improvviso portava contro un muro: ogni cosa veniva fermata, senza un intermezzo per potersi abituare. Incredulità e resistenza (e il mio lavoro? come faccio adesso?).
Ma a resistere alle cose per cui non puoi fare niente finisci per farti ancora più male: bisognava cedere, accogliere, farsi morbidi. Credere che c’era una lezione da imparare.
 
E’ nato da questa accoglienza un tempo miracolato: la lucidità che avevi vissuto in un modo impossibile, che avevi bisogno di fermarti. Per fare un cibo nuovo, per leggere un libro non utile al lavoro, per mettere la lavanda ai vestiti dell’inverno. Per smettere di pensare, per lasciare che quello che viveva sommerso dietro le contratture venisse a galla: per guardare le tue paure, per splendere, per salire in spazi più ampi, più alti.
 
Poi ci è stato detto che questo tempo a statuto speciale sarebbe continuato ancora, e ancora e ancora, per tutti in tutto il Paese. Nuovi tremori, e a poco a poco si è riorganizzato un fare sotterraneo. Digitale, impersonale, a distanza di sicurezza. Sono partite anche le catene di Sant’Antonio di rimedi miracolosi, di complottisti, di profeti della tragedia. Assicuratori, corsi a distanza, streaming… Ognuno con la propria merce, e il telefono ha ripreso continuamente a vibrare…
 
Ieri ero uscita a fare provviste, e mi sono ritrovata a correre a casa per il meeting online, per le urgenze virtuali, i messaggi da rispondere… Mi sono fermata e ho visto la trappola: non stiamo imparando la lezione. Non è per stare di più sui social o per trovare nuove via di fuga che ci è stata fatta questa concessione. E non è un tempo per guadagnare materia o like, ma per avanzare con pezzi d’anima.
 
Non so bene perché abbiamo fatto arrabbiare la Natura, quale dei tanti gesti innaturali sia stato quello che ha fatto traboccare il vaso: ma è certo che c’è un’intelligenza in questo sostare. C’è un’opportunità di rivederci, di rivedere il nostro correre folle: verso dove, fino a quando? Qual è il traguardo in cui inizia poi la vita con il tempo per le cose che contano? Sì, una grande opportunità, con tutta la compassione per chi in queste ore sta male.
 
Possiamo imparare di nuovo, come forse generazioni antichissime, a guardare in faccia il vuoto: a non appoggiare l’attenzione su nulla, giusto per ingannarci che abbiamo sempre troppo da fare per essere allo stato naturale. E’ questo, non l’impellenza di quello che in questo momento non c’è più, a farci tremare.
Reimparare a riposare in noi stessi, che non lo sappiamo più fare. Senza nulla, renderlo pienissimo il vuoto: questo è il lavoro per questi giorni particolari.