entrare e uscire con Grazia

Nell’Ananda yoga si dice che come entri ed esci da una posizione sia altrettanto importante della posizione stessa. E come il solito l’insegnamento vale anche fuori dal tappetino. Credo, infatti, che un’esperienza non solo sia importante nel momento in cui è sostanza della tua vita, prima ancora conta la qualità dell’energia con cui l’hai creata, perché se lì hai preso delle scorciatoie o hai nascosto qualcosa sotto il tappeto, prima o poi ti si rivolgerà contro.
E quando comunque verrà il tempo di lasciarla andare, perché una nuova tappa di crescita ti attende, diventa fondamentale come chiudi la porta prima di andartene. Può essere, perché tu comprenda che una strada è terminata, che ci sia anche da affrontare il freddo e il duro di un muro di parole e di gesti che al momento non ti paiono giusti.
Eppure lo stesso devi cercare di muoverti con grazia, fino all’ultimo passo, fino a quando lascerai andare la maniglia della porta. Solo così, se non avrai lasciato neanche lo strascico di un rancore – che lega tanto quanto l’amore che ti aveva portato lì – potrai dire di aver completamente concluso quella lezione della vita ed essere sicura di non doverla più ripetere.

L’Amore e i vetri rotti

Alla fine sono sempre le persone a cui vogliamo bene quelle a cui facciamo più male. Quelle da cui riceviamo più male. E’ come se l’intimità assottigliasse le porte in cui tenevamo in sicurezza i nostri vetri rotti, che finiscono per venire esposti e prima o poi per fare lo sgambetto. Come, anche, se l’altro fosse un prolungamento di noi a cui possiamo rifilare le nostre macerie, sperando in segreto che le smussi, che ce le restituisca meno insidiose. Già risolte.

Quando accade il taglio, per prima cosa c’è l’incredulità: è una parte del nostro stesso essere che ci fa le boccacce e si rivolta contro di noi. Poi c’è la constatazione della prossimità tra l’amore e l’odio, ogni volta che non ci si incontra da piani più alti, dove l’amore sgorga da sorgenti senza più opposti. E c’è anche lo spettacolo triste di vedere quante parti di noi siano ancora feribili e pronte all’assalto. Quanta pazienza richieda una vera crescita.

A questo punto, se è toccato a noi sanguinare, le misure da prendere sono a più piani. Dal punto di vista del corpo e del tempo di vita che stiamo attraversando, vanno prese le decisioni più giuste, senza indugi: costruire un muro che ci separi dal male e che ci consenta di fare il punto vero dell’amore che noi stessi proviamo per noi. Mettere da parte le memorie, gli attaccamenti, lo spavento di non essere amati bene, di sentirci non più amabili.

Dal punto di vista della mente, il cerchio si amplia su quelli che sono i nostri pattern: quali meccanismi e abitudini vengono sollecitati da quel dolore? Forse il poco rispetto di sé, la tendenza persino a  scusarsi del male  che si riceve pur di suturare qualcosa da chiamare amore, la paura dell’abbandono, e la paura tout court in forma di forza nera che fa tremare la nostra luce. Le decisioni dovrebbero dunque interrompere questi circuiti viziosi.

Dal punto di vista dell’anima, infine, abbiamo la possibilità di vedere la scena dall’alto, da lontano. Di comprendere come due anime si siano date appuntamento dall’eternità per trovarsi qui, sulla Terra, e aiutarsi a crescere, cercando di pulirli quei vetri rotti, affinché non abbiano più il bisogno di uscire e di fare male. La possibilità di andare fino al dolore da cui nascono, per stanarlo, fino alla libertà.

A questo livello, allora, possiamo vedere anche le ragioni dell’altro: prendere lo stesso le decisioni di sicurezza, ma continuare a sentire, in terre in cui non si dà più per opposti, l’amore.

è tutto Dio (India 4)

Non puoi prenotare la felicità. Neppure se ti muovi per tempo, prima che salgano troppo i prezzi. Non puoi decidere che dal giorno X al giorno Y, ti prendi una pausa dalla vita variegata tra gioie e dolori, per andartene via ad essere felice. Soprattutto non puoi farlo in India, dove, per quanto tu abbia dettagliato il  programma: quello che accadrà veramente, quello che sarà davvero protagonista del tuo tempo e dei tuoi luoghi interiori, sarà l’imprevisto, il fuori programma, quello che accade in mezzo alle pagine dell’agenda, tra i respiri. Lì c’è quello che sei andato a fare, quello che ti attendeva e che ti aveva chiamato, anche se non lo sapevi. Anche se non è quello che vuoi.

Così ripenso al momento in cui infilavo i bagagli nello shuttle e facevo il viaggio a ritroso dall’aeroporto di Malpensa a casa, con un senso quasi di sbigottimento e di peso nel cuore per alcuni eventi finali, eventi che erano andati decisamente oltre le attese. Non mi rassegnavo che il punto fermo di questo lungo viaggio dovesse essere messo lì. Di non avere possibilità di replica, di scrivere l’happy ending. Pensavo con amarezza a tutto lo sforzo che avevo fatto per organizzare, per ritagliarmi questa libertà e darle energia. Perché non ritornavo a casa con un congedo di luce? L’istinto sarebbe stato quello di riavvolgere il nastro, di riscrivere alcune scene. Di correggerle. Ma non si poteva.

Forse è stato tutto sbagliato? E a partire da dove? Cosa avrei dovuto fare diversamente? Queste domande si sono infilate nel sonno profondo, disteso nel mezzo tra il giorno e la notte, per un jet lag che in fondo continuo a coltivare pur di restare ancora un po lì. Per avere ancora in mano il plot della storia, per comprendere quello che non è stato chiaro, e forse per cercare di strappare al destino qualche possibilità di replica. E so che quando sono così, quando vorrei mendicare la realtà di non essere com’è, devo solo avere pazienza. E che, tanto più sono scesa nel buio, tanto più luminosa arriverà d’un tratto la rivelazione.

Così è stato. Ad un tratto quell’ingombro di memorie che mi ritornava nei sogni ha manifestato la sua potenza. La felicità non inizia al termine delle cose che non ti piacciono: è tutto Dio. Proprio dove ha trovato la libertà di entrare, nei luoghi rimasti morbidi dalle tue linee tese, ti ha parlato. Quello che tu vorresti rimuovere dalla storia è in realtà il tesoro che ti ha consegnato, il messaggio d’amore con cui si è occupato di te. Con cui ti ha indicato i prossimi passi da fare. Quelli da concludere oggi, per il tuo bene. Il suo linguaggio esce da una mappa turistica: è quello della verità. Queste intuizioni mi sono apparse nel cuore.

Poi l’appello della mia anima è continuato. La vita non è nel sentiero dopo che hai spostato le spine: è anche le spine. E la verità non è quella che esprimi quando tieni le mani giunte e ti inchini. Quando sei vestita da buona, e dici le cose che devono essere dette: è quando le cose ti prendono alla sprovvista, quando ti sorprendono con i vestiti della notte, inerme, che si vede a che punto sei, quale sia davvero il tuo livello di bene. La tua fiducia nei piani che si aprono per te. Non c’è un finale migliore di un altro: c’è solo quello che è giusto che sia. E non è detto che sia sempre facile (ma perché non dovrebbe esserci anche dolore in una vita?).

Dunque eccomi qui a fare spazio a quello che pesa nel cuore, a dargli il benvenuto. A festeggiarlo. A farmi di lato perché possa divaricare completamente la sua forbice e portare via quello che non può più essere me. Il male è ancora lì, ma ho deciso di fidarmi, di affidarmi. Di portare pazienza. Di sdraiarmi in questo presente. Di riposare un po’. Le risposte alle domande che oggi non so le riceverò quando sarò in grado di comprenderle.