INDIA 1. Surrender (again and in progress)

Kerala, flessibilità

Sono qui, di nuovo a scrivere questa parola, una parola scritta molte volte: Resa. Abbandono. Affidamento totale. E mi sembra di farlo questa volta al di là di un muro di sicurezza che finora non avevo neppure mai visto, quindi dentro uno spazio che non avevo neppure mai immaginato.

È successo intanto che sono arrivata in Kerala, in un piccolo ashram di yoga e ayurveda, lo stesso in cui ero venuta ad “arrendermi” lo scorso anno. Ma non lo avevo fatto abbastanza. E comprendo sempre meglio come non ci sia azione, neppure la più piccola, che, se non conclusa, vada portata a termine.

Lo scorso anno ero arrivata tesa e stanca, e volevo disintossicarmi della tensione e della stanchezza: sapevo bene cosa cercavo e cosa mi serviva, e lo avevo raccontato pure al medico, venendo sgridata. Quest’anno sono arrivata tesa e stanca, e voglio disintossicarmi della stanchezza e della tensione. Ma non so più cosa mi serva. Mi arrendo.

Ho capito intanto che non è la mia vita che devo cambiare: devo cambiare me. Che non sono qui per scappare dagli impegni, ma per impegnarmi in maniera diversa. Anzi ho capito anche che, valicata la metà della vita, impegnarmi in modo migliore è doveroso, ovvero lo è restituire in opere i doni ricevuti. Ma per questo bisogna creare in sé uno spazio di resa: non lo si può fare con le proprie forze.

Così sono stata letteralmente fermata dai medici e dai terapisti dentro una camera ariosa, che si apre su un piccolo giardino affacciato su un palmeto che degrada nell’Oceano Indiano: “L’aria e la luce non fanno bene durante le terapie. E poi hai bisogno di dormire”. Non avevo mai passato tanto tempo dentro una camera continuativamente, non avevo mai dormito così tanto, guidata dalle terapie: ma lo sto facendo, mi sono arresa.

In realtà non avevo un’altra idea di come dovessero essere le cose, e mi sorprendo ogni giorno ad accogliere le cose come vogliono essere. Ho deciso di tenere per guida un solo pensiero, mentre cerco di disboscare la mente da tutto il ruminare che mi ha esausto: tutto quello che arriva da sé è perfetto. Ed è incredibile come, a seguito di ciò io veda davvero sempre il lato migliore di ogni cosa.

Succede lo stesso anche con gli esseri umani, i compagni con cui faccio questo percorso di guarigione. Quando sono arrivata, mi sarebbe bastata una sola parola di troppo per traboccare, e non avevo più pazienza e ascolto vero per nessuno. Quindi delimitavo, giudicavo, facevo gare di velocità, per potermi ritirare.

Ora, da quando dalle crepe della tensione sta venendo a galla una nuova vita di luce, che – lo so – è la vera vita, vedo la stessa luminosità anche dentro ognuno e ogni cosa: tutto è fatto di questa stessa sostanza divina. E provo così tante curiosità e tanta gratitudine per le esperienze degli altri, per i modi in cui le sentono nel cuore e le raccontano. Sento un istinto così forte di aiutare e di farmi aiutare.

Questa materia fatta luce è proprio lo spazio nuovo a cui mi ha portato questo non resistere più a nessuna cosa, ad accogliere le cose che invio nel mondo, dopo aver fatto la mia parte, nel modo in cui vogliono fiorire e ritornare. E nel mezzo io sono totalmente vuota e cava: e mi faccio attraversare dalla vita. Questo: non conosco più i finali della mia storia, ma sono felice di vivere intanto tutte le scene del cammino.

Sì, così sono più felice.

 

 

 

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

2 thoughts on “INDIA 1. Surrender (again and in progress)”

  1. Ti leggo all’alba, dopo che la notte ha trascinato via la resistenza alla stanchezza e ne ha fatto abbandono, almeno per qualche istante. Ho viaggiato l’Italia dal tramonto all’alba. Torno alla mia città natale, dal Sud al Nord, una migrazione per molti definita al contrario, dopo tanti viaggi dal Nord al Sud, e non riesco a sentirmi a casa in nessun luogo, se non per brevissimi attimi di cielo, di natura, di abbraccio. Ho fatto tutto al contrario, un po’ per curiosità, molto per re-azione, troppo per idealismo. Aggiusto una parte e mi sembra che l’altra si rompa, come una coperta che non mi contiene tutta. E lo so che non è così, che la stoffa si allarga quanto ci allarghiamo noi e la nostra visione. La mente occupa spazio, ed è lì la coperta tira e si strappa. L’ho vissuto diverse volte, ma sono tutti piccoli gradi di abbandono che permettono di arrivare a spiraglio di luce, ma non ancora alla fonte. È così bello leggerti, così luminoso. Proprio ora, in questo istante. Guarire che parola stupenda!

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