India 3. Perdersi e (è) trovarsi

Quanti passi bisogna fare lontano da sé, lontano dalle idee e dai confini con cui abbiamo creato un’illusione che si chiama “Io” prima di donarsi completamente alla sconfinatezza della vita! E quante volte, quando pensi di aver raggiunto il traguardo della resa, devi invece ricrederti e accorgerti che stai ancora tenendo tu le redini, che stai controllando persino il modo in cui ti lasci andare. Eppure lo sai: se è questo che ora devi fare, l’universo si muoverà e ti metterà al muro, e spingerà finché non avrai più altra scelta: e allora dovrai davvero abbandonarti, farti portare. E’ stato così che mi sono completamente persa, ovvero che sono arrivata esattamente ad essere completamente dove sono in questo momento.

Sono dentro il caldo di questa domenica mattina, in una camera, in un piccolo villaggio di mare del distretto di Kannur, in Kerala. Sono nelle storie di una  famiglia che mi ha aperto la porta di casa, nelle parole di una lingua che non comprendo e che si parla intorno a me, e dove ci sono cose che mi accadono. Sono stata anche la figura stesa in un letto di un ospedale di questo angolo del mondo che è ora quello in cui appoggio i passi delle mie giornate. Sono stata sotto le dita sottili delle infermiere che spingevano piano l’ago e l’ovatta sulla mia pelle, e anche in una notte che mi copriva con un manto di canti, di tepore umido e di piccoli insetti che potevo portare nel sonno solo smettendo di resistere e accogliendo semplicemente quello che c’era di vero in ogni momento vivo.

Così ho scoperto questo: fuori dai nostri programmi, dai nostri bordi rigidi, abbiamo anime molto flessibili a prendere tutte le forme delle esperienze che ci attendono. Avevo avuto altre occasioni per arrendermi in questo viaggio, e credevo di averlo fatto e non era ancora vero. E’ servito un piccolo incidente, un gioco che mi ha lasciato dei segni su una gamba da parte di uno dei tanti cani che si aggirano in queste spiagge, perché io amo i cani e non ho paura. L’idea improvvisa, poi, di far vedere questi segni che si gonfiavano a un dottore, per trovarmi immediatamente stesa su una brandina del pronto soccorso, in attesa del responso alle reazioni dell’antirabbica, come misura di sicurezza raccomandata: dall’altra parte il rischio di  morire. E per trovarmi in mezzo a tanti corpi feriti, lenzuola lise, macchiate e a un bagno di umanità e di medici e infermieri che si muovevano per non far cadere nessuno troppo nel buio.

Ho visto in ore calde e lente in quella stanza, come amore e paura siano uguali in tutto il mondo, e come l’uno e l’altra siano cose che uniscono e che rendono evidente quanto poco sia quella forma di noi che tanto difendiamo. E questo a volte si vede più chiaro da un luogo scuro. Si riesce infatti così a comprendere la resistenza che opponiamo al flusso della natura, alla fiducia nei suoi piani. Perché lo so: anche questo incidente è perfetto e dovrò presto ringraziarlo. Ringraziare come ho dovuto farmi corpo passivo, pronto a obbedire fino al più piccolo gesto, senza più opinare, senza più analizzare. Come ho dovuto crescere la fiducia e mettermi in altre mani, e come dovrò ancora farlo. Perché dalla casa di un caro amico il viaggio procederà in luoghi divini, ma dovrà essere con tappe in tanti altri ospedali per completare il trattamento. E dovrò ancora farmi guidare, tacere in una lingua che non conosco, accettare di perdermi per trovarmi.

Finché avrò completamente detto di sì a quello che vuole essere. Finché avrò imparato ad ascoltare la vita in me, ad amarmi. Ad amare l’amore e la vita in tutti, in ogni momento com’è. 

 

 

 

 

India 2. Esercizi di presenza

  1. Quando la sostanza tiepida e densa inizia a colare sugli occhi, qualcosa intorno a questa pelle delicatissima vorrebbe resistere. Vorrebbe respingerla. E ci vuole un piccolo moto interno della volontà per invertire la direzione del sentire, per trasformarla in calma e in accoglienza. E allora sorge quasi un piacere sottile mentre il ghee, il burro chiarificato che viene utilizzato per la tecnica ayurvedica di purificazione degli occhi chiamata Tarpana,  inizia a penetrare nei piccoli capillari della pupilla e intorno al globo oculare. Quando la medicazione è finita, mi vengono ricoperti gli occhi con dei fiori bianchi, tenuti fermi da una garza leggera. Devo poi restare stesa dentro una stanza in penombra per un’ora, lasciando che il rimedio penetri ancora, mi porti l’aroma dolce dentro alla gola e al naso, si stenda dietro la fronte. E io sono tutta lì, in questa piccola inondazione dello sguardo.
  2. Stesa sul mio tappeto di yoga, mentre il maestro ci guida in un lungo, lento rilassamento al levar del sole, mi accorgo che ci sono sempre nuove piccole parti chiuse che si possono aprire. Che, oltre quello che finora ho chiamato “rilassamento”, esiste una dimensione nuova, che mi porta fino alle soglie in cui il corpo non è più materia. Mentre intorno si sveglia la vita, e sento la luce appoggiarsi piano sulla pelle e sopra ogni cosa, ascolto tutti i piccoli punti di contatto del mio corpo sul terreno, cerco di essere completamente dalla loro parte, di non scappare neppure con un pensiero. Procedo, e rompo quegli spazi nelle porzioni che li compongono, fatte di cellule e respiro, e cerco ancora di lasciar andare, di non resistere, di non controllare. Di divenire pura esistenza, la pura energia che c’è oltre la carne. Allora l’alba sorge, luminosa e immensa, anche da dentro di me.
  3. Quando intingo i piedi nelle  onde di questo mare tropicale, cerco di sentire ad uno ad uno i granelli di sabbia che si sfogliano sotto le mie piante. E di sentire le cellule che sentono, i canali con il sangue dentro che si ritirano per il piccolo brivido. Quando tocco con le dita la materia carnosa delle piante di questa terra, tenendo bene a contatto la mia e la loro pelle, attendo il momento in cui la mia vita incontra la loro, si riunisce in un’unica vita. Quando sto di fronte a un essere vivente umano, poi, cerco davvero di esserci con tutto il cuore, di fare domande di cui sono realmente curiosa, di ascoltare la risposta e insieme il battito del cuore da cui le parole nascono, e di riceverle io stessa con il cuore. E allora sento che così si può davvero essere con un altro, e sentire che non c’è nessun “altro”. Che tutto è Uno. Che le gioie e i dolori di ognuno appartengono a tutti.

Quello che comprendo è che solo in questi istanti di vera e piena presenza noi viviamo. Negli altri esistiamo.

INDIA 1. Surrender (again and in progress)

Kerala, flessibilità

Sono qui, di nuovo a scrivere questa parola, una parola scritta molte volte: Resa. Abbandono. Affidamento totale. E mi sembra di farlo questa volta al di là di un muro di sicurezza che finora non avevo neppure mai visto, quindi dentro uno spazio che non avevo neppure mai immaginato.

È successo intanto che sono arrivata in Kerala, in un piccolo ashram di yoga e ayurveda, lo stesso in cui ero venuta ad “arrendermi” lo scorso anno. Ma non lo avevo fatto abbastanza. E comprendo sempre meglio come non ci sia azione, neppure la più piccola, che, se non conclusa, vada portata a termine.

Lo scorso anno ero arrivata tesa e stanca, e volevo disintossicarmi della tensione e della stanchezza: sapevo bene cosa cercavo e cosa mi serviva, e lo avevo raccontato pure al medico, venendo sgridata. Quest’anno sono arrivata tesa e stanca, e voglio disintossicarmi della stanchezza e della tensione. Ma non so più cosa mi serva. Mi arrendo.

Ho capito intanto che non è la mia vita che devo cambiare: devo cambiare me. Che non sono qui per scappare dagli impegni, ma per impegnarmi in maniera diversa. Anzi ho capito anche che, valicata la metà della vita, impegnarmi in modo migliore è doveroso, ovvero lo è restituire in opere i doni ricevuti. Ma per questo bisogna creare in sé uno spazio di resa: non lo si può fare con le proprie forze.

Così sono stata letteralmente fermata dai medici e dai terapisti dentro una camera ariosa, che si apre su un piccolo giardino affacciato su un palmeto che degrada nell’Oceano Indiano: “L’aria e la luce non fanno bene durante le terapie. E poi hai bisogno di dormire”. Non avevo mai passato tanto tempo dentro una camera continuativamente, non avevo mai dormito così tanto, guidata dalle terapie: ma lo sto facendo, mi sono arresa.

In realtà non avevo un’altra idea di come dovessero essere le cose, e mi sorprendo ogni giorno ad accogliere le cose come vogliono essere. Ho deciso di tenere per guida un solo pensiero, mentre cerco di disboscare la mente da tutto il ruminare che mi ha esausto: tutto quello che arriva da sé è perfetto. Ed è incredibile come, a seguito di ciò io veda davvero sempre il lato migliore di ogni cosa.

Succede lo stesso anche con gli esseri umani, i compagni con cui faccio questo percorso di guarigione. Quando sono arrivata, mi sarebbe bastata una sola parola di troppo per traboccare, e non avevo più pazienza e ascolto vero per nessuno. Quindi delimitavo, giudicavo, facevo gare di velocità, per potermi ritirare.

Ora, da quando dalle crepe della tensione sta venendo a galla una nuova vita di luce, che – lo so – è la vera vita, vedo la stessa luminosità anche dentro ognuno e ogni cosa: tutto è fatto di questa stessa sostanza divina. E provo così tante curiosità e tanta gratitudine per le esperienze degli altri, per i modi in cui le sentono nel cuore e le raccontano. Sento un istinto così forte di aiutare e di farmi aiutare.

Questa materia fatta luce è proprio lo spazio nuovo a cui mi ha portato questo non resistere più a nessuna cosa, ad accogliere le cose che invio nel mondo, dopo aver fatto la mia parte, nel modo in cui vogliono fiorire e ritornare. E nel mezzo io sono totalmente vuota e cava: e mi faccio attraversare dalla vita. Questo: non conosco più i finali della mia storia, ma sono felice di vivere intanto tutte le scene del cammino.

Sì, così sono più felice.

 

 

 

 

Cenoni

Oltre quel che mettiamo nel piatto, è molto importante anche quel che serviamo alla mente (e al cuore). Con quali discorsi accompagniamo i bocconi, se partono da pensieri anche loro in festa, o magari fanno la guerra e distruggono. Se sono il party del giudizio e del lamento, o battono la strada ai sogni e riservano silenzi per ascoltare davvero. Sono importanti poi le parole della nostra dieta quotidiana, quelle con cui nutriamo i nostri progetti: se anche loro stanno progettando con noi o ci stanno invece sabotando e affermano il contrario di quel che vorremmo fare.

E sono fondamentali le frasi con cui parliamo di noi e a noi stessi: perché così scegliamo quali parti mettere in luce e creiamo i solchi su cui inevitabilmente correrà la nostra vita e il nostro umore. Se prediligiamo le parole stese che dicono tutto quello che non va, tutto quello che in noi congiura per fare passi indietro nella notte, o se selezioniamo tutto quello vuole aprire spazio al meglio.

È come fare ginnastica: si tonificano solo i muscoli che alleniamo. Tutto quello che duole ci sarà ancora e non è questione di non dare ad ogni cosa la giusta attenzione: si tratta di scegliere la direzione e con pazienza trasformare, illuminare, comprendere, attraversare. Non ci si accorge quanto si determina la propria vita parlando, perché si fanno pochi passi ogni giorno, ma dopo anni ci si trova lontani nell’orizzonte che si è coltivato, qualsiasi esso sia. E se è quello che ci fa stare bene e dove sono richieste le parti migliori di noi, c’è pure il rischio di essere felici.