Viaggio al termine della notte, fino alla luce

La notte aveva fatto di tutto per trattenermi. Si era attaccata ai pensieri, al corpo stanco e teso, si era mascherata con tanti piccoli incidenti che avrebbero dovuto spezzarmi la volontà. A un certo punto aveva preso la voce anche dei miei peggiori dolori. Stavo per diventare la notte. Ma una parte di me era ancora in grado di osservarla, di non crederle e di non cedere. Questa parte mi ha fatto spingere tutte le valigie dentro la macchina, chiudere la portiera e partire. Era tardi, molto più tardi di ogni programma, ma sentivo che questo giorno pieno di senso, con dentro la magia del solstizio d’inverno, era il giorno giusto per il passaggio.

La pioggia batteva forte sui vetri, si vedeva poco, le luci delle auto cadevano sulla strada bagnata e mi rimbalzavano dentro agli occhi. Nella mente arrivavano brandelli di discorsi che si intrattenevano dentro la mia mente: la spesa imprevista per la riparazione dell’auto, le parole di quella voce che aveva saputo colpire l’unico punto di me che non avevo riparato dai colpi, i messaggi nel computer che forse avevano avuto risposte troppo affrettate, alcuni lavori da cui non avevo avuto più notizie, persino alcune persone che mi sembrava non avessero avuto un comportamento chiaro.

Un revival di vecchi spaventi, abbandoni, difficoltà che si preparava ad invadermi gli spazi interiori. Ma intanto la pioggia si era ritirata dentro grossi ammassi di vapore che sbattevano contro il muso della macchina, e li potevo attraversare, vederne i contorni e la fine. Non era qualcosa che stava accadendo solo fuori, mi sono ripetuta: “è qualcosa che sta accadendo dentro di te“. Ho provato ad ascoltare ancora quel frastuono di pensieri, ma come se fossero i pensieri di un altro. Toccandone le forme, sentendone i confini. Decisamente io non ero quella nebbia. Per non darle la forza di diventare la mia realtà, avrei dovuto dirlo a voce molto alta, definitivamente.

Io non sono questa nebbia. E questo non è quello che voglio e quello che mi fa bene!“. Ho gridato ancora. La notte, che prende sempre i volti esatti di quello che ci può intrappolare, mi è parso che si spaventasse, che si ritirasse un po’. E allora l’ho detto ancora, con responsabilità, forse con una nuova maturità: “So qual è la strada dove devo andare, dove risorge la luce, e non importa cosa devo lasciar andare: io voglio dirigermi lì“. Nella mente apparivano volti, situazioni, dolci memorie che mi volevano tirare nella direzione opposta, ma ormai la pioggia era cessata, fuori e dentro.

Dal vetro del parabrezza entravano gli ultimi bagliori di un tramonto, una fessura di luce schiacciata sotto l’umido di un cielo che aveva pianto tutte le sue lacrime, e ora era pronto a sfumare in un blu cobalto, interrotto dai fori luminosi delle stelle. Il petto si era fatto più lieve, e sentivo che c’era determinazione sufficiente ormai a non ritornare più indietro. Riemergevano i volti e le parole, i peggiori pensieri, ma potevo sostenerne lo sguardo, e continuare verso  quella speranza chiara. Ero pronta ad offrirmi completamente a quella luce. Il tempo dato all’illusione era rimasto a terra. Lo avrei maledetto come un pezzo incredibilmente lungo della mia vita che avevo sprecato, se non fosse stato il tempo necessario per trovarmi ora lì, pronta ad uscire dall’oscurità.  

 

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