Lasciar andare le foglie

I colli di Assisi, all’inizio dell’autunno

Di nuovo sui colli. Sono venuta qui a cambiare stagione; qui, dove si è davvero immersi nella sostanza della vita, e anche nel suo camminare e trasformarsi incessantemente. Così, mi trovo ancora a prendere lezioni di naturalezza dalla Natura, che in pochi giorni, sfidata da  tempeste di pioggia e di vento, si prepara a lasciar andare il suo abito estivo.

Ci sono stati giorni intensi per il cuore, attraversati da tanti colori dell’amore, del dolore, e anche da una nuova capacità di vedere l’uno e l’altro mentre scorrono dentro i canali interiori. Di vedere anche i pensieri che li avvolgono e in cui si rischia sempre di cadere e di non lasciar stare le cose come sono realmente, di mettere a loro addosso i nostri umori.

Sarebbe come se oggi gli alberi entrassero in un labirinto di dubbi: se sia meglio lasciar andare le foglie oppure no, se avessero paura di farsi del male. O avessero timore che quest’anno non arrivi la primavera a rivestirli di vita nuova, quella giusta che attende di sbocciare. Come se l’erba si mettesse a frignare, che quest’anno non se la sente di seccare.

Invece qui, in mezzo a questa immensità in cui l’uomo è ospite di un disegno più grande, regna la legge dell’universo, e nulla pensa di poterla non osservare. E anche noi, nella nostra parabola in cui siamo visibili dentro un corpo, e poi non lo saremo più, siamo sottoposti alla stessa giustizia tersa, alla guida di una Coscienza più alta, che sa cosa dobbiamo fare.

E tutto questo mi serve in questi tempi, in cui ho visto persone lasciare la vita come andassero in un’altra stanza, senza però tornare. Ma anche rendendo più facile comprendere il sottile del tulle che le divide, e quanto l’avere consistenza solida non sia un differenziale della vita. E ho visto persone rimanere, con il cuore rotto da chi se n’è andato, che cercano di aprire lo sguardo a quella luce in cui ancora tutto vive.

E ho abbracciato persone che non riesco io stessa ad immaginare di lasciar andare, che sento sempre uguali dentro la forma scolpita dal tempo. Ho creduto forse in quell’abbraccio di poter trattenere tra le dita lembi di memoria, di amore e di presenza, per quando non sarà più possibile toccarsi con le mani. Abbracciarsi con i battiti dei cuori che si uniscono dietro il caldo della pelle.

Poi, sono arrivata qui e ho respirato, e ho sentito tutta la presenza del Tutto. Ho sentito che quello che ci renderà sempre vicini, quello che si vede e quello che non si vede più, la linfa degli alberi e il fluido dei cuori, il verde dell’erba e il bruno degli occhi di una madre che scompare da una vita vicina, le lacrime di un’amica e la prima brina, è la sostanza che tutti ci sostanzia: l’Amore.

 

 

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

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