Non serve a nulla fare confronti con il passato

Questa sera, ad un certo punto, mentre frugavo dentro al cielo che imbruniva, mi sono ritrovata a dire: “Però lo scorso anno c’erano le lucciole…”. La casetta di legno in mezzo ai colli è uno dei miei posti preferiti al mondo, e in questa stagione è un trionfo di profumi, colori, luci, che cerco di celebrare ogni anno, da un po’ di anni. Ho lasciato in questo luogo momenti sublimi. Espansioni d’amore e di gratitudine. Fusioni estatiche con la natura. Per questo, quando qualche cosa non va, il mio primo istinto è di venire qui: di ricercare quelle sensazioni di pienezza intoccabile.

Così ho fatto anche questa volta. Ero veramente provata, la città a lungo andare mi sfinisce, mi mette delle lenti che non mi permettono più una visione limpida, che si dirama da un centro che tiene: e tutto diventa caotico e teso. Appena l’auto ha girato nella stradina del bosco, ho cercato di aggrappare gli occhi alle cose che in passato mi hanno guarito e mi hanno fatto levitare l’anima. I cespugli infiammati di giallo delle ginestre, il profumo di fiori nell’aria, l’abbraccio totale dei colli e del cielo, i lunghi tramonti che si estenuano dentro i profili degli alberi. Cioè avrei voluto in un istante ritrovare la modalità aperta e felice che avevo già provato. 

Ma non funziona così, e tutto è diverso quest’anno, come è giusto che sia ogni volta. Lo sono io che ho attraversato nuove esperienze, lo sono le persone che c’erano e ci sono nella mia vita, e le domande e le risposte che mi servono ora ad andare avanti. Ho provato, ad esempio, a ravvivare la voce di una persona cara, che lo scorso anno era parte dell’avventura di bellezza di questo luogo. Ho cercato quella gioia passata, rompendo un silenzio, per l’impazienza di non stare in compagnia del piccolo vuoto che avevano lasciato le sue parole spente. Ma è sgorgata più tristezza che gioia, e il passato non può guarire il presente, tanto meno preparare il futuro.

Ed è proprio l’aggrapparsi alle cose che ci sono state, invece, a non permettere alla vita di scorrere. Di lasciar andare le forme e le presenze che hanno fatto il loro corso nella tua vita, per lasciare il posto a quello che deve arrivare. Dunque è un peccato di sfiducia non voler abitare lo spazio aperto e nuovo che dovrebbe essere ogni istante, e invece rassicurarlo con delle sensazioni già vissute. Ma soprattutto questo è un peccato contro la verità: e ogni volta che preferisci una via facile ad una vera, questa dovrà per forza poi venire alla luce nel dolore, portando via tutto ciò che non ha ragione di stare nella tua vita.

Così, questa sera mi sono ritrovata per un attimo a rimpiangere le mille scintille volanti che lo scorso anno abitavano il cielo bruno. E a rimpiangere anche quella pienezza che ho provato. Poi, però, ho riconsegnato la mia vita in braccia più alte, e ho sentito la forza di questo momento presente, con quello che ha, con quello che non ha più: è la culla perfetta per tutta la bellezza che non ho ancora conosciuto e che di certo mi attende.

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