La città ferita e piena di cuore

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il tunnel che salvò Sarajevo
Cap. I – La felicità è una cosa relativa (o lo sono le profondità da cui la guardiamo)

Almeno non russano – Giovedì mattina, quando sono arrivata all’aeroporto di Malpensa ero un po’ seccata. Perché avevo scelto un aereo tanto mattiniero, e  mi ero così costretta ai  sogni allarmati che impone una sveglia che ti spezzerà il risveglio? All’aeroporto scopro che il volo è in ritardo, e che forse a Monaco avrei perso il cambio per Sarajevo: la mia felicità ha subito cambiato freccia. Non era più il risveglio il problema, ma la speranza di arrivare per tempo per la connessione.

Invece non prendo il secondo volo: vengo ri-prenotata su un volo da Vienna alla fine della giornata, arrivo previsto a Sarajevo per la prima notte. Cambio ancora i connotati alla mia felicità e alla concezione del tempo: se lascio il tempo lunghissimo che ho davanti solo al futuro non passerà mai, devo per forza farne qualcosa, abitarlo, farlo diventare tempo presente e di presenza. Inizio finalmente ad essere nel luogo in cui sono, a farne un momento della mia vita, non un transito verso qualcosa a venire. Lavoro, respiro, apro le finestre dell’osservazione.

Quando poi finalmente sono sul volo Vienna-Sarajevo, ormai abbastanza stanca, l’ultima cosa che mi sarei aspettata era che non potessimo atterrare, “per la nebbia”, annuncia il pilota impennando verso l’alto all’improvviso: e poi le parole che mi arrivano come una forbice al sogno di riposo: “We are going back to Vienna: ritorniamo indietro a Vienna”. Come? E quindi ora cosa faccio? A Vienna, siamo un manipolo di viaggiatori storditi e crediamo di non aver capito bene quando ci dicono che non c’è possibilità di hotel: è festa e non se ne trovano. Restano due alternative: dormire in aeroporto e il mattino ritornare a Monaco per viaggiare su Sarajevo, oppure… oppure c’è un bus che ci aspetta. Un bus? “Sì, si tratta di 12 ore di viaggio, forse 10. O non si sa”.

Non so come a un certo punto, per prima, mi sono vista alzare la mano: “I go for the bus: io prendo il bus“. In realtà nel frattempo era successo anche questo: Avevo ritrovato il mio bagaglio. “Dove sarà in tutto questo caos? avrà seguito questa incredibile geografia di voli? Mi ero chiesta d’un tratto e non riuscivo più a distogliere il pensiero. E quando l’avevo visto apparire sul nastro, ancora unito al tappetino da yoga, avevo avuto chiaro in mente solo questo: non lo lascio più. Ora viene con me. E il bus almeno mi consentiva di sedermi, di averlo vicino, e di arrendermi: ormai il tempo era dilatato in un’altra realtà.

Sul bus mi accorgo che intorno a me non c’è più nessun turista, solo cittadini bosniaci, molti grandi il doppio di me, per lo più uomini, due o tre donne bionde, per lo più tenute al riparo dai mariti, con volti che hanno visto ben di peggio di questo inatteso attraversamento d’Europa. E’ notte e siamo stanchi. Tra loro fanno battute, qualcuno ride, ma istericamente. L’unica cosa che si desidera ora è sedersi, stare in tutto il tempo che avremo davanti ed arrivare. Io scelgo il sedile dietro un ragazzo di cui raggiungo appena il gomito. Mi dice di essere un poliziotto, ha un viso forte e buono, parla inglese e mi mostra la mappa del viaggio che dovremo affrontare. Una linea lunga che scorre con il dito, cambiando tre volte lo schermo del telefono.

Mi metto le cuffiette con della musica calma che mi riunisca a me stessa, mi accorgo che non ho nulla da bere, nessuno ce l’ha; che non abbiamo mangiato da molte ore e non accadrà per molte altre. Ma nessuno si lamenta. Guardo ancora i volti che hanno visto molto di peggio di questo e mi rilasso. La signora bionda che sta dietro di me mi dice che posso abbassare il sedile. Ha gambe lunghe ma in qualche modo dovremmo cercare di dormire. Io ci riesco, dopo due ore, per circa mezz’ora. Mi sveglio e sono le 2.50, “Mancano ancora 8-10 ore”, mi dice il poliziotto che ha incrociato i miei occhi aperti, e mi segna ancora schermate di telefono lungo la linea di tragitto. Intanto la musica è finita dentro le mie orecchie e mi accorgo di una nuova inattesa felicità: nessuno sta russando.

Bus verso Sarajevo

Tolgo le cuffiette inizio ad essere davvero parte di un’umanità.

CAP. 2 – Tappe e umanità

Ogni istante di vita è bellissimo – Il bus si ferma. Dobbiamo scendere, fuori ci sono almeno 5 gradi sotto lo zero, stiamo lasciando la Slovenia per la Croazia. “Here it is not Schengen: siamo fuori Schengen, mi ricorda il poliziotto”. Ci mettiamo in fila davanti a uno sportello militare, qualcuno viene trattenuto a lungo, ci stringiamo dentro i cappotti. Arriva il mio turno: sono italiana, il poliziotto si scusa e mi fa passare. Mi sento ingiustamente privilegiata: tutti gli altri nella fila hanno il mio stesso freddo, fame e voglia di dormire. Dopo dieci minuti siamo di nuovo in fila. Entrata e uscita, e sarà così ogni due o tre ore, ad ogni inizio di sonno, nel Paese unito che era stato diviso da una guerra.

Ormai stiamo diventando tutti amici, ci raccontiamo per quali storie ci siamo trovati ad essere lì. Io rido quando racconto che ho realizzato che dopo 16 ore dacché avevo lasciato il mio letto milanese, passavamo con il bus vicino alla mia casa friulana, e tiro fuori il mazzo di biglietti aerei del giorno prima, ci si potrebbe giocare a carte. Il poliziotto davanti a me replica che lui abita vicino alla frontiera che stiamo passando in quel momento, ma ha la macchina all’aeroporto di Sarajevo (sembrava la soluzione più comoda): dovrà guidare 6 ore appena arriveremo. Ha avuto un bambino da poco, ha la sua foto nel portafogli. Fuori sta iniziando l’alba e un paesaggio di cristalli che rendono aguzzi i rami spogli degli alberi.

Ultima discesa e risalita: anche a me viene messo un timbro e vengono fatte delle domande. Stiamo entrando in Bosnia. Sul bus più o meno tutti iniziamo a smettere di sperare di dormire, c’è impazienza e resa. I colli hanno un aspetto agricolo in stagioni più miti, case rade, molte con i tetti sfondati o completamente appoggiate su un fianco, come monumenti macabri della violenza che le ha attraversate. A volte interi versanti di un colle sono pieni di steli scure o chiare: cimiteri senza foto e senza nomi. Morti aggregati per pure geografie.

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Entrata in Bosnia, dal bus

Il bus ferma e c’è un boato di esultanza generale. A lato c’è un piccolo ristorante aperto, espone prodotti casalinghi, c’è il fuoco acceso. Qualcosa che sa di casa. Io non ho i soldi locali. Una ragazza bionda che è rimasta finora sempre sola, vestita bene,  meglio di quasi tutti, legge i miei pensieri e mi viene vicino: “If you stay with me I can cover your breakfast in case they don’t take your card: posso pagare per te, se non prendono la carta”. Scopro che è gentilissima, che parla piano, che ha pregato anche lei (l’ho fatto anche io), quando il pilota per due volte ha sterzato annunciando di non poter atterrare, buttandoci all’aria.

Non ci diciamo i nomi, forse non ne abbiamo più. Siamo tutti la stessa vita. Era  appena nata quando c’era la guerra, e viveva in Serbia. Si è sposata da poco con un uomo di Sarajevo. Lì ha capito cos’è stato l’assedio: tre anni senza acqua, gas, cibo: tutto lasciato nelle mani della fantasia e nei muscoli resistenti di un popolo forte. E poi aggiunge una cosa che voglio ricordare per sempre: “Sai, oggi le cose sono andate diversamente da come molti di noi pensavano: dovevamo essere già a Sarajevo da tanto. Tutti abbiamo qualcuno che ci aspetta. Ma quello che impari da una guerra è che ogni istante di vita è bellissimo“.

CAP. III La città intensa e piena di cuore

Memorie che cambiano per sempre – Quando arriviamo all’aeroporto di Sarajevo ed è tempo di scendere, non ci salutiamo neppure. Come se la confidenza che c’è stata fosse stata troppa e ora il pudore di un popolo che non può mostrare troppo i sentimenti la rimettesse al suo posto. Anche io mi accorgo che devo riprendere le ragioni per cui ho intrapreso il viaggio: mi sembrano ormai lontanissime, stravolte. Oppure diventate di più. Faccio tutto quello che devo fare, mi ricongiungo con l’autista che da due giorni sta facendo vari tentativi per raccogliermi. Arrivo in albergo, non capisco ancora molto del luogo, ma ne sento gli strati di storia che lo hanno scolpito.

La notte dormo finalmente un sonno profondo che al mattino avrei raccontato agli amici come due sonni: due notti che vengono insieme in una sola. Sono eccitata, felice. Ho srotolato il mio tappeto da yoga, ho respirato la città come sempre dapprima dentro di me. Al mattino ci aspetta un tour in alcuni luoghi caldi di Sarajevo prima degli impegni di lavoro. Fa un freddo umido, i contorni delle cose sono mangiati dalla nebbia. Molti edifici hanno muri rifatti, e senti che tutto quello che accade ora lì fuori non può non essere anche qualcosa che continuamente parla anche di quello che è già accaduto.

“Ci sono tre Sarajevo”, ci dice la guida: “Una piccola Istanbul piena di moschee e bazar che risale alla conquista ottomana, una piccola Vienna elegante e piena di teatri del periodo austroungarico. Una città ancora di aspetto comunista del periodo di Tito”. Noi prendiamo la strada che attraversa quest’ultima e casermoni di abitazioni tutti uguali, in cui ancora si vedono i segni degli spari. Arriviamo nella prima campagna di nuovo vicino all’aeroporto. Qui, nel cortile di una casa privata fu scavato il tunnel che salvò Sarajevo sotto embargo.  Fu scavato con le mani e utensili da casa da circa 50 cittadini per un chilometro e mezzo, per poter portare cibo, armi, per portare a casa i feriti. Per trascorrere tre anni di vita-non vita. Un filmato originale li racconta. Si vede l’odio da vicino, l’amore che serve a tenere duro. Mi accorgo che sto piangendo. E che forse volevo farlo almeno da un giorno intero.

Gli amici di questa città – è per loro che sono qui – hanno un cuore grande e il sospetto sempre pronto a scattare. Mi sono sempre chiesta, durante il tempo dell’amicizia, come le due cose potessero stare insieme: se hai un cuore grande ti fidi, hai fatto dei passi oltre la paura, pensavo. Ma se vieni a Sarajevo allora dovrai ricordare per sempre che l’odio che ha invaso un cuore aperto, che è entrato dove c’era certezza che il male non sarebbe mai potuto entrare, lascia un segno che è difficile da cancellare. E allora hai ancora le vene aperte a far passare l’amore, a farne passare anche di più dove c’è bisogno: ma ogni tanto senti ancora il dolore dei colpi dei proiettili che le hanno squarciate.

Al ristorante oltre il ponte sul fiume, più tardi, il primo compleanno di un bimbo è stato festeggiato sotto a teche piene di armi. Le ore che sono venute dopo non sono più racconto di viaggio: in quelle sono diventata il viaggio stesso. Sono diventata – per un poco – questa città.

 

Il dono del tempo

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Tempo nella natura

Può capitare che un giorno si inceppi, e all’improvviso due ore del tuo tempo escono dalla gran cavalcata e divengono un buon punto di osservazione sul pomeriggio. Ne approfitti per rispondere finalmente con presenza a qualche messaggio rimasto lì da un po’, a qualche mail che non eri ancora riuscita a leggere. In risposta: “Grazie, scusami non mi è possibile ora scriverti di più”. “Sono sotto pressione, in questo periodo non riesco a leggere oltre alla terza riga”. Ti spaventi: queste parole le hai dette anche tu, tante e tante volte.

Ma cosa ne abbiamo fatto del tempo? Dov’è sparito, chi se li prende i nostri minuti, le nostre ore? Ed è un tempo realmente pieno, o un tempo riempito perché non riusciamo più a scendere dalla sella di questo galoppo? Pazienza, mi sono detta. E mi sono messa a fare con una calma di cui non ricordavo il sapore delle cose piccole, in casa. Delle bustine con la lavanda sgranata sui colli umbri per gli amici, una torta di mele che inaugurava il formo nuovo di qualche mese rimasto finora inutilizzato, riordinare dei cassetti in cui non sapevo neppure più bene cosa si fosse accumulato.

Ed è stato un gran bel pomeriggio. Anzi, ho avuto il tempo di pensare che i momenti più belli, ultimamente, sono state proprio queste frazioni di giornata in cui sono riuscita ad essere completamente in qualche cosa, o per qualcuno. Come la sera in cui, sull’uscita di un evento, ho incontrato un conoscente che sta attraversando un grande dolore, e anziché seguire l’orologio, ho ascoltato il suo silenzio, gli ho messo vicino il mio. E quando ai saluti mi ha appoggiato la mano sulla spalla e mi ha stampato la sua forza di essere umano ritornato a galla per un istante, ho sentito il mio giorno allungarsi di diverse ore. Sono ritornata a casa molto piano. Parlando con calma. Facendo una cosa alla volta.

E’ stato in quel momento che ho deciso ancora una volta di occuparmi di quello che la vita mi mette davanti, di finirla con l’ansia per le cose che non sono ancora. Di non vivere con l’agenda davanti ma con la presenza in quello che c’è, in ogni istante. Di fare le cose che mi è possibile, ma in quelle esserci del tutto. Ed essere anche pronta a cambiare programma se arriva qualche cosa di più vero di quello che avevo immaginato solo con i pensieri. E la cosa buffa è che il tempo ora non mi manca più, ed è come se si dilatasse e si placasse dentro ogni cosa.

Per Natale dovremmo cercare di non chiedere altre cose che si accumulano nel nostro fiatone: dovremmo chiedere del tempo per capire quello che già abbiamo, ed esserne pienamente grati.

 

Lasciar andare le foglie

I colli di Assisi, all’inizio dell’autunno

Di nuovo sui colli. Sono venuta qui a cambiare stagione; qui, dove si è davvero immersi nella sostanza della vita, e anche nel suo camminare e trasformarsi incessantemente. Così, mi trovo ancora a prendere lezioni di naturalezza dalla Natura, che in pochi giorni, sfidata da  tempeste di pioggia e di vento, si prepara a lasciar andare il suo abito estivo.

Ci sono stati giorni intensi per il cuore, attraversati da tanti colori dell’amore, del dolore, e anche da una nuova capacità di vedere l’uno e l’altro mentre scorrono dentro i canali interiori. Di vedere anche i pensieri che li avvolgono e in cui si rischia sempre di cadere e di non lasciar stare le cose come sono realmente, di mettere a loro addosso i nostri umori.

Sarebbe come se oggi gli alberi entrassero in un labirinto di dubbi: se sia meglio lasciar andare le foglie oppure no, se avessero paura di farsi del male. O avessero timore che quest’anno non arrivi la primavera a rivestirli di vita nuova, quella giusta che attende di sbocciare. Come se l’erba si mettesse a frignare, che quest’anno non se la sente di seccare.

Invece qui, in mezzo a questa immensità in cui l’uomo è ospite di un disegno più grande, regna la legge dell’universo, e nulla pensa di poterla non osservare. E anche noi, nella nostra parabola in cui siamo visibili dentro un corpo, e poi non lo saremo più, siamo sottoposti alla stessa giustizia tersa, alla guida di una Coscienza più alta, che sa cosa dobbiamo fare.

E tutto questo mi serve in questi tempi, in cui ho visto persone lasciare la vita come andassero in un’altra stanza, senza però tornare. Ma anche rendendo più facile comprendere il sottile del tulle che le divide, e quanto l’avere consistenza solida non sia un differenziale della vita. E ho visto persone rimanere, con il cuore rotto da chi se n’è andato, che cercano di aprire lo sguardo a quella luce in cui ancora tutto vive.

E ho abbracciato persone che non riesco io stessa ad immaginare di lasciar andare, che sento sempre uguali dentro la forma scolpita dal tempo. Ho creduto forse in quell’abbraccio di poter trattenere tra le dita lembi di memoria, di amore e di presenza, per quando non sarà più possibile toccarsi con le mani. Abbracciarsi con i battiti dei cuori che si uniscono dietro il caldo della pelle.

Poi, sono arrivata qui e ho respirato, e ho sentito tutta la presenza del Tutto. Ho sentito che quello che ci renderà sempre vicini, quello che si vede e quello che non si vede più, la linfa degli alberi e il fluido dei cuori, il verde dell’erba e il bruno degli occhi di una madre che scompare da una vita vicina, le lacrime di un’amica e la prima brina, è la sostanza che tutti ci sostanzia: l’Amore.

 

 

 

Due devozioni

Due devozioni

E quindi siamo arrivati a questo, a finire le parole. Le parole per dire cosa siamo, cosa sia quella cosa che ci unisce, oltre a tutti gli spigoli in cui abbiamo sbattuto il cuore. Una fratellanza, un’amicizia, un amore o un riconoscimento d’anime sono tutte cose vere, ma anche forme in cui stiamo stretti, in cui ci manca un po’ il respiro. Piuttosto, è come se una parte di me abitasse dentro il tuo corpo, e viceversa una parte di te nel mio. E fossero l’una e l’altra dirette da due motori diversi, eppure si potessero sentire in tutta l’estensione dell’essere, fino a te, fino a me, la felicità e il dolore.

Si tratta perciò di tenerci ma anche di darci una libertà sconfinata, affinché ogni parte di noi possa gioire, espandersi, fare la propria strada. Crescere o sbagliare. Divenire a proprio modo devota alla vita. E ogni giorno dobbiamo anche tranquillizzare quello che di questa libertà ha paura. Paura di perdere, di non controllare, di scolorire tra i colori del mondo. Accogliere a mani piene tutto quello che arriva, i silenzi e i momenti in cui di nuovo siamo vicini. Fare il tifo fino in fondo per la gioia che in questo modo ci scambiamo, per il nutrimento che ci dà la parte di noi che l’altro porta in giro.

E’ questo il capolinea di un lungo viaggio, in cui abbiamo provato in tanti modi a dare una voce alle nostre anime che hanno preso luce quando si sono guardate. Quando le dita si sono allungate e hanno scoperto di sentire anche quello che c’era sotto un’altra pelle. Che era lì quella parte che mancava, e che da ere, da vite, in tanti luoghi e tempi, avevamo cercato. Aspettava che finissimo di aspettare, che finissimo di sentirne la mancanza, per fare il suo viaggio di ritorno, la parte di me che è in te, quella di me che vive in te.

 

 

 

Himalaya 5 – Amore in forma di cane

Il cane guida, Babaji’s cave – Himalaya

Oggi ho avuto una storia d’amore con un cane. D’altro canto si può avere una storia d’amore con il verde dell’erba, con lo scrosciare della pioggia, con un cielo stellato. Io oggi l’ho avuta con un cane. È successo questa mattina, qui, in questa sacra valle himalayana in cui sono arrivata al termine di un intenso pellegrinaggio, per visitare la grotta di Babaji. Forse chiamata da un magnetismo che doveva esattamente portarmi qui, e di cui tutto il resto non è stato che la preparazione. Babaji è il padre del Kriya yoga, il padre di tutti i Maestri di un nobile sentiero che è arrivato a me attraverso il ramo di Yogananda, il mio Maestro. Gli si dà un volto, ma Babaji è una colonna di puro Essere, e risiede dentro un corpo quando deve essere compreso, da 5000 anni.

Ieri, appena arrivata a Kukuchin, la località in cui inizia il sentiero che porta alla grotta, all’antro dove lui ha meditato e intorno a cui ogni tanto appare, non sono riuscita a resistere. Ho sistemato alla svelta le mie cose in una magnifica capanna di legno e di mattoni a vista dell’unica guest house che ha avvicinato così tanto il cammino di accesso a questo luogo sacro, e poi ho iniziato, vorace, la risalita. Ero stanca. Tutti questi giorni di viaggio, il mattino con le soste ai templi lungo la strada, uno di questi con 500 scalini di iniziazione, ma ero certa che appena i piedi si fossero messi uno dietro l’altro, mi sarei sentita benissimo. Lo avevo spiegato anche all’autista che ha condiviso con me questa avventura: era una meta da non perdere assolutamente. E così, stanco anche lui, più di me, mi ha seguito.

Ma più salivo e più mi sentivo in affanno. Le gambe faticavano a sorreggermi, ma andava fatto e non mi sarei arresa per nulla al mondo. Finalmente, senza fiato, accaldati per le nuvole basse che facevano sudare, siamo arrivati. Ho aperto la grata e mi sono seduta dentro la grotta a meditare. La mente, però, non ne voleva sapere di stare in silenzio. Pensava al povero autista che avevo fatto scannare, che forse aveva voglia di scendere. Che se non avessimo fatto presto forse sarebbe venuta la pioggia, o forse la notte e non avremmo più trovato la strada. Pensava cose sempre più piccole. Così sono uscita e ho detto al mio compagno di cammino che potevamo andare. A me ho detto che la buona energia comunque era entrata e non era necessario che lo percepissi subito.

L’ultimo Chai shop prima della grotta

Questa mattina la lezione era appresa: dovevo riposare, e lasciare fare alla vita. Dopo colazione, mi sono semplicemente messa a camminare per esplorare i dintorni, non avevo più intenzione di stremarmi. Ho ripensato soltanto a quella piccolissima costruzione all’inizio della strada per la grotta che annunciava di essere l’ultima possibilità per un chai (tè), prima di salire: fino a lì potevo arrivare. Mi sono avviata, un cane bianco e nero mi seguiva. Si è fermato ad un certo punto, ed è ritornato indietro. Nel piccolo negozio una signora matura che si è sciolta i capelli quando sono apparsa, forse per farmi vedere che erano ancora belli, forse per l’emozione di avere un cliente in questa stagione morta. Ha fatto cenno a due giovani ragazze che governavano il fuoco di preparami il tè. Nel cortile sono arrivati altri due cani, neri. Uno più grande e uno più piccolo. Li avevo già visti ieri, ma ero troppo stanca per stare alle loro feste.

La grotta di Babaji

All’improvviso il più piccolo si è messo a scodinzolarmi intorno. Un giovane ragazzo locale che guidava un gruppetto alla grotta mi ha chiesto se stessi salendo anche io, e ha aggiunto che quella che stava percorrendo era una scorciatoia. Io ho solo sorriso. Non stavo salendo, ho ammiccato a lui e a me. Ma il cane si è messo a camminare e io a seguirlo, e ha preso lo stesso sentiero corto. Con le gambe leggere, senza più affanno, attraversando torrenti a piedi scalzi, in un tempo che mi è sembrato breve e bello, senza saperlo mi sono ritrovata ancora alla grotta. Gli altri pellegrini avevano fatto sosta per strada, ed ero sola. Sola di fronte all’immenso. Il mio amico a quattro zampe si è semplicemente steso davanti all’accesso, come fanno i cani quando si sentono al sicuro e sono pronti a dormire. Io ho chiuso gli occhi e mi sono messa a meditare. Tutto era di nuovo limpido, in pace, in amore. Come l’amore senza ombre che ho sempre provato per i cani. Sono arrivate così queste parole.

Quando Dio mi apparirà avrà la forma di un cane. Sarà il cane più bello del mondo, il Dio più bello del mondo. Perché lui è amore puro, è uno scodinzolare d’amore. È sentire le feste nel cuore, è non stare più nella pelle. Nella pelle dei pensieri, nella pelle delle paure, nella pelle di tutti i piccoli comandamenti del fare con cui ci incateniamo alla terra. È lasciare le briglie, gli ormeggi, slacciarsi le scarpe, restare a piedi nudi nelle pozze dopo un temporale. L’odio, il rancore, il rimpianto non sono l’opposto di questo amore, perché è un amore che non ha opposti. Non è tradibile, abbandonabile, feribile. Come il verde per l’erba del prato, il fresco per l’acqua del torrente, l’azzurro per il cielo sereno, è vita che sta al centro, senza più cadere.

Poi mi sono alzata e il cane mi ha guidato di nuovo sulla strada di casa. Lì è svanito.

Ora lo so, questo viaggio doveva veramente arrivare fino a qui. E ho capito anche perché era giusto farlo da sola, perché si dica che i viaggi spirituali vadano sempre fatti da soli. Perché, infatti, è solo così che un po’ alla volta vieni sbucciata di tutti i modi in cui ti tieni aggrappata al mondo. Le persone, le parole, gli impegni, il nostro continuo bisogno di sentirci occupati in qualche cosa e con qualcuno è solo un modo per non tacere, per non affrontare la vera strada, il vuoto di appigli che fa venire alla luce quello che in ognuno di noi è puro essere. Ed è questo invece l’unico vero dovere che abbiamo. E richiede silenzio, richiede di sentirsi incredibilmente soli. E poi di non sentirsi più soli. Richiede di abbandonare completamente tutto quello che sapevamo di noi, di abbandonarci completamente. Di diventare solo presente, solo vita. Qui inizia il vero viaggio.

 

Himalaya 4, Kausani. I momenti in cui ho paura.

devozioni, tempio di Shiva

Non ho avuto il tempo di chiedermelo, prima di partire, se mi sarei sentita sola. Se in questo girovagare in luoghi assoluti e assolutamente lontani da ogni abitudine, mi sarei persa dentro il vuoto di cose e di voci note a cui tenermi. La solitudine, la non appartenenza a nulla di ciò che vedevo intorno, sono state la musica di fondo di un passato ormai abbastanza lontano, poi è diventata una cosa diversa: un essere solitaria e piena, senza più il senso di mancanza. Anzi, sono diventata sempre più bisognosa di silenzi e di tempi privati, perché poi ci pensa la vita ad essere frastuono e affronto a tutto quello che con pazienza cerco di mettere in ordine ogni giorno.

Però oggi ad un certo punto, all’ennesimo arrivo dopo un viaggio lungo, in mezzo solo al verde, solo a villaggi in cui si chiedono sempre solo le cose di servizio per proseguire, mentre ancora una volta toglievo il necessario dalla valigia, una valigia che intanto si è gonfiata di cose che sono venute via con me in questi giorni e della vita che si è messa addosso ai miei vestiti, per un attimo mi sono chiesta con spavento: cosa ci faccio io qui? E ho pensato quali fossero le vie con cui mi sarei potuta rivedere abbandonata sul mio divano, ma il pensiero ha disegnato una lontananza così complessa che ho dovuto abbandonarlo per non prendere paura.

Allora ho fatto quello che faccio tutti i giorni da quando sono via: ho cercato la calma nei gesti, nei riti che mi radicano in questa vita senza radici. Ho tirato fuori le immagini dei Maestri che mi indicano la strada. Ho acceso un incenso. Ho messo delle gocce di lavanda in queste nuove lenzuola, in un ulteriore letto, in una diversa camera ancora. Ho messo dell’acqua comprata in bottiglia per assicurarmi di non stare male nel bollitore: ho preparato un infuso di erbe. Ho srotolato il tappeto da yoga. Ho apparecchiato i libri sul comodino. Ho acceso una musica che mi riporta in luoghi calmi e felici di me. Ho fatto casa in questo punto dell’universo.

Ho rovesciato la polarità dei pensieri, sorridendo alla facilità con cui alla fine si faccia famiglia con tutto quello che c’è. Ho pensato al giovane autista indiano che si è trovato coinvolto con me in questo sogno, a due persone che erano straniere fino a pochi giorni fa, e che sarebbe sembrato impossibile che dovessero avere dei punti in comune, che all’improvviso si trovano a mettersi negli occhi gli stessi paesaggi, a condividere l’intimità della fame, del caldo e del freddo, della stanchezza e del riposo. Ho pensato ad un paio di amici qui in India, che ogni giorno controllano al telefono che io stia ancora bene, che non mi sia arresa. A mia madre, che ha imparato a scrivere i messaggi: e ne scrive di belli, per non farmi sentire se è preoccupata.

Poi ho guardato il tempo dall’alto, e ho pensato che è proprio quando si sposta un po’ più in là il proprio limite che possono accadere, nello spazio che si è aperto, cose nuove. Che alcune parti di noi possono crescere. E i doni sono già stati così tanti in questo viaggio, e spesso sono seguiti proprio a questi pensieri in cui qualche parte di me cedeva. E allora il pensiero della solitudine ritorna con un volto nuovo: sto facendo una cosa bellissima che richiede coraggio, che mi chiede quanto io sia davvero convinta di voler toccare tutta questa vita più grande per cui da tanto tempo sto preparando il respiro.

Così ritorna la forza, la paura va via. Apro un libro a caso, leggo queste parole: “Per iniziare un viaggio, devi voler avanzare dalla posizione in cui attualmente ti trovi. Finché ti accontenterai delle circostanze presenti, non sarai mai motivato a iniziare. Che cosa ci motiva? Dipende da persona a persona: forse è l’infelicità, o il desiderio di verità, o la ricerca di chi noi veramente siamo. In ogni caso, il desiderio di qualcosa di più è l’impulso che ci sprona in avanti. Tieni a mente cosa ti ha motivato e continua cercarlo finché non hai raggiunto il tuo obiettivo”. (da Un tocco d’amore, Nayaswami Jotish e Devi. Ananda edizioni)

Himalaya 3 – Gwaldam. Sussurri per il cuore

Monastero buddista a Gwaldam

tappa: Badrinath – Gwaldam

Scrivo da una stanza piena di cielo. Una stanza che è stata tramonto, poi stelle e canto dei grilli. E ogni volta che il contatto con la natura si fa così serrato, qualcosa in me esulta, ritorna a casa. Anche a questo si deve la Pace di queste montagne sacre, dove gli uomini cercano di leggere dentro di sé. Sì, si deve anche a quest’ebbrezza del respiro: una fusione che fa dimenticare i propri piccoli confini, e fonde nuovamente al Tutto di cui siamo una goccia, una foglia, un alito di vento.

In certi istanti questa felicità naturale prende la forma di una dolcezza infinita che si solleva dal cuore e rimette le cose in un ordine nuovo. L’ho potuto vedere bene nei giorni scorsi, quando non avevo più contatto con il mondo usuale, separata com’ero da ogni connessione, da ogni lingua di scambio, da ogni abitudine nota: quando sei costretta a mettere da parte tutti i ronzii con cui riempi la grande vertigine che risiede dentro ognuno di noi, allora ha spazio per parlarti quello che è veramente grande, quello che devi veramente fare. E nulla più è troppo o impossibile, nulla fa più paura.

E’ stato in un istante, mentre camminavo su un antico ciottolato d’altura, mentre mi inginocchiavo in un piccolo tempio rosa, che ho detto di Sì a tutto quello che deve compiersi attraverso di me. Che ho sentito che più di tutto vorrei servire Dio negli altri e che Dio potesse servirli attraverso di me. E in quel momento ho capito che stavo guarendo da tanti dolori rimasti stampati nella mente, e a cui la mente dava ancora il potere di creare futuro. Era perché la spina del mio cuore era attaccata a cose mosse fuori di me, cose che non potevo controllare, che ogni volta mi spezzavo e creavo sofferenza anche agli altri.

Ma se la spina è attaccata al Cielo, allora non sei più feribile, non sei più abbandonabile. Non c’è allora più nulla da giudicare o da cui attendere qualcosa, perché non è più una cosa personale tra te e qualcosa che è altro da te: ma sei un puro canale attraverso cui l’amore può passare e agire. L’unico metro con cui misuri la tua felicità diventa l’aumentata bellezza del mondo, perché non esiste più qualche cosa che tu possa chiamare ‘altro’: ma esiste un’unica vita, da amare in ogni forma come ameresti te stesso.

Ora in lontananza un cane abbaia, irrompe dentro la stellata e al canto dei grilli: ma è un unico concerto, e io spegnerò la luce: unirò anche il mio respiro.

 

 

Badrinath: avvicinamento al Cielo. Himalaya 2

Badrinath, 3600 metri vicino al Cielo

Tappa: Rudraprayag – Josimath – Badrinath

Si dice che un vero viaggio spirituale si debba fare da soli: e ora sono davvero sola. Un amico vicino è rimasto per ora lontano, perché ci saremmo influenzati troppo. La casa in cui avevo fatto famiglia è a Rishikesh, e ora anche l’autista con cui sarei dovuta arrivare qui, che era diventato un complice dell’avventura, è rimasto in macchina, dietro una frana e a vari travasi di fiumi, a venti chilometri da Badrinath, dopo avermi aiutato ad arrampicarmi a piedi sui sassi caduti e avermi messo su una Jeep che mi avrebbe portato qui, in uno dei luoghi della terra più vicini al Cielo. Non solo per l’altezza che rarefà l’ossigeno e crea spazi nuovi in cui non riesce ad allargare i suoi tentacoli la mente: ma anche perché qui comprendi che il Cielo non è davvero un’altra cosa da te.

Per arrivare è stato un progressivo entrare dentro le pareti verticali delle montagne, una lotta di altezze che tagliavano a fatte le valli, attraversate da fiumi veloci e pieni d’acqua. La vegetazione è ovunque verdissima, proprio per la copiosità delle piogge che stanno finendo ora la loro stagione. E questo paesaggio immenso qui è là è intervallato dai colori di piccole linee colorate orizzontali, che formano gli agglomerati dei villaggi. E dentro ogni villaggio c’è un tempio con porte aperte al verde e al cielo. Una grande sensazione di respiro, di ricerca di luce verso l’alto: anche per il cuore, per l’energia del corpo, per i pensieri. Mentre in fondo alle valli, dove ci si sporge verso l’acqua che scorre, risalgono i fumi dei vapori dei corpi cremati, affinché l’anima possa volare via più veloce. Karnaprayag, Chamoli, Josimath… tanti nomi in fila di questa geografia assoluta.

Ma Badrinath lo capisci subito che è un’altra cosa: non è solo una delle città più sacre dell’India, dove milioni di pellegrini vengono ad espandere la propria devozione, ma è qualcosa che c’è nell’aria, nella forma delle vette, che nascondono cime di altre vette che ogni tanto si vedono, in una quinta metafisica, per quanto carica di fisicità. È qualcosa che c’è nell’acqua, che spinge con forza non solo nei letti dei fiumi, ma in cascate dalle pareti di roccia: qui lo senti subito che non potresti mai gareggiare con la natura, che devi chiederle il permesso per entrare.

E poi l’umanità di questa terra: qui tutti cercano Dio. E questo paesaggio alto è il luogo in cui si sentono più vicini per trovarlo. Il meraviglioso tempio che troneggia di là del fiume è dedicato a Sri Badrinath, incarnazione di Vishnu, cioè il Dio che conserva la vita, ma anche la linea divina del cuore e dell’amore. Dalle 4.00 del mattino si offrono puje, cerimonie di purificazione, preghiere, canti, invocazioni. Arrivano qui da tutta l’India, alcuni non se ne vanno più e restano semplicemente vicini al Cielo, cioè a Sé, nei vestiti arancioni dei sadhu, i rinuncianti che hanno rinunciato in realtà solo all’illusione.

E io? Cosa ci faccio qui? Non lo so, non ancora. Ad un certo punto sapevo solo che dovevo venire. Per ora ho solo girato con la testa rarefatta, mi sono inginocchiata e ho cercato di fare quello che facevano gli altri. Ho offerto una corona sacra di tulsi, mi sono fatta disegnare l’occhio spirituale dopo la preghiera, ho preso alcune bacche candite di amla, per le vitamine. Ho acceso un incenso nella mia camera affacciata a questo Cielo in terra, e aspetto che mi parli, visto che mi ha chiamato qui, che mi ha voluto sola.

 

 

 

 

 

Himalaya 1 – Rudraprayag

Dhari Devi temple, Srinagar

Tappa 1  – Rishikesh – Srinagar – Rudraprayag

Sono distesa di fronte a un sogno, un sogno che sognavo da tanto: la scoperta dell’Himalaya. E ora è lì, fuori dalla finestra, a lato del canto dei grilli, con i suoi primi denti appuntiti, ricchi del verde di un’intensa stagione delle piogge, che oggi alla fine ha dato tregua. Un po’ al giorno svelerà le sue forme, i suoi segreti. Le ragioni per cui dovevo venire e doveva essere adesso, al di là di ogni buon senso, delle strade ancora cariche di roccia scivolata dalle vette, degli impegni che premevano, finché ancora avevano la forza di dirmi che erano la voce più forte che avrei dovuto ascoltare. Ora, da qui, non ha più potere.

Rudraprayag – vista

Questo è un viaggio in avanti che riporta indietro, alla sorgente, alle origini, a quello che non so più di sapere. Alle risposte a domande che ancora non sono nate. Alle verità che sono in me e che non sto ancora vivendo. E va vissuto con un diario bianco, per lasciare che sia la vita, quello che vuole arrivare e mi vuole parlare, a riempirlo. Per ora so solo che ogni tanto riesco a slacciare i legacci dei pensieri, ad uscire dalla lente che appoggiano sulle cose, dalle trame con cui ci legano agli eventi, alle persone, e imprigionano il manifestarsi di ciò che è veramente vivo e terso in noi.

on the road

E fuori da questa gabbia, che finora ho chiamato vita, l’amore è un’incandescenza di cui riesco per qualche istante a vedere la luce, a sentirne il fluire in ogni cosa direttamente dalla fonte. Ad intuire che solo finché l’altro è l’altro, devi amarlo con un ponte che copre una distanza: poi semplicemente diventa una parte di te. In quei momenti posso solo pregare, più di ogni altra azione certa, di poter meritare di esserne un giorno un canale. Poi, con il cuore stordito di gratitudine, mi stendo e galleggio sul tempo.

 

 

Amore in silenzio

luce-buio

Oggi all’improvviso, mentre attraversavo un nuovo tramonto, mi è stato chiaro: l’amore è sopravvissuto al silenzio, ed è sopravvissuto anche a tutte quelle cose in cui sei come mi faceva paura saperti. D’altro canto dovrebbe sempre fare così l’amore, se non è un appoggio in cui ci siamo illusi di far terminare la corsa, la nostra ricerca della felicità. Dovrebbe legare anime, profondità, e lasciare libere le superfici di espandersi, di sbagliare, di cercare la strada di casa.

E così, in questo non saperci, non ci siamo persi: è proprio questa la prova per capire se siamo stati crescita l’uno per l’altra. Se riusciremo a salvare quello che conta, a pregare per il bene dell’altro, senza chiedere nulla. Ora, quando ti penso, non penso più il futuro, che faccia faremo la prossima volta: penso a te che sei felice, e non desidero altro. Poi, capiterà anche di incontrarsi, capita sempre quando c’è da finire di scrivere una storia, ma non è importante questo. E’ importante che abbiamo saltato il muro, che siamo arrivati qui, a sostenerci in questo vuoto di noi, a tenere sempre un angolo di bene, senza il bisogno di pronunciarlo.

Sai, mentre sentivo questo bene straripare, uscire da me senza portarmi via la calma, le cose che ora mi aspettano e che devo fare ogni giorno, le persone che sarà giusto per me incontrare, ho visto questo amore travalicarti, riempire ogni cosa. Ho sentito anche che ora c’è in me la disponibilità di donarlo a molti, e in ognuno vedere questa profondità che sarebbe innaturale non amare, e poi una superficie dove ogni tanto si increspano cose che potrebbero farsi giudicare. Ma non ho giudicato: sono rimasta libera, ho permesso ad altri di esserlo. Ho accolto le mie imperfezioni, quelle di tutti coloro che avevo intorno.

Ecco, avevo queste parole per te questa sera, da farti avere attraverso il silenzio: dirti che sto bene, che non ti devi preoccupare per me. Che sono diventata un pochino più grande.