Malattia e/o guarigione

Sì, in questo tempo ci si può ammalare, ma si può anche guarire. Questo mi è sempre più chiaro: ognuno è messo di fronte alla propria prova e alla propria opportunità. Da tutto questo silenzio, da questo stare fermi – da soli – dallo stravolgimento del fare che ci aveva portato via da noi, ne usciremo altri: se ne avremo fatto buon uso, migliori.
 
Per certi versi siamo meno soli ora di quando non lo eravamo. Meno lontani, di quando eravamo vicini. Avvengono delle primavere dei cuori, oltre a quelle dei fiori.
 
Certo, si incontra chi fa strozzinaggio anche di questo mondo che si crepa, con dolore di molti, per partorirne uno nuovo. Personalmente ho deciso di non giudicare, ho capito che non serve a nulla: ormai è evidente che ci pensa la vita a potare e a far germogliare, nel tempo, solo ciò che è vero.
 
Allora mi tengo alle cose belle che questa mareggiata ha già portato a riva, come conchiglie che brillano al sole. Come mattoni da cui ricominciare a costruire.
Ieri le ho raccolte, prese tra le mani, poi ne ho sollevata una alla volta tra le dita, e ne ho assorbito la luce:
 
– l’amica che davanti a una scelta ti dice: scegli ciò che ti rende felice, sarà la cosa giusta
– l’altra che mi fa arrivare una fetta di torta di nocciole dall’ascensore, per non tenere l’affetto a distanza di sicurezza.
– il mazzo di fiori virtuale che oggi mi è arrivato al telefono (e non erano come gli altri: profumavano d’amore, avevano lacrime di rugiada di cui sentivo il bagnato)
– Le volte che in un giorno ci si scambia la parola GRAZIE perché non c’è più nulla di scontato
– il canto che questa mattina saliva alla finestra e faceva festa alla vita.
 
Ogni giorno voglio scrivere un diario delle cose belle che hanno iniziato a splendere, che il buio ha fatto brillare, me le ha fatte trovare. Da queste voglio, poi, ripartire.

La preghiera della gratitudine

In questi giorni strani, ogni tanto si sente qualcuno dire… quando tutto ritornerà alla normalità… quando ripartiremo… Penso che se solo ri-cominceremo, se tutto ritornerà come prima, avremo sprecato una grande opportunità, vanificato il dolore di molti.
 
Quello che mi si fa più chiaro ogni giorno è che, riducendo il numero di interferenze nel nostro stato naturale, lo sguardo interiore si fa più acuto. Si ha di nuovo la possibilità di vedere quante cose semplici e meravigliose, di cui non sentivamo più il sapore, supportino la nostra vita. Quanto, spegnendo il mondo esteriore, si possa accendere quello intimo, dove c’è uno spazio molto più grande di quanto pensassimo per ogni cosa e per ogni situazione.
 
Ieri mi sono ritrovata ad inginocchiarmi in un moto di commozione per i frutti della terra che si offrivano al mio pranzo. Trovo ogni sera, in quell’unica stella e nel sottile sorriso della luna che spuntano dal balcone, l’intero firmamento. Ho ringraziato questa mattina il risveglio che anche oggi mi ha trovato sana, nel mio comodo letto. Ho ringraziato per tutte le voci care, da tutto il mondo, di cui sento più terso l’amore. Ho toccato il terriccio delle mie piccole piante di città come un bosco intero.
 
Dire GRAZIE tante, tante volte al giorno è diventata la mia preghiera, il dialogo con la vita. La guarigione da tutto quello che era ammalato ben prima di tutto questo.
 
Grazie, grazie e ancora grazie.

Esercizi d’amore – un papavero che vuole sbocciare in questo tempo strano

Me lo sono chiesta perché questo libro abbia voluto uscire proprio in questo tempo strano. Se credessi al caso, penserei che è stata una sfortuna. Ma io non credo al caso, quindi penso che forse voleva proprio raccontare qualcosa a questo tempo. Come un messaggio di speranza e di rinascita.

Dal 21 marzo si può ordinare in numero limitato di copie dal sito www.anandaedizioni.it. Al più presto, spero, perché vorrà dire che saremo già nel mondo nuovo, in libreria. 

ASSAGGIO DAL LIBRO: 

Amore familiare

Mia madre che ride e mangia un altro dolce, buonissimo perché è arrivato dalle mie mani, dalla città. Mio padre che infila gli occhiali per non chiedermi subito quanto ti fermi, dove vai questa volta. I muri con le fotografie di quando si partiva insieme e si faceva a gara a chi contava più luci, per far scorrere l’impazienza. Intorno il profumo di abeti e la nostalgia di una nonna mal capita, di cui mi sono trovata nel cuore la poesia contadina. E lo stupore che non si esaurisce mai di essere nata proprio su queste montagne. A tavola, per il pudore antico di una terra, non si dice: ma oggi siamo stati felici. Ho le prove: ogni volta che amiamo è primavera, e lì dove appoggiamo l’amore, la vita fa i fiori. Amando siamo Dei, creiamo mondi.

 

Presente

Non sognare troppo lontano, oggi c’è abbastanza bellezza nell’azzurro del cielo, il sole è steso sui campi e la primavera è appoggiata ai rami dei meli. Non scappare con il cuore in cose già state o che non lo sono ancora. Non scrivere finali di fantasia, lascia fare alla vita. Affidati, solleva le unghie da quello che sta passando. Respira, accogli, lascia andare. Ma l’hai vista la luce nel verde dell’erba novella? Allora non spingere via l’amore con i pensieri: raccoglilo, stringilo nel pugno di quello che c’è. Intingilo nel bianco delle margherite.

 

Tenerezza per l’altro

E poi quella sensazione di tenerezza per le cose di te che ho detestato. Non le cose forti in cui sei come ogni altro: per quelle fragili in cui sei solo tu. Quei fori di vulnerabilità da cui risali con bracciate di forza, come andando controcorrente, per paura di essere visto cadere. Credo succeda questo: accogliendo le proprie ferite, si accolgono anche quelle degli altri. Si vede in trasparenza la storia umana di vittorie e di sconfitte che fanno di noi oggi quel che siamo. Il dolore da cui si dipanano l’amore o la rabbia. E si fa più chiara in queste debolezze la ragione ultima di ogni incontro: aiutarsi a crescere, prendendosi per un po’ cura l’uno dell’altro.

il video:  https://www.youtube.com/watch?v=P_HEPOAiGMM

 

Il piacere del vuoto (tesori da riscoprire nei giorni del Coronavirus)

Certo che mancano i narcisi! E c’è il pensiero che quest’anno mi sono persa le primule, il momento esatto in cui i germogli diventano fiori, e cammino invece avanti e indietro nei pochi metri quadri domestici in città.
Ma non voglio cedere al pensiero che non ci sia della bellezza in questa sospensione.
 
A Milano siamo alla terza settimana di tempo tutelato. All’inizio c’è stato lo sbigottimento, come una strada che conoscevi bene, ma che all’improvviso portava contro un muro: ogni cosa veniva fermata, senza un intermezzo per potersi abituare. Incredulità e resistenza (e il mio lavoro? come faccio adesso?).
Ma a resistere alle cose per cui non puoi fare niente finisci per farti ancora più male: bisognava cedere, accogliere, farsi morbidi. Credere che c’era una lezione da imparare.
 
E’ nato da questa accoglienza un tempo miracolato: la lucidità che avevi vissuto in un modo impossibile, che avevi bisogno di fermarti. Per fare un cibo nuovo, per leggere un libro non utile al lavoro, per mettere la lavanda ai vestiti dell’inverno. Per smettere di pensare, per lasciare che quello che viveva sommerso dietro le contratture venisse a galla: per guardare le tue paure, per splendere, per salire in spazi più ampi, più alti.
 
Poi ci è stato detto che questo tempo a statuto speciale sarebbe continuato ancora, e ancora e ancora, per tutti in tutto il Paese. Nuovi tremori, e a poco a poco si è riorganizzato un fare sotterraneo. Digitale, impersonale, a distanza di sicurezza. Sono partite anche le catene di Sant’Antonio di rimedi miracolosi, di complottisti, di profeti della tragedia. Assicuratori, corsi a distanza, streaming… Ognuno con la propria merce, e il telefono ha ripreso continuamente a vibrare…
 
Ieri ero uscita a fare provviste, e mi sono ritrovata a correre a casa per il meeting online, per le urgenze virtuali, i messaggi da rispondere… Mi sono fermata e ho visto la trappola: non stiamo imparando la lezione. Non è per stare di più sui social o per trovare nuove via di fuga che ci è stata fatta questa concessione. E non è un tempo per guadagnare materia o like, ma per avanzare con pezzi d’anima.
 
Non so bene perché abbiamo fatto arrabbiare la Natura, quale dei tanti gesti innaturali sia stato quello che ha fatto traboccare il vaso: ma è certo che c’è un’intelligenza in questo sostare. C’è un’opportunità di rivederci, di rivedere il nostro correre folle: verso dove, fino a quando? Qual è il traguardo in cui inizia poi la vita con il tempo per le cose che contano? Sì, una grande opportunità, con tutta la compassione per chi in queste ore sta male.
 
Possiamo imparare di nuovo, come forse generazioni antichissime, a guardare in faccia il vuoto: a non appoggiare l’attenzione su nulla, giusto per ingannarci che abbiamo sempre troppo da fare per essere allo stato naturale. E’ questo, non l’impellenza di quello che in questo momento non c’è più, a farci tremare.
Reimparare a riposare in noi stessi, che non lo sappiamo più fare. Senza nulla, renderlo pienissimo il vuoto: questo è il lavoro per questi giorni particolari.

entrare e uscire con Grazia

Nell’Ananda yoga si dice che come entri ed esci da una posizione sia altrettanto importante della posizione stessa. E come il solito l’insegnamento vale anche fuori dal tappetino. Credo, infatti, che un’esperienza non solo sia importante nel momento in cui è sostanza della tua vita, prima ancora conta la qualità dell’energia con cui l’hai creata, perché se lì hai preso delle scorciatoie o hai nascosto qualcosa sotto il tappeto, prima o poi ti si rivolgerà contro.
E quando comunque verrà il tempo di lasciarla andare, perché una nuova tappa di crescita ti attende, diventa fondamentale come chiudi la porta prima di andartene. Può essere, perché tu comprenda che una strada è terminata, che ci sia anche da affrontare il freddo e il duro di un muro di parole e di gesti che al momento non ti paiono giusti.
Eppure lo stesso devi cercare di muoverti con grazia, fino all’ultimo passo, fino a quando lascerai andare la maniglia della porta. Solo così, se non avrai lasciato neanche lo strascico di un rancore – che lega tanto quanto l’amore che ti aveva portato lì – potrai dire di aver completamente concluso quella lezione della vita ed essere sicura di non doverla più ripetere.

L’Amore e i vetri rotti

Alla fine sono sempre le persone a cui vogliamo bene quelle a cui facciamo più male. Quelle da cui riceviamo più male. E’ come se l’intimità assottigliasse le porte in cui tenevamo in sicurezza i nostri vetri rotti, che finiscono per venire esposti e prima o poi per fare lo sgambetto. Come, anche, se l’altro fosse un prolungamento di noi a cui possiamo rifilare le nostre macerie, sperando in segreto che le smussi, che ce le restituisca meno insidiose. Già risolte.

Quando accade il taglio, per prima cosa c’è l’incredulità: è una parte del nostro stesso essere che ci fa le boccacce e si rivolta contro di noi. Poi c’è la constatazione della prossimità tra l’amore e l’odio, ogni volta che non ci si incontra da piani più alti, dove l’amore sgorga da sorgenti senza più opposti. E c’è anche lo spettacolo triste di vedere quante parti di noi siano ancora feribili e pronte all’assalto. Quanta pazienza richieda una vera crescita.

A questo punto, se è toccato a noi sanguinare, le misure da prendere sono a più piani. Dal punto di vista del corpo e del tempo di vita che stiamo attraversando, vanno prese le decisioni più giuste, senza indugi: costruire un muro che ci separi dal male e che ci consenta di fare il punto vero dell’amore che noi stessi proviamo per noi. Mettere da parte le memorie, gli attaccamenti, lo spavento di non essere amati bene, di sentirci non più amabili.

Dal punto di vista della mente, il cerchio si amplia su quelli che sono i nostri pattern: quali meccanismi e abitudini vengono sollecitati da quel dolore? Forse il poco rispetto di sé, la tendenza persino a  scusarsi del male  che si riceve pur di suturare qualcosa da chiamare amore, la paura dell’abbandono, e la paura tout court in forma di forza nera che fa tremare la nostra luce. Le decisioni dovrebbero dunque interrompere questi circuiti viziosi.

Dal punto di vista dell’anima, infine, abbiamo la possibilità di vedere la scena dall’alto, da lontano. Di comprendere come due anime si siano date appuntamento dall’eternità per trovarsi qui, sulla Terra, e aiutarsi a crescere, cercando di pulirli quei vetri rotti, affinché non abbiano più il bisogno di uscire e di fare male. La possibilità di andare fino al dolore da cui nascono, per stanarlo, fino alla libertà.

A questo livello, allora, possiamo vedere anche le ragioni dell’altro: prendere lo stesso le decisioni di sicurezza, ma continuare a sentire, in terre in cui non si dà più per opposti, l’amore.

è tutto Dio (India 4)

Non puoi prenotare la felicità. Neppure se ti muovi per tempo, prima che salgano troppo i prezzi. Non puoi decidere che dal giorno X al giorno Y, ti prendi una pausa dalla vita variegata tra gioie e dolori, per andartene via ad essere felice. Soprattutto non puoi farlo in India, dove, per quanto tu abbia dettagliato il  programma: quello che accadrà veramente, quello che sarà davvero protagonista del tuo tempo e dei tuoi luoghi interiori, sarà l’imprevisto, il fuori programma, quello che accade in mezzo alle pagine dell’agenda, tra i respiri. Lì c’è quello che sei andato a fare, quello che ti attendeva e che ti aveva chiamato, anche se non lo sapevi. Anche se non è quello che vuoi.

Così ripenso al momento in cui infilavo i bagagli nello shuttle e facevo il viaggio a ritroso dall’aeroporto di Malpensa a casa, con un senso quasi di sbigottimento e di peso nel cuore per alcuni eventi finali, eventi che erano andati decisamente oltre le attese. Non mi rassegnavo che il punto fermo di questo lungo viaggio dovesse essere messo lì. Di non avere possibilità di replica, di scrivere l’happy ending. Pensavo con amarezza a tutto lo sforzo che avevo fatto per organizzare, per ritagliarmi questa libertà e darle energia. Perché non ritornavo a casa con un congedo di luce? L’istinto sarebbe stato quello di riavvolgere il nastro, di riscrivere alcune scene. Di correggerle. Ma non si poteva.

Forse è stato tutto sbagliato? E a partire da dove? Cosa avrei dovuto fare diversamente? Queste domande si sono infilate nel sonno profondo, disteso nel mezzo tra il giorno e la notte, per un jet lag che in fondo continuo a coltivare pur di restare ancora un po lì. Per avere ancora in mano il plot della storia, per comprendere quello che non è stato chiaro, e forse per cercare di strappare al destino qualche possibilità di replica. E so che quando sono così, quando vorrei mendicare la realtà di non essere com’è, devo solo avere pazienza. E che, tanto più sono scesa nel buio, tanto più luminosa arriverà d’un tratto la rivelazione.

Così è stato. Ad un tratto quell’ingombro di memorie che mi ritornava nei sogni ha manifestato la sua potenza. La felicità non inizia al termine delle cose che non ti piacciono: è tutto Dio. Proprio dove ha trovato la libertà di entrare, nei luoghi rimasti morbidi dalle tue linee tese, ti ha parlato. Quello che tu vorresti rimuovere dalla storia è in realtà il tesoro che ti ha consegnato, il messaggio d’amore con cui si è occupato di te. Con cui ti ha indicato i prossimi passi da fare. Quelli da concludere oggi, per il tuo bene. Il suo linguaggio esce da una mappa turistica: è quello della verità. Queste intuizioni mi sono apparse nel cuore.

Poi l’appello della mia anima è continuato. La vita non è nel sentiero dopo che hai spostato le spine: è anche le spine. E la verità non è quella che esprimi quando tieni le mani giunte e ti inchini. Quando sei vestita da buona, e dici le cose che devono essere dette: è quando le cose ti prendono alla sprovvista, quando ti sorprendono con i vestiti della notte, inerme, che si vede a che punto sei, quale sia davvero il tuo livello di bene. La tua fiducia nei piani che si aprono per te. Non c’è un finale migliore di un altro: c’è solo quello che è giusto che sia. E non è detto che sia sempre facile (ma perché non dovrebbe esserci anche dolore in una vita?).

Dunque eccomi qui a fare spazio a quello che pesa nel cuore, a dargli il benvenuto. A festeggiarlo. A farmi di lato perché possa divaricare completamente la sua forbice e portare via quello che non può più essere me. Il male è ancora lì, ma ho deciso di fidarmi, di affidarmi. Di portare pazienza. Di sdraiarmi in questo presente. Di riposare un po’. Le risposte alle domande che oggi non so le riceverò quando sarò in grado di comprenderle.

India 3. Perdersi e (è) trovarsi

Quanti passi bisogna fare lontano da sé, lontano dalle idee e dai confini con cui abbiamo creato un’illusione che si chiama “Io” prima di donarsi completamente alla sconfinatezza della vita! E quante volte, quando pensi di aver raggiunto il traguardo della resa, devi invece ricrederti e accorgerti che stai ancora tenendo tu le redini, che stai controllando persino il modo in cui ti lasci andare. Eppure lo sai: se è questo che ora devi fare, l’universo si muoverà e ti metterà al muro, e spingerà finché non avrai più altra scelta: e allora dovrai davvero abbandonarti, farti portare. E’ stato così che mi sono completamente persa, ovvero che sono arrivata esattamente ad essere completamente dove sono in questo momento.

Sono dentro il caldo di questa domenica mattina, in una camera, in un piccolo villaggio di mare del distretto di Kannur, in Kerala. Sono nelle storie di una  famiglia che mi ha aperto la porta di casa, nelle parole di una lingua che non comprendo e che si parla intorno a me, e dove ci sono cose che mi accadono. Sono stata anche la figura stesa in un letto di un ospedale di questo angolo del mondo che è ora quello in cui appoggio i passi delle mie giornate. Sono stata sotto le dita sottili delle infermiere che spingevano piano l’ago e l’ovatta sulla mia pelle, e anche in una notte che mi copriva con un manto di canti, di tepore umido e di piccoli insetti che potevo portare nel sonno solo smettendo di resistere e accogliendo semplicemente quello che c’era di vero in ogni momento vivo.

Così ho scoperto questo: fuori dai nostri programmi, dai nostri bordi rigidi, abbiamo anime molto flessibili a prendere tutte le forme delle esperienze che ci attendono. Avevo avuto altre occasioni per arrendermi in questo viaggio, e credevo di averlo fatto e non era ancora vero. E’ servito un piccolo incidente, un gioco che mi ha lasciato dei segni su una gamba da parte di uno dei tanti cani che si aggirano in queste spiagge, perché io amo i cani e non ho paura. L’idea improvvisa, poi, di far vedere questi segni che si gonfiavano a un dottore, per trovarmi immediatamente stesa su una brandina del pronto soccorso, in attesa del responso alle reazioni dell’antirabbica, come misura di sicurezza raccomandata: dall’altra parte il rischio di  morire. E per trovarmi in mezzo a tanti corpi feriti, lenzuola lise, macchiate e a un bagno di umanità e di medici e infermieri che si muovevano per non far cadere nessuno troppo nel buio.

Ho visto in ore calde e lente in quella stanza, come amore e paura siano uguali in tutto il mondo, e come l’uno e l’altra siano cose che uniscono e che rendono evidente quanto poco sia quella forma di noi che tanto difendiamo. E questo a volte si vede più chiaro da un luogo scuro. Si riesce infatti così a comprendere la resistenza che opponiamo al flusso della natura, alla fiducia nei suoi piani. Perché lo so: anche questo incidente è perfetto e dovrò presto ringraziarlo. Ringraziare come ho dovuto farmi corpo passivo, pronto a obbedire fino al più piccolo gesto, senza più opinare, senza più analizzare. Come ho dovuto crescere la fiducia e mettermi in altre mani, e come dovrò ancora farlo. Perché dalla casa di un caro amico il viaggio procederà in luoghi divini, ma dovrà essere con tappe in tanti altri ospedali per completare il trattamento. E dovrò ancora farmi guidare, tacere in una lingua che non conosco, accettare di perdermi per trovarmi.

Finché avrò completamente detto di sì a quello che vuole essere. Finché avrò imparato ad ascoltare la vita in me, ad amarmi. Ad amare l’amore e la vita in tutti, in ogni momento com’è. 

 

 

 

 

India 2. Esercizi di presenza

  1. Quando la sostanza tiepida e densa inizia a colare sugli occhi, qualcosa intorno a questa pelle delicatissima vorrebbe resistere. Vorrebbe respingerla. E ci vuole un piccolo moto interno della volontà per invertire la direzione del sentire, per trasformarla in calma e in accoglienza. E allora sorge quasi un piacere sottile mentre il ghee, il burro chiarificato che viene utilizzato per la tecnica ayurvedica di purificazione degli occhi chiamata Tarpana,  inizia a penetrare nei piccoli capillari della pupilla e intorno al globo oculare. Quando la medicazione è finita, mi vengono ricoperti gli occhi con dei fiori bianchi, tenuti fermi da una garza leggera. Devo poi restare stesa dentro una stanza in penombra per un’ora, lasciando che il rimedio penetri ancora, mi porti l’aroma dolce dentro alla gola e al naso, si stenda dietro la fronte. E io sono tutta lì, in questa piccola inondazione dello sguardo.
  2. Stesa sul mio tappeto di yoga, mentre il maestro ci guida in un lungo, lento rilassamento al levar del sole, mi accorgo che ci sono sempre nuove piccole parti chiuse che si possono aprire. Che, oltre quello che finora ho chiamato “rilassamento”, esiste una dimensione nuova, che mi porta fino alle soglie in cui il corpo non è più materia. Mentre intorno si sveglia la vita, e sento la luce appoggiarsi piano sulla pelle e sopra ogni cosa, ascolto tutti i piccoli punti di contatto del mio corpo sul terreno, cerco di essere completamente dalla loro parte, di non scappare neppure con un pensiero. Procedo, e rompo quegli spazi nelle porzioni che li compongono, fatte di cellule e respiro, e cerco ancora di lasciar andare, di non resistere, di non controllare. Di divenire pura esistenza, la pura energia che c’è oltre la carne. Allora l’alba sorge, luminosa e immensa, anche da dentro di me.
  3. Quando intingo i piedi nelle  onde di questo mare tropicale, cerco di sentire ad uno ad uno i granelli di sabbia che si sfogliano sotto le mie piante. E di sentire le cellule che sentono, i canali con il sangue dentro che si ritirano per il piccolo brivido. Quando tocco con le dita la materia carnosa delle piante di questa terra, tenendo bene a contatto la mia e la loro pelle, attendo il momento in cui la mia vita incontra la loro, si riunisce in un’unica vita. Quando sto di fronte a un essere vivente umano, poi, cerco davvero di esserci con tutto il cuore, di fare domande di cui sono realmente curiosa, di ascoltare la risposta e insieme il battito del cuore da cui le parole nascono, e di riceverle io stessa con il cuore. E allora sento che così si può davvero essere con un altro, e sentire che non c’è nessun “altro”. Che tutto è Uno. Che le gioie e i dolori di ognuno appartengono a tutti.

Quello che comprendo è che solo in questi istanti di vera e piena presenza noi viviamo. Negli altri esistiamo.

INDIA 1. Surrender (again and in progress)

Kerala, flessibilità

Sono qui, di nuovo a scrivere questa parola, una parola scritta molte volte: Resa. Abbandono. Affidamento totale. E mi sembra di farlo questa volta al di là di un muro di sicurezza che finora non avevo neppure mai visto, quindi dentro uno spazio che non avevo neppure mai immaginato.

È successo intanto che sono arrivata in Kerala, in un piccolo ashram di yoga e ayurveda, lo stesso in cui ero venuta ad “arrendermi” lo scorso anno. Ma non lo avevo fatto abbastanza. E comprendo sempre meglio come non ci sia azione, neppure la più piccola, che, se non conclusa, vada portata a termine.

Lo scorso anno ero arrivata tesa e stanca, e volevo disintossicarmi della tensione e della stanchezza: sapevo bene cosa cercavo e cosa mi serviva, e lo avevo raccontato pure al medico, venendo sgridata. Quest’anno sono arrivata tesa e stanca, e voglio disintossicarmi della stanchezza e della tensione. Ma non so più cosa mi serva. Mi arrendo.

Ho capito intanto che non è la mia vita che devo cambiare: devo cambiare me. Che non sono qui per scappare dagli impegni, ma per impegnarmi in maniera diversa. Anzi ho capito anche che, valicata la metà della vita, impegnarmi in modo migliore è doveroso, ovvero lo è restituire in opere i doni ricevuti. Ma per questo bisogna creare in sé uno spazio di resa: non lo si può fare con le proprie forze.

Così sono stata letteralmente fermata dai medici e dai terapisti dentro una camera ariosa, che si apre su un piccolo giardino affacciato su un palmeto che degrada nell’Oceano Indiano: “L’aria e la luce non fanno bene durante le terapie. E poi hai bisogno di dormire”. Non avevo mai passato tanto tempo dentro una camera continuativamente, non avevo mai dormito così tanto, guidata dalle terapie: ma lo sto facendo, mi sono arresa.

In realtà non avevo un’altra idea di come dovessero essere le cose, e mi sorprendo ogni giorno ad accogliere le cose come vogliono essere. Ho deciso di tenere per guida un solo pensiero, mentre cerco di disboscare la mente da tutto il ruminare che mi ha esausto: tutto quello che arriva da sé è perfetto. Ed è incredibile come, a seguito di ciò io veda davvero sempre il lato migliore di ogni cosa.

Succede lo stesso anche con gli esseri umani, i compagni con cui faccio questo percorso di guarigione. Quando sono arrivata, mi sarebbe bastata una sola parola di troppo per traboccare, e non avevo più pazienza e ascolto vero per nessuno. Quindi delimitavo, giudicavo, facevo gare di velocità, per potermi ritirare.

Ora, da quando dalle crepe della tensione sta venendo a galla una nuova vita di luce, che – lo so – è la vera vita, vedo la stessa luminosità anche dentro ognuno e ogni cosa: tutto è fatto di questa stessa sostanza divina. E provo così tante curiosità e tanta gratitudine per le esperienze degli altri, per i modi in cui le sentono nel cuore e le raccontano. Sento un istinto così forte di aiutare e di farmi aiutare.

Questa materia fatta luce è proprio lo spazio nuovo a cui mi ha portato questo non resistere più a nessuna cosa, ad accogliere le cose che invio nel mondo, dopo aver fatto la mia parte, nel modo in cui vogliono fiorire e ritornare. E nel mezzo io sono totalmente vuota e cava: e mi faccio attraversare dalla vita. Questo: non conosco più i finali della mia storia, ma sono felice di vivere intanto tutte le scene del cammino.

Sì, così sono più felice.