Re-imparare a ricevere

gatto tigre

Ogni volta che vengo qui, nella casetta di legno di Assisi, c’è tutta una famiglia di gatti selvatici che mi attende. Il gatto nero con i nuovi gattini, i suoi fratellastri, che arrivano appena sentono il rumore della macchina, e poi lui: il grande gattone-tigre, come lo chiamo io. Lui non arriva subito, ci mette un giorno o due ad accorgersi che sono arrivata, ma so che prima o poi si fa vivo.

La casetta di Assisi è dentro un bosco, con poche altre case nelle vicinanze, altrettanto addentrate in una stradina che si allontana dalla vita visibile, e si approssima, ne sono certa, all’infinito. Qui, chi vede un gatto lo nutre, per affetto e anche perché è utile a tenere lontano i topi.

Ma il gatto tigre in realtà aveva proprio una famiglia in origine, una famiglia che ad un certo punto ha deciso che c’era abbastanza cibo per lui nel bosco e lo ha lasciato andare. All’inizio era sempre affamatissimo e anche molto aggressivo. Era pressoché impossibile pranzare fuori perché appena sentiva odore di cibo saltava sui tavoli e graffiava.

Poi se l’è ripigliato la natura, e lui a sua volta l’ha ripresa in sé, come un figlio la Madre. Ha trovato un suo equilibrio dentro la catena alimentare naturale, ed è diventato il gatto tigre. Però ogni volta che arrivo prima o poi compare. E in genere non chiede da mangiare: chiede da dormire. Chiede per un attimo di poter mollare tutte le tensioni e l’allerta della sua vita selvatica. Chiede di abbandonarsi.

E io ogni volta mi commuovo. Mi commuove il modo in cui piano piano si riabitua alle carezze. Il modo in cui, ad uno ad uno, se ne vanno nelle ore del pomeriggio i tremori dal sonno. Come si faccia avvicinare prima con cautela poi con gioia. Fino a crollare in un mare di fusa. E come alla fine riprenda la sua vita nelle zampe e ancora se ne vada.

Non è facile, per chi abbia già dovuto abituarsi a star lontano dal bene, riaprirsi a riceverlo. Eppure è questa la strada per tutti: stare in piedi sulle proprie gambe e poi di nuovo aprire il cuore, imparare di nuovo a ricevere l’amore, liberamente.

 

Come un prato di fiori selvatici. Solstizio d’estate.

Convivenze strette con la natura, le albe e i tramonti. E il profumo delle ginestre.

C’è stato un momento speciale oggi. Mentre apparecchiavo il tavolo sotto il ramo della grande quercia, disponevo i colori dentro le strisce di luce che disegnava il sole tra le foglie e le farfalle tagliavano l’aria come fiori volanti: ho sentito traboccare la pace. Ho sentito che quello c’era dentro di me era sintonizzato con quello che c’era fuori di me.

Sono venuta qui, nella capanna nel bosco, in mezzo ai colli santi dell’Umbria, qualche giorno fa. Non perché fossi in fuga da qualcosa, non perché fosse tempo di vacanza: sono venuta perché qualsiasi cosa io debba fare o debba diventare ora, può solo nascere da questa pace.

Quando sono lontana dalla natura non ricordo mai quanto mi manchi, quanto sia pericolosa l’attitudine umana di adattarsi a tutto, fino a devitalizzarsi. E allora in questi giorni vedo il mio corpo dissetarsi di cielo, di vento, di prato. Respirare profondamente il giallo delle ginestre.

Le ginestre con lo sfondo del monte Subasio

Ho abitato per tanti mesi, e per quasi metà della vita, forme tese e coraggiose di me. Ho spinto, ho forzato, sono stata più volte vicina a spezzarmi, e non ho nessun rimpianto per averlo fatto, era cosa mia e andava attraversata, ma ora è tempo di cambiare stagione.

E’ successo non molto tempo fa: ero lontana, succedevano cose per cui avrei dovuto ancora forzare, tendere, e semplicemente non l’ho fatto. Non ho spinto: ho fatto spazio. Credo di avere anche compreso che tutto quel mio tendere fosse paura che le cose uscissero dal mio controllo, che non avessero più forme che riconoscevo.

Ma ad un certo punto non ce l’avevo più fatta: per stanchezza, per la noia di una scena sempre uguale, ero indietreggiata, volevo vedere la soluzione che avrebbe trovato la vita se io non avessi fatto nulla. E lì è successa una cosa nuova: ho sentito qualcosa che scendeva e mi sollevava. Che al di là delle mie forze, c’era un disegno più grande, un movimento del cosmo che muoveva anche me. I mistici chiamano questa la Grazia, credo.

Il sole cala sui colli di Assisi coperti di ginestre

Ecco, allora sono qui, in questo paesaggio di fiori e silenzio, per muovermi con grazia, con la Grazia. Sono qui per diventare un prato selvatico: per camminare scalza, per attraversare notti di lucciole e grilli, per far fiorire solo i semi spontanei che ci sono dentro di me. Quelli che naturalmente vogliono sbocciare se io non forzo.

Non ho fatto altro fino ad ora che potare frasche per diventare un canale più limpido, ora so che era questo il senso di tutta la sofferenza passata. Non ho fatto altro che cercare di ritornare al centro con i pensieri, ogni volta che sbrodolavo in idee non mie su cosa dovesse essere la mia vita. Ora so che è stato questo seguirmi sempre quello che io chiamo il coraggio.

Ma adesso pensare non mi può più aiutare: sarebbe porre confini alla fantasia del creato. Adesso bisogna solo sorgere e tramontare ogni giorno, bisogna sorprendersi, meravigliarsi, vivere una storia di cui non so il finale. Allora ci sarà aria abbastanza, abbastanza terra e sole, perché quei fiori sboccino. Perché si compia davvero il miracolo che è una vita. La mia storia che nessuno ha mai scritto prima.