Dedica d’amore

Papaveri di maggio
So che stai combattendo la tua battaglia, so anche che trovi strano che io non sia lì a rassicurarti, a dirti che andrà tutto bene. Ad attenderti con una rete di abbracci, di rimedi, di sostegni, se dovessi cadere.
In realtà ci sono, anche di più, da lontano. Anche per me è difficile non avvicinarmi, non fare io i passi che ora non trovi, ma ho imparato dalla vita che l’amore spesso è nella cosa più difficile, non nella più facile.
Così sono qui che faccio il tifo, che ti lascio la libertà di vivere, di sbagliare. Di arrabbiarti con me che non sono uguale ai tuoi pensieri.
Sono certa che solo dopo questa lotta, quando sarà di nuovo pace, di nuovo luce, saremo veri.
Nel mezzo c’è il rischio di perdersi, lo so, ma sono pronta a correrlo. Non sono pronta invece per una non-verità.

Frida

L’abbraccio amoroso dell’universo, Frida Kahlo in mostra a Milano
Avevo quasi deciso di non andare a vedere la mostra di Frida Kahlo a Milano. Pensavo di averne viste abbastanza, in tutto il mondo. Forse anche un po’ che fosse un capitolo del passato a cui erano seguite molte cose diverse, ulteriori.
Però ieri c’era una giornata azzurra, un cielo alto e intenso. E non mi sono più fermata finché sono arrivata lì. Sono entrata come si va a visitare una sé che è stata, per capire anche cosa avesse significato l’amore sconfinato per questa artista, per la sua terra. Il distacco è durato poche sale, poche immagini, poi era di nuovo uno zampillare da ogni taglio, con furore e necessità.
Forse Frida rappresenta davvero i rami evangelici che vengono potati per dare più frutto, in ognuno di noi. E anche quando vedi i fiori, comunque senti anche la recisione che continua a bruciare. Senti insieme il sangue e il futuro che sbocciano dalle ferite. Una morte e rinascita che ci immettono nel ciclo non tenero della natura, che richiedono assenso, coraggio, un cuore grande e capace di contenere dosi innumerabili di dolore. Il dolore che nessuno si augurerebbe, ma che pure si risceglierebbe ogni volta che è stato oltrepassato e che ha fruttificato.
Non c’è metafora più chiara del ruolo dell’artista: morire per tutti, per nutrire e per dare senso a quello che ognuno prova ma che qualcuno ha anche il dono, il privilegio e la condanna di poter esprimere.
Questo ho pensato, e l’ho riamata – sconfinatamente – una volta di più.

il cuore intenso

alla fine di un giorno

Vedi, so che basterebbe un attimo. Basterebbe che distogliessi gli occhi dal cielo per cadere. Per rimettere di nuovo le mani nel buio, per cercare ancora qualcosa da salvare nella notte. E allora sembrerebbe tutto normale: le risate uscirebbero dall’eco, ridiventerebbero voci luminose, il ticchettare veloce sul telefono in cui eravamo ingordi di spazio e di tempo, in cui a morsi cercavamo di allungarci nei centimetri dell’altro. Dentro i suoi pensieri.

Invece devo raccogliermi al centro, sollevarmi, perché nessun pezzo d’anima esca a vedere dove sei. La prima cosa che dobbiamo tenere separata sono i dolori, immergerli nel silenzio. Tu non puoi occuparti del mio, io non posso occuparmi del tuo. Ognuno deve avere il proprio e averlo intero, sennò sono dolori inutili, inermi, e questo sarebbe lo spreco più grande. Il più grande peccato contro il pezzetto di luce che deve sorgere, di là dell’oscurità.

Ci siamo toccati a lungo le ferite con le dita, contando sull’unguento d’amore che non poteva fare male, credevamo. Ci siamo aperti fino alle fragilità più fonde, consegnati l’un l’altra al di là della pelle. Poi all’improvviso è nata la furia, il sapore del sangue che ancora usciva dai tagli ci ha trasformato in fiere. Non riuscivamo più a fermarci dal colpirci. C’erano solo differenze, niente che rispondesse alle domande che ci buttavamo addosso.

Abbiamo sbattuto contro la verità. L’avevamo nascosta sotto il tappeto su cui ballavamo, e siamo inciampati. Abbiamo fatto finta di non vederla, abbiamo pensato che scomparisse mentre giocavamo a sognare. E ci attendeva invece dove l’avevamo lasciata. E sarà lei ora a guarirci, e non so a quale distanza ci metterà quando avrà finito di agire. Non sono cose che si possono chiedere ora.

Ora si può solo vivere, vivere con il cuore intenso. Ritirare l’amore dentro le vene, usarlo per aprire spazi interiori. Mentre la vita ci viene addosso, si fa respirare nelle vie aperte. Sono istanti di cui far tesoro. Vedi, l’amore che era per te ora è il respiro di ogni angolo del giorno, sfama molte persone. E alla fine sarà stato un bene il nostro bene, e anche il male che ci siamo fatti. Ora però dobbiamo fare silenzio, ora è il tempo della pazienza.

 

 

 

Lightness

Oggi ho imparato la leggerezza della maturità.
Ad essere leggera con le linee intorno agli occhi.

Con le diversità che non combatto più, nelle persone intorno.
Con i minuti di un giorno.
Con i frutti teneri di questa stagione che sboccia.

Ho capito che la saggezza ha qualcosa di simile al vento, ha una forza che si sprigiona dai silenzi, un’intensità che si irradia dalla luce intorno alle montagne.

pazienza

Una cosa che è profondamente cambiata in me è una nuova capacità di attendere, di vedere il fiore che c’è dentro il seme, e pazientare.
Un tempo avevo un istinto molto reattivo e se qualcosa entrava nella mia vita lo giudicavo immediatamente dalla sua distanza dalla perfezione, e poi mi scontentavo e mi pareva che nulla calzasse veramente i miei desideri. E cercavo di cambiare le cose, le persone, di plasmarle affinché avessero presto la forma che avrei voluto.
Ora, invece, apprezzo anche il processo di crescita di un rapporto, di un progetto, di un’amicizia. E c’è un’infinita libertà nel lasciar andare le cose dove naturalmente stanno andando e disponibilità a salutare quello che la natura separerà da me. E mentre le cose vivono, crescono, non c’è astio, e neppure preferenza.
Cammino con molta più sicurezza sulla mia strada, c’è fiducia che è lì tutto quello che mi è destinato.

In viaggio

Non sognare troppo lontano, oggi c’è abbastanza bellezza nell’azzurro del cielo, il sole è steso sui campi e la primavera è appoggiata ai rami dei meli.

Non scappare con il cuore in cose già state o che non lo sono ancora. Non scrivere finali di fantasia, lascia fare alla vita. Affidati, solleva le unghie da quello che sta passando. Respira, accogli, lascia andare.

Ma l’hai vista la luce nel verde dell’erba novella?
Allora non spingere via l’amore con i pensieri: raccoglilo, stringilo nel pugno di quello che c’è. Intingilo nel bianco delle margherite.

la risposta giusta è sempre l’amore

fotografare profumi

“Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”.

Oggi mi sono innamorata di una debolezza. Un amico mi aveva mostrato uno spigolo, e per prima cosa mi ero irrigidita, mi ero fatta male. Poi invece ho respirato, e ho visto che avevo molto più spazio nel cuore delle mie paure: la debolezza che avevo visto ci è entrata benissimo, e dopo un po’ ero quasi commossa per il fatto di custodire un segreto così prezioso. Ho sentito un bene nuovo, proprio perché non nasceva dalle cose splendenti che conoscevo di lui, ma dall’aver accolto l’intero di una persona, senza farla a pezzi e separare.
Allora, già che c’ero, ho sistemato nello stesso spazio anche due o tre cose che non mi piacciono di me. E anche a quelle ho subito voluto benissimo. E poi anche tanti vecchi torti: li ho presi in mano, piegati e riordinati. Ho capito che erano l’unica cosa che, nel momento in cui sono accaduti, quelle persone erano in grado di fare. Ed era per la mia rigidità che continuavano a farmi male. Così invece, una volta accolti, erano completamente addolciti, disarmati.
E credo che sia il dono che dovremmo farci per la rinascita pasquale: capire che rispondere con il perdono, con la comprensione, con la compassione, fa bene a noi ed inverte la direzione del mondo.
Questa la grande lezione di Gesù, sulla croce.
Buona Pasqua.

Il cammino individuale

segni di primavera

Convivo con un dolore dentro il corpo. Respira con me, si espande quando inspiro ed occupa ogni nervo, poi si ritira come la puntura di uno spillo quando espiro. Esce con me nei luoghi della città. Ascolta le mie telefonate. Veglia mentre dormo. Ha delle preferenze alimentari. Porta addosso i miei vestiti. Una convivenza non decisa da me, ma che sarebbe inutile respingere o trattare con fretta ed impazienza.

Quindi me lo sto facendo amico, condivido con lui le scelte da fare. I passi possibili. Quando sento che è più calmo, provo a parlargli. Gli chiedo a cosa io debba questa sua visita. Lui ha il suo modo di rispondere. E non lo fa mai quando faccio la domanda: lì si arrabbia, diventa acido, mi costringe a raggomitolarmi su me stessa. Poi, quando non ci sto pensando, mi porta immagini e nomi. Segni da decifrare. Grani di una collana che devo mettere in sequenza.

Quello che sono riuscita a capire fino adesso è che il dolore è uno strappo fatto all’ordine giusto delle cose. Come ci fosse una traiettoria naturale per ognuno, e intorno tutti gli altri cammini e gli altri camminatori, e ogni volta che cerchi di convogliare nel tuo solco un altro sentiero, che di suo non sta sfociando lì, oppure tu stessa te ne vai fuori dal tuo binario per compiacere altro o altri, si crea una fatica, un intoppo. E il corpo va accumulando tutti questi punti tesi, aspettative, controlli, insicurezze e non va più dritto.

E’ una cosa molto naturale d’altro canto: vuoi bene ad una persona e vorresti ti stesse vicino. Cose molto semplici: che leggesse il libro che gli consigli. Che amasse il luogo che ami. Che avesse nella vita progetti che conducono a te. Oppure è tua abitudine vedere quando un amico cammina vicino al fosso ed urlare affinché non cada dentro. Usare il tuo metro di misura nel pensare come agiranno gli altri nei tuoi confronti: e non è mai così.

Ognuno, infatti, ha il proprio solco, i blocchi creati, gli intoppi, e ogni intervento non fa che rendere più difficile la circolazione della verità. Libertà è allora la parola che bisognerebbe cercare di crescere sempre più forte nei propri territori interiori. Libertà per sé e per gli altri. Camminare, salutare tutti quelli che incontri, e poi restituirli alla vita, e lasciare che sia un moto naturale delle cose a portarli a te o lontano da te. Una libertà che cresce la verità.

Questo mio dolore è l’ultimatum che mi sta dando l’anima stremata. Pensando di essere libera, di lasciare liberi, ho continuato a soffrire quando il traguardo cambiava mentre stavo facendo la corsa, semplicemente perché l’avevo posto io ed era una mia proiezione. Continuo anche ad insistere perché altri provino le cose che a me hanno fatto bene. E soffro ogni volta che una persona amata disegna una mappa che parte da me per andare in una terra in cui non ci sono sicurezze su dove sarò io.

Ne parlavo proprio oggi con un amico caro: per giorni avevo cercato di farlo assentire su una cosa che lo avrebbe avvicinato a me. E mi pareva di averlo fatto bene e di esserci riuscita. Oggi di nuovo invece è ritornato ad usare parole singolari, annullando la mia fatica inutile. Esattamente in quell’istante mi scriveva un’amica con un’energia ferma che avrei dovuto solleticare con luce e consigli che non avrebbe ascoltato: ho inviato un pollicione, un bacio.

E poi mi sono sdraiata di nuovo con il dolore che aveva il fiatone. Ho capito che mi sta costringendo ad andare dove il mio scorrere è fluido, dove è naturale che io sia. Senza attaccamenti, senza aspettative. Senza guardare indietro. Salutando e ringraziando di ogni istante, ma senza piantare le unghie. Continuare a scorrere, a fidarmi della vita. Di ciò che mi presenta davanti. E in questo accogliere sono tutta intera: anche le parti di me che ho tagliato per piacere a qualcuno, sono ora abbracciate ed amate.

Oggi non sono addolorata degli intoppi, sono solo molto stanca. E non ce la farei neppure a trattenere qualcuno, a raddrizzare le curve della vita. Riesco solo a stendermi, a farmi portare dall’ordine delle cose. E di questo ringrazio il mio dolore.

 

Visita medica

– … E poi si potrebbe prendere questo, per lenire. O quest’altro per bypassare il problema, oppure dimmi se vuoi direttamente intervenire.
– No, dottoressa, non voglio intervenire e neppure bypassare il problema. Sono affezionatissima ai miei dolori. E ci convivo come una famiglia.
Vede, per me il corpo è un libro, ci sono scritti tutti gli anni della mia storia. Mi ricordo perfettamente quando è cresciuta quella cicatrice, quando lo stomaco ha smesso di digerire alcune cose. Con chi ero, quali parole sono state dette e sono rimaste bloccate lì, e ancora non scendono.
Mi ricordo quando è iniziato quel bruciore sotto la scapola, esattamente dietro il cuore: ero stesa sul divano, e quella parte del mio corpo si è sacrificata per salvare me.
Mi ricordo quando ho iniziato ad avere risvegli con queste fitte che scendevano alle gambe. Il rumore della porta che si chiudeva.
Sa, alcune cose le ho fatte splendere, le ho aperte completamente, riempite d’amore e dalle lacerazioni sono nati fiori.
Altre sono ancora lì che attendono di essere capite.
E se premono cosa posso fare? Bypassare il problema? No, dottoressa, non vivo così. Io le abbraccio, le consolo, asciugo le lacrime di ogni mio taglio. Cresco insieme a loro la pazienza.
Le dico la verità, mi spaventerebbe essere perfetta: ho passato metà della vita, e l’ho vissuta, l’ho guardata in faccia, davvero.