Auroville, primo incontro

Presto racconterò meglio la vita in questa città utopia, quello che intanto comincio a capire, è che qui arrivi per migliorare ancora la capacità di abbandono. Tutto intorno sembra perfettamente regolato, al tempo stesso però non scegli mai: sei scelta dalle cose. L’esperienza che sei venuta a vivere la devi attendere, non la puoi imporre.
E allora ieri sera, dopo varie difficoltà e progetti che prendono sempre strade diverse da quelle in cui credevo di riposare, ho capito che la vita scorre continuamente su due livelli. Ce n’è uno profondo dove le cose hanno movimenti lenti e le circostanze svelano il loro significato a poco a poco, e c’è n’è uno velocissimo, che corre e muta continuamente nella superficie dove avvengono le cose.
Se resti in questo, sei destinata a sentirti sempre insicura, a combattere con la paura che le cose ti scappino di mano, di essere data in pasto all’ignoto. E ti tendi, ti arrabbi, perché il paesaggio è spesso diverso da quello che pensavi, da quello che credi potrebbe racchiudere la tua felicità. Cadi in ginocchio perché siano esauditi i tuoi desideri, non perché avvengano le cose giuste per te. E questo è un modo corretto di pregare.
Ma se ti tieni stretta invece al livello più profondo, hai fiducia piena che di ogni cosa ti arriverà il senso, la necessità, e non scappi più fuori di te con i pensieri: riesci a trovare un punto di vista equanime, paziente, verso ogni cosa arrivi.
Ieri sera, in un momento così, ho sentito che lì risiede il segreto in cui possiamo davvero essere in salvo ed avere energia per noi e anche per tutto quello che viene, per tutti quelli che potrebbero avere bisogno del nostro aiuto, senza finirla mai. Perché a quel livello la forza diventa amore, ed è la corrente stessa della vita, che attraversa ogni cosa, che ti connette a tutto ciò che è.
Su questa idea di Unione, di abbraccio materno della vita si fonda anche Auroville: ne ho fatto esperienza arretrando ancora un poco da me.

India 3, le due porte della pienezza

A Tiruvannamalai si viene in sostanza per una sola ragione: attendere il giorno in cui Lord Shiva ti chiamerà a sé, in cui potrai fare la grande scalata della montagna Arunachala, il suo palazzo. Prima di comunicartelo, ti fa capire quando non devi andare, creando tutta una serie di impedimenti affinché tu non faccia di testa tua. Poi all’improvviso, quando arriva il momento giusto, lo sai con strumenti non della ragione, che qui serve appena a fare da ancella a organi del sentire più utili a captare la vita. Ieri per me era quel giorno. E se sali la montagna, è perché ti deve dire qualcosa.

Era la mia terza scalata, la mia terza chiamata, e non è stata più semplice delle altre volte. Ai primi passi avevo ogni tipo di pensiero, anche pensieri molto basici tipo: “Come sono finita a seguire tutto questo mondo così distante dal mio? Cosa ci faccio qui, così lontana dal buonsenso?”. Per fortuna si tratta di domande che hanno sempre meno forza di farmi diventare tiepida con le cose che mi ha portato la vita, senza che io facessi nulla per forzare. So che ho avuto la ricerca interiore da sempre come unica vera direzione. So anche di aver cercato la strada in tanti sentieri, di poter tranquillamente leggere i mistici cristiani, i poeti, che sono la mia passione, i diari di altri ricercatori – e tra tutti della mia Etty Hillesum -, e anche inginocchiarmi a Shiva senza sentire nessuna parte ribelle dentro di me.

So di essere certa di non volere una fede cieca, un dogma, bensì un’esperienza a cui affidarmi, e che ho scoperto che inginocchiarmi, pregare, avvicinarmi all’anima dal corpo, attraverso lo yoga, e lasciare che l’anima espanda dall’interno il corpo stesso, lo renda più flessibile a colpi di luce, mi ha reso più solida, più consapevole, più potente, e che non vorrei mai più tornare indietro.

Tutto questo ha dato un senso alla mia vita, ha messo in ordine i passi del cammino, che prima procedevano casuali qui e là, senza trovare pace. E non mi pare per nulla giusto allora essere timida con il cielo, affermarlo a metà, trovare sinonimi solo perché vivo in un mondo che si è così tanto allontanato dalla verità. Non mi interessa l’orientalismo di moda, e neppure il positive-thinking: voglio andare direttamente alla casa madre, dove c’è già tutto, da oltre 5000 anni, lo stesso intero che Cristo ha ribadito più di 2000 anni fa. Se faccio questo cammino, voglio provare a fare sul serio, pensavo.

E intanto i miei piedi cercavano appoggi tra le rocce fragmentate della montagna, le mani si aiutavano cercando appigli tra i rami: il percorso era piuttosto verticale, e il fiato a volte non bastava e dovevo fermarmi a ritrovarne un po’. Ancora non era l’alba, appena appena si vedevano i dardeggi del sole, ma faceva già molto caldo. A tratti ho pensato che forse avevo capito male: che non ero pronta, che era troppo faticoso e sarei ritornata indietro.

Accanto a questo linguaggio del corpo, proseguiva intanto una sorta di riassunto del cammino della vita. L’infelicità colossale quando non trovavo un significato alla fatica e ai momenti di sofferenza che sono comunque la maggior parte dell’esistenza. Eppure ogni volta l’esperienza, dopo un dolore accolto, di una nuova espansione di luce, di consapevolezza, che mi salvava.

E poi la rinascita attraverso una grande compassione umana, il desiderio di comunicare a tutte le persone dei luoghi più sofferenti del mondo che anche il dolore aveva uno scopo, ed era quello di rovesciarsi in amore, in solidarietà. Nutrirmi d’amore, semplicemente dandolo, questo era diventata la mia vita. In fondo così ero arrivata anche qui, in questa terra, al termine di tante peregrinazioni, giustificate dal lavoro di reporter.

Ma a un certo punto anche questo non bastava più. Davo fino a sfinirmi, amavo per chiedere amore, e poi crollavo esausta, e dovevo ritirarmi per trovare la forza di ripartire. E le richieste erano così tante, così sempre più grandi delle mie forze che non potevo farcela. Era diventato presuntuoso pensare di fare tutto da me. Qualcosa non stava funzionando. Non mi ero neppure accorta che il corpo nel frattempo era andato oltre la fatica, che non ragionava più in termini di ‘quanto manca?’, che non si disperava perché quella cima, che sembrava sempre più vicina, all’improvviso ritornava lontanissima.

Ho alzato gli occhi e mi pareva che mancasse sempre la stessa distanza. Ho smesso di contare il tempo. A quel punto sono arrivata. Mi sono seduta e non ho chiesto. Non ho cercato, molte parti vecchie di me erano cadute durante il percorso, ero scoperta, ad anima nuda, riuscivo solo ad essere. Non attendevo niente, ed è arrivato tutto.

E’ stato solo un respiro, una forza che entra dentro e ti nutre, e un’altra che esce da te e con cui puoi nutrire a tua volta. Un altro respiro: se non ricevi, non puoi dare a nessuno. Il messaggio cominciava a diventare sempre più chiaro: con le tue forze puoi arrivare solo fino ad un certo punto, e in fondo per te è molto più facile amare che essere amata. Ma non c’è più onore nell’uno rispetto all’altro, e se non sono insieme, non sono per nulla.

La forza che mi attraversava era sempre più limpida, era me ma era anche altro da me. Ho percepito con chiarezza che avevo pensato di partecipare alla creazione aprendo una sola porta del cuore, ma non era possibile, sarebbe come pensare che quel soffio che ti dà la vita, una volta entrato in te, sia davvero te, il tuo ego, e non un pezzo di luce eterna di cui tu puoi al massimo essere un canale. Ma allora devi lasciarlo entrare per poterlo a tua volta irradiare. A questo punto le forze non finiscono più, perché sei davvero connessa con una realtà più grande, hai messo la tua ancora in cielo.

Così, da ieri, accorgendomi di respirare, ho iniziato a sentire il sostegno stesso del flusso della vita.

India 2, lezioni di affidamento

carretto tradizionale

Sono arrivata ora tutta quanta in India. Tutte le parti di me che resistevano hanno dovuto cedere ad una ad una. Non dà molte altre possibilità questa terra.

All’inizio c’è qualcosa nel corpo e nella mente che giudica, fa confronti, crea aspettative, poi no, sarebbe un lavoro inutile. Fa caldo e bisogna dirsi: va bene devo capire cosa posso trovare di buono nel fatto di essere qui proprio in questo momento, perché questa esperienza potrebbe essere resa unica anche dal fatto di aver vissuto giorni di temperature così eccezionali (oggi ci sono 45 gradi a Tiruvannamalai, non piove più o meno dal periodo natalizio).

Ma la prova maggiore si sperimenta con i programmi che si tenta di fare: non è possibile se sei venuta qui per ricevere un altro messaggio che non sai ancora, ma che Lui (qui Lui è Lord Shiva), sa benissimo e ti rivelerà un poco al giorno, man mano che sarai in grado di riceverlo, e di comprenderne la rivelazione.

Bisogna essere davvero flessibili in India, la patria dello yoga. Ad esempio l’altro giorno volevo andare a buttarmi in una piscina per un po’ di refrigerio, ma appena uscita di casa è passato un carretto trainato da un bue con le corna dipinte di azzurro e l’omino mi ha detto di salire a bordo. Non mi ha chiesto dove volessi andare: ha continuato la corsa e ad un certo punto si è fermato e mi ha detto di scendere. In quel momento, esattamente lì, stava passando un giovane Swami (monaco rinunciante) che faceva parte della mia combriccola di amici e conviventi l’ultima volta che sono stata qui, a inizio anno. E guarda caso quello Swami mi ha detto una cosa che ha completamente cambiato i miei programmi, e ha determinato i passi successivi.

Avevo ricevuto il pezzo di rivelazione che mi serviva per andare esattamente dove dovevo andare. E forse da quel momento ho iniziato a mollare gli ormeggi, a smettere di essere illusa di essere io a guidare. Dopo una notte insonne per il calore, le zanzare in stanza resistenti anche ai rimedi portati dall’Italia, e a una situazione pesante che si era venuta a creare con la persona con cui vivevo, il mattino successivo mi sono alzata alle 4.00 e sono andata alla grande cerimonia di purificazione al tempio, una puja meravigliosa fatta di colori, di fiori e di rituali che hanno una pienezza che noi dovremmo re-imparare.

Ero pronta: Shiva avrebbe iniziato a parlarmi. Mi sono arresa: gli ho chiesto esattamente che mi arrivassero dei segni su quello che avevo programmato prima di venire qui, se fosse il cammino giusto per questo soggiorno. E i segni sono arrivati. Questo non finirà mai di stupirmi dell’India, che se ti offri con vera devozione, hai esperienze immediate che esiste una vita oltre la vita, che anzi la vita in cui ti eri confinata non ha orizzonte se non la ancori a quell’altra più alta, e sarebbe solo un vagare a caso. Gli Dei qui più che ovunque rispondono e lo fanno anche molto velocemente.

Sarebbe troppo lungo, e passerebbe attraverso troppi dettagli di vita molto personale, il modo in cui mi è stato detto cosa dovevo fare, la risata che è arrivata di fronte ai miei piccoli programmi fatti di prenotazioni prudenti, orari di partenze, luoghi in cui fare turismo… Niente di tutto questo. Dico solo che ho vissuto per i primi cinque giorni in una casa di indiani, accendendo il ghee alla mattina, intrecciando i fiori di gelsomino, cercando anche di fare al meglio delle mie possibilità culturali la donna in un Paese che è ancora molto conservativo nei ruoli di genere, e ieri sera ero invece ero a gambe incrociate su un tappeto del Nord dell’India, in mezzo ad un gruppo di kashmiri che nel Sud del Paese vendono gemme e sciarpe preziose, mangiavo con le mani riso e una mistura di patate con il sugo, ascoltavo racconti di come il conflitto nelle loro terre li stia esasperando e tutto questo non faceva una grinza.

Mi erano stati tolti tutti gli appoggi e gli orpelli a cui credevo di aggrapparmi, e non mi era rimasta altra scelta se non quella di lasciarmi andare: e il fatto è che quell’abbandono, di cui avevo paura e per cui mi ero armata di mappe pronte, era in realtà bellissimo. Ho provato dentro l’espansione di tantissime possibilità, mentre noi ce ne diamo sempre così poche, controllate, e rischiamo di perdere la nostra vera dimensione, che è infinita.

Ho sentito che avevo tagliato le ultime resistenze: ero di ovunque. Che non anticipavo più i passi, ma li attendevo man mano che arrivavano con curiosità, non più con resistenza. E che questo è l’atteggiamento con cui tutta la vita diventa sempre piena e interessante: se riesci a viverla come un grande viaggio, in cui puoi imparare qualcosa in ogni stazione, e allora ti può davvero anche capitare di fare quel  cammino che è solo tuo per cui sei venuta qui.

Gli unici bagagli che sono richiesti sono la libertà e la capacità di abbandonarsi, ovvero di appoggiarsi a qualcosa che non devi voltarti dietro a guardare, ma essere certa che c’è, e ti prenderà sempre tra le braccia.

 

India tra le righe

Di giorno sono in India, ma di notte no. Di notte tutto il caldo del giorno sembra concentrato dentro la mia stanza, mi preme la pelle. Mi colpisce il rumore della ventola sul soffitto come fosse solido, mi agito con il corpo che cerca angoli vivibili del letto, e penso in quali luoghi confortevoli ora non sono.

Poi ritorna il mattino e la finestra si riempie di colori, di profumo di incenso, di spezie e di gelsomino. L’alba è più rossa di un’alba: qui il sole nasce davvero. E allora mi sento piena di nuove possibilità, e mi travolge l’amore per la vita, la curiosità di sperimentarla in angoli sempre più veri.

Questa volta però l’inizio non si presenta semplice, ho scelto di venire nella ‘hot season’ e sono tra le pochissime occidentali che si aggirano per le strade di Tiruvannamalai, centro spirituale del Tamil Nadu – Stato del Sud dove l’India è più India che mai -, noto per la grande montagna Arunachala, sacra a Shiva, espressione divina nella trinità induista. Con lui ci sono Brahma e Visnu: il primo è l’energia che crea, il secondo quella che conserva, Shiva invece è il responsabile della distruzione. E quando per la prima volta ho appreso queste cose, non so perché ma ero certa che a me sarebbe spettato come governatore proprio lui, il grande trasformatore, che si porta via, con le buone o con le cattive, tutto ciò che è finito. E infatti, da quando ho iniziato ad esplorare l’India, rieccomi qui per la terza volta in meno di un anno. E se si viene alla montagna sacra, dicono, è perché lui, Shiva-Arunachala, ti deve dare un messaggio, non ci puoi arrivare solo con le tue forze.

Quello che ho capito poi, in questi anni di frequentazione di cose indiane, è che esiste sempre dall’alto un progetto perfetto e proporzionato alla disponibilità che dai tu a cambiare e al tempo che metti a disposizione. Così, questa volta che starò via quasi un mese, è davvero inutile che io cerchi di vedere le ragioni del viaggio nelle prime difficoltà che ho incontrato: l’India può mostrare una faccia anche molto ostile, ma non va mai presa alla lettera, quello che sta accadendo davanti ai tuoi occhi è soltanto il linguaggio dei segni che devi interpretare per capire la lezione che hai l’opportunità di apprendere. La sua verità avviene tra le righe di quello che stai vivendo. E per ora non ho che piccoli segnali che dovrò ricomporre alla fine.

Per esempio il caldo rende molto più fastidiosi tutti, e le tensioni si accendono più facilmente. Per le strade si aggirano persone, cani, mucche, tutti in attesa solo che i tre mesi più caldi passino e ritornino i devoti dell’Ovest a portare un po’ di forze alla piccolissima economia locale. Nella casa dove vivo insieme ad un amico indiano e a un numero imprecisato di altri suoi amici, ora si condivide tutto: cibo, piccoli guadagni, trasporti in motocicletta. Chi ha qualcosa lo mette a disposizione: lo scopo è arrivare a metà luglio, quando ripartirà il lavoro. In queste condizioni è anche molto più facile che si accendano tensioni, che si diventi più intolleranti e fastidiosi.

Ieri c’è stata una grande discussione in cui ero parte anche io, pur non avendone né voglia né forze. E non se ne veniva fuori perché nessuno voleva fare un passo indietro dalle ragioni piccole in cui un malcontento più antico e profondo prendeva voce. E’ stato così che è arrivata la prima piccola lezione: in questo cercare fuori i colpevoli, in questo continuare a fissare tutte le cose che ora mancano non c’era via d’uscita.

Sono state due parole magiche a riaprire la porta: le due parole più importanti del mondo, l’ho imparato una volta di più, che sono ‘scusa’ e ‘grazie’. Sono parole piene di potere, che riconnettono con il flusso della vita: ‘scusa’ significa avere la capacità di vedere le parti di te che possono crescere, ma anche la disponibilità a perdonarti, chiedendo perdono. E ciò dà il via alla possibilità di perdonare a tua volta gli altri, e in questo modo di ricomporre il flusso d’amore che è la vita. La seconda aiuta a vedere quello che c’è non quello che manca, apre la strada alla gratitudine, che è l’unica via possibile per riacciuffare l’abbondanza, infinita e disponibile per tutti, se non siamo noi a chiuderle la porta con pensieri finiti.

Perumbakkam road, famiglia indiana

Così oggi mi sento di avere avuto accesso ad una nuova piccola espansione: posso perdonarmi per le parti di me che ancora non mi hanno seguito nel viaggio e non sono ancora aperte del tutto alla vita in ogni sua forma e sono grata questa sera persino alla ventola rumorosa che rende più mite la notte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Almost ready

Ma in India hanno la lavatrice? La ragazza che mi sta dipingendo le unghie di turchese non vede molta logica in questo mio andare di là, dove il sole sorge. Le rispondo che volendo sì, si trova tutto, ma che io per un mese non avrò una lavatrice. E anche tante altre cose, ma ne avrò altre e vado lì per quelle.

Lei si stupisce mentre gliele racconto, ho una felicità convincente, e i pomelli delle guance le diventano rosa pupazzo prima di dire con tutto il fiato che ha nel petto di giovane donna del Sud: “Madooo, sapevo che dovevo fare un’altra vita!”. Mi chiede di prenderle un porta fortuna.

Io mi aggiro intanto per la casa con le unghie appiccicose che rendono ancora più evidente che mi muovo in modo circospetto, che non sono già più qui, in qualche modo. Conosco a memoria questi giorni che sono un’intercapedine tra mondi. Saluti gli amici, loro ti trattengono un poco come non ti dovessero più vedere, e ti chiedono se prima di decollare li richiami ancora, solo per non dire che dopo il silenzio sarà silenzio davvero.

Ogni partenza ha in fondo qualcosa di definitivo. Quando scegli cosa metti nella valigia, stai facendo un piccolo riassunto della tua vita, e quello che ti serve veramente a vivere è tutto lì. E quando tornerai non sarai tu a ritornare, ma ciò in cui il viaggio ti ha trasformato. Mi stupisco questa volta di avere una gioia calma. Oggi sono qualcuno a cui andrebbe bene tutto in ogni luogo. Ho scelto cosa portare via in meno di un’ora e se si fosse trattato di un viaggio di pochi giorni sarebbero state le stesse cose.

E in realtà non so davvero cosa mi aspetti, non ho preso molte decisioni oltre al biglietto e non ho molte certezze se non che l’India accade tra le righe, come dice un mio maestro: non in quello che succede quotidianamente, ma nel respiro, nelle lezioni profonde che sono contenute tra i fatti. Non conta quello che si dice, ma come le parole ti lavoreranno dentro.

So questo: sono stata richiamata in India a prendere una lezione che non conosco ma che è il momento giusto di ricevere. Quindi non devo fare progetti, devo solo aprire i ricettori.  E meno ho idee più sarò pronta ad accoglierne. Scrivo la lista delle ultime cose da fare fino a domattina, un bigliettino anche con un promemoria per darmi il benvenuto quando ritornerò: per ricordarmi questo momento preciso, in cui era ancora tutto a venire.

Il tempo del cuore

Questa notte ancora quei sogni tremendi di minacce. Minacce e furti nelle mie notti da un tempo ormai abbastanza lungo. Mi chiedo cosa significhino, quali siano le paure che stanno venendo a galla, quali parti di me si stiano trasformando.

La risposta forse mi è arrivata un po’ più tardi, in un momento in cui avevo lasciato un varco del cuore completamente aperto, e lì la vita, la verità hanno potuto respirare. Ho capito che devo fare un salto nel vuoto e sono spaventata, che la mia vita per come è stata finora non può proseguire. Ho fatto una vita muscolare. Di resistenza. Di sopravvivenza ad ogni sventura. Ho imparato tanta commozione, tanta compassione per tutti gli angoli del mondo in cui ho visto lo specchio derelitto di me, la parte di me abbandonata, affamata, affaticata.

Sì, l’ho vista negli occhi di tanti esseri umani bisognosi, e per come ho potuto li ho nutriti, aiutati, mi sono unita al loro pianto, ho indicato loro spiragli di luce da condividere per dirli così anche a me. Ma tutto questo non basta. Non basta più. Ora è urgente imparare l’arte del ricevere, sennò la Grazia non fluisce attraverso di me, e tutto questo spendermi diventa un nuovo atto di fatica, un’azione che fa riferimento solo alle mie forze, e non può funzionare. E’ presunzione, non è un vero dare. Se non sei davvero ancorata a qualcosa di più grande, da sola non ce la puoi fare: sei un guerriero, ma un guerriero terreno, e prima o poi cadi stremata a terra.

Ecco: sono caduta, sono stremata a terra. Anche se ogni giorno dico la felicità, anche se spingo in alto ogni dolore mio e di tutti, è altro quello che ora mi può davvero rinnovare. Quindi ho paura: perché dovrei appoggiarmi indietro e invece io continuo ad inchinarmi avanti a quello che vedo e conosco già. Mi inginocchio come una mendicante e non mi lascio accogliere.

Anche nel lavoro è così, a volte ho la sensazione di avere già occupato tutti i possibili angoli dove poteva entrare la mia fantasia, e il futuro mi pare troppo, troppo lungo. E allora mi rimprovero, mi dico che dovrei sforzarmi di più, che dovrei fare una vita come la fanno tanti che vanno in ufficio, crescono, fanno carriera, e non hanno questo travaglio senza feste che è la mia vita.

Poi però capisco che non c’è mai stata per me questa scelta, che ero messa in un’altra strada proprio per capire quello che devo comprendere ora, e che il vuoto di questo momento è in realtà il mio maestro: da qui dovrei trovare la forza per farmi abbracciare, per lasciarmi andare, non per resistere più. Per credere fino in fondo di essere una creatura del Cielo, lasciarmi nutrire, attraversare, farmi un vero canale, una vera figlia, e non fare sempre i compiti anche con Dio. Lui ora mi sta chiedendo altro, mi sta chiedendo quanta fiducia ho nel fatto che si prenderà sempre cura di me. Mi chiede di non riempire io quello spazio allora, di lasciar fare a Lui.

Questo: se voglio imparare a ricevere devo lasciare lo spazio. E non controllare più cosa sia di quella casella vuota e cosa debba entrare. Solo così arriva la grazia, così soltanto sei portata ad un piano più alto di luce.

Finalmente a casa.

Ho notato questo oggi, mentre passeggiavo: una volta, andando in giro, vedevo molte vite in cui mi sarebbe piaciuto entrare. Delle case in cui immaginavo avvenisse la felicità, degli angoli di pace e natura, dei frammenti di bellezza e forse di gioia. Quantificavo quanta strada mi mancasse per arrivare ad una meta così, e diventavo triste e mi sentivo sempre molto, molto lontana dalla felicità normale che mi pareva avessero tutti.

Oggi, invece, lungo il naviglio della Martesana – che è il mio rifugio in questa città -, vedevo ancora molte case che mi piacevano, vedevo tante possibilità di vita felice, facce con il sorriso e il cane che mi venivano incontro, ma non perdevo di vista la mia vita, e la trovavo ancora piena di senso, carica dei significati che dovevano rivelarsi a me, per procedere sulla mia strada, che non può assomigliare a quella di nessun altro, proprio perché è la mia.

E da quando è così, succede anche che sto bene in tante situazioni diverse, in tante case, senza più perdermi. Perciò ora mi pare persino un peccato andare via dalla città per quel viaggio deciso quando ero diversa da oggi, ma so che poi starò benissimo anche lì, o se fossi andata nella casetta dell’Umbria, oppure in Friuli dai miei genitori. Riesco a vedere bellezza e casa in tante situazioni diverse, vedo anzi così tante bellezze che vorrei avere tanta più vita per assaporarle tutte: ma in realtà, tutta questa bellezza, tutta questa casa credo di averle trovate dentro di me, perciò mi seguono in ogni luogo.

Una nuova finestra di verità

Ci sono stati tanti frammenti di luce, oggi. Tante piccole finestre aperte sull’anima delle cose. Devono essere questi risvegli già carichi di primavera, la mattina dorata che penetra dalle persiane chiuse, dalle palpebre chiuse anche, e mi fa entrare nel giorno così piena di commozione, piena di possibilità.

Delle volte mi pare che sia una gran fatica vivere, in quei momenti so che devo resistere, ma penso anche che ci sia da qualche altra parte qualcosa di più felice di questa resistenza e vorrei già essere lì. Altre volte invece sento che ogni cosa è valsa la pena, e che tutto è pieno di senso, e vorrei tanto portare un po’ di consolazione anche ad altre persone, farmi una grande cassa di risonanza della luce, restare ancorata al cielo e solo rendermi disponibile affinché un po’ di questa certezza possa filtrare attraverso di me.

E forse oggi sentivo tutto questo non solo perché è primavera, ma anche perché avevo finalmente tolto dal cammino un grande ingombro che lo ostruiva. Ieri ad un certo punto ho potuto vedere più a fondo di un’idea che avevo di me e ho potuto accedere ad un pezzo nuovo di verità. E’ accaduto dopo che una persona cara mi aveva chiesto qualcosa per l’ennesima volta sapendo quanto mi è difficile resistere alla tentazione di dare.

Ma al di sotto di questa idea di disponibilità e presenza per i bisogni dell’altro, o forse ancora di scambio tra il mio dare e l’essere amata, ho potuto vedere che più dentro si stava sollevando una grande tristezza. In quello stesso momento infatti io stessa avevo voglia di ricevere, e non solo di dare. Di ricevere un regalo bellissimo. Qualcosa di non guadagnato con la solita fatica, ma questo non lo avevo ancora mai detto né a me né a nessuno, e così il mio vivere e il relazionarsi degli altri era appoggiato solo su quell’altra idea che fino ad allora avevo potuto accogliere: sapevo dare e lo facevo benissimo. Ma si può continuare nell’errore solo fino ad un certo punto: poi l’anima dice basta. E l’anima ha detto basta.

Così mi sono ritrovata a raccontare esattamente quello che stavo provando, di dirlo all’altra persona, ma di dirlo anche all’universo e a me. E non mi stavo curando delle conseguenze, se avessi perso una vicinanza: la verità mi sembrava la cosa più bella e l’unica con cui potevo convivere in quel momento.

E credo faccia questo l’universo, quando un pezzetto nuovo di luce viene a galla perché era il suo tempo: si sposta, si aggiusta, va più dritto. Infatti è arrivato immediatamente un contraccolpo di bene, un’espansione di luce in forma di felicità questa mattina, che poi ho potuto portare in tante cose,

Romeo

e innamorarmi ancora della bellezza della vita.

 

Più tardi al parco aveva la forma di Romeo, il cane rosso che è stato un passaggio importante della mia vita, e che è molto vicino a quello che io chiamo amore. Ma questo lo racconto un’altra volta.

 

 

 

Improvvisamente primavera

Oggi a tratti è stata primavera. Il mondo fuori non era tanto diverso da quello di ieri, ma il mio paesaggio interiore era molto cambiato. E mentre attraversavo ancora in bici la città, e raggiungevo gli angoli dove il suo abbaglio è più solenne, mi sentivo forte della velocità salita dalle gambe al cuore. Ho capito che quando fermo tutto lo sguardo in un solo lato della vita, m’illudo di avere, attraverso quel piccolo prisma visivo, un panorama che nel piccolo riproduca tutta la vita. E allora cado ancora vittima dei ‘mi piace’ e non ‘mi piace’, divento troppo analitica e tutte le parti di me che non si specchiano in quella miniatura protestano e si sentono senza casa. Accuso il mondo di non accogliermi di non assomigliarmi, in realtà sono io che mi sono chiusa e che sono ricaduta in una pigrizia vitale e non riesco più a vedere fino in fondo all’orizzonte. Allora alcuni giorni sono su e altri invece vengono a galla, da quel piccolo angolo del mondo, tutte le imperfezioni, tutta la distanza dal cielo, come è di ogni cosa qui, e io divento tristissima e sogno che da qualche altra parte ci sia l’angolo perfetto per me. Invece quando di nuovo riesco a scorrere con la vita, allora lo sguardo non è più giudicante ma diventa curioso, non fa il pelo alle cose, ritrova il suo posto di pura osservazione e di leggerezza, disponibile all’incanto, e pure alla compassione quando debba ripassare davanti a scene sfinite della propria storia. Così oggi in quella cosa di teatro, dove in molti altri momenti avrei rigettato di trovarmi ancora lì, ho accolto che dentro di me ci sono tante cose, anche qualcuna che ha amato quel mondo d’artisti che parlano di sé. E se faccio solo la persona spirituale, per dirla in modo sintetico, poi finisco per sentire la mancanza della poesia e devo isolarmi e di nuovo fare l’incompresa. Mentre, se accolgo tutte queste parti, allora non ho trovato il mio angolo perfetto ma tanti angoli che insieme sono in qualche modo una casa mobile. Davanti alla fragilità di quei giornalisti invecchiati con le rughe dello scontento, che si beavano a fare comunella con qualche attrice del cinema per respirare un po’ di luce, non ho tentennato: avrebbero probabilmente tentato ancora di farmi pesare la mia libertà, ma non ero raggiungibile, tanto ero presa a scorrere, ad essere viva. E ho provato anzi tanta tenerezza per tutta questa fragilità umana, che cerca di buttarsi nel primo rifugio che incontra, pur di non affrontare il vero viaggio, e questo non ha proprio nulla a che fare con la posizione che si occupa nel mondo. Ci sono persone che nel loro lavoro hanno raggiunto posizioni brillanti e che pure non hanno dato occasione alla propria anima di mollare gli artigli dalla paura e da tutte le sue conseguenze. Ma non bisogna giudicare, aiutare, aiutarsi, si può, o solo splendere. Mentre tornavo a casa era ancora primavera e ho sentito che questa città la posso amare, sono ormai così lontana dai suoi sbrilluccichii che è diventata un altro mondo, un punto di vista di nuovo meravigliato della vita.

Intermezzi

tramonto dalla casa di legno di Assisi

Oggi è un pomeriggio di metamorfosi tra l’inverno e la primavera, e anche io mi sento sospesa, come un fiore che cambia stagione. C’è una linfa nuova che vuole uscire e che devo proteggere, ma ci sono anche scorze dell’inverno che ancora non sono riuscita a sfilare.

Prima ho attraversato la città in bici, imponendomi di essere più forte dei suoi angoli acuti, di non farmi mettere in crisi dalla sua fretta, poi invece sono crollata davanti ad un caffè, perché una signora di quel vecchio quartiere ‘bene’, dove avevo pure abitato, aveva detto tutti i nomi delle paste in francese, per tirarsi su, per appendersi ad abiti sfarzosi che parlassero al suo posto.

Ho provato un’infinita compassione per lei e per la fragilità di quest’epoca così sfinita, ma una parte di me ha iniziato anche a fare la solita marcia indietro: “Tanto io non sono di qui e me ne vado”, ha detto la mia vocina zingara, quella con la valigia sempre in mano. Che preferisce fuggire in qualche luogo intenso anziché difendere la sua terra così avvizzita in falsi valori. E quella stessa parte di me si è ritirata idealmente dentro le parole con il sole di quell’uomo del Bangladesh, la voce che ieri al telefono era felice di una felicità che potevo capire, quando ho detto che la sua famiglia avrebbe avuto presto il permesso per raggiungerlo in Italia. Una storia umana lunga che forse giunge al lieto fine.

E mi piacerebbe sentirmi buona perché il mio cuore si accende sempre in difesa dei più deboli, ma non credo che la donna della pasticceria avesse meno bisogno di aiuto o fosse forte, e non credo neppure di essere così buona, alla fine. Anzi, sono fughe romantiche le mie, in luoghi dove il dolore è un dolore semplice, che riesco a decifrare, ed è persino più comodo, più facile, sentirsi d’aiuto lì.

Forse questi miei distaccamenti dalla realtà avvengono perché solo in certi momenti sono veramente piena, e capisco che non si deve attendere nulla, ma portare la luce comunque, ovunque, e allora la vita diventa ricca e ti porta anche doni inaspettati. In altri momenti invece sono di nuovo rinchiusa dentro il mio pregiudizio di incomprensione, di solitudine, e ancora attendo fuori che arrivi un interlocutore perfetto, sapendo che nel frattempo ho costruito in me un nido perfettamente accogliente, dove posso non far entrare nessuno. E

quando sarà superata davvero la distanza tra questo nido e la vita che scorre, qualsiasi essa sia, allora non ci sarà più bisogno di giudicare e potrò, senza discontinuità, semplicemente essere. Oggi non sono lì, e non sono neppure qui davanti al mio computer, a pochi giorni da un nuovo viaggio di cui non ricordo le ragioni: sono fuggita nel sogno della casetta di legno in Umbria, affacciata su immensi tramonti. Ho spostato con i pensieri lì tutto il mio star bene, anche se è un’altra scusa e non è così.

Oggi ho di nuovo la pelle sottile delle gemme, la pelle che protegge il fiore, quando ancora non può resistere del tutto al mondo.