Finalmente a casa.

Ho notato questo oggi, mentre passeggiavo: una volta, andando in giro, vedevo molte vite in cui mi sarebbe piaciuto entrare. Delle case in cui immaginavo avvenisse la felicità, degli angoli di pace e natura, dei frammenti di bellezza e forse di gioia. Quantificavo quanta strada mi mancasse per arrivare ad una meta così, e diventavo triste e mi sentivo sempre molto, molto lontana dalla felicità normale che mi pareva avessero tutti.

Oggi, invece, lungo il naviglio della Martesana – che è il mio rifugio in questa città -, vedevo ancora molte case che mi piacevano, vedevo tante possibilità di vita felice, facce con il sorriso e il cane che mi venivano incontro, ma non perdevo di vista la mia vita, e la trovavo ancora piena di senso, carica dei significati che dovevano rivelarsi a me, per procedere sulla mia strada, che non può assomigliare a quella di nessun altro, proprio perché è la mia.

E da quando è così, succede anche che sto bene in tante situazioni diverse, in tante case, senza più perdermi. Perciò ora mi pare persino un peccato andare via dalla città per quel viaggio deciso quando ero diversa da oggi, ma so che poi starò benissimo anche lì, o se fossi andata nella casetta dell’Umbria, oppure in Friuli dai miei genitori. Riesco a vedere bellezza e casa in tante situazioni diverse, vedo anzi così tante bellezze che vorrei avere tanta più vita per assaporarle tutte: ma in realtà, tutta questa bellezza, tutta questa casa credo di averle trovate dentro di me, perciò mi seguono in ogni luogo.

Una nuova finestra di verità

Ci sono stati tanti frammenti di luce, oggi. Tante piccole finestre aperte sull’anima delle cose. Devono essere questi risvegli già carichi di primavera, la mattina dorata che penetra dalle persiane chiuse, dalle palpebre chiuse anche, e mi fa entrare nel giorno così piena di commozione, piena di possibilità.

Delle volte mi pare che sia una gran fatica vivere, in quei momenti so che devo resistere, ma penso anche che ci sia da qualche altra parte qualcosa di più felice di questa resistenza e vorrei già essere lì. Altre volte invece sento che ogni cosa è valsa la pena, e che tutto è pieno di senso, e vorrei tanto portare un po’ di consolazione anche ad altre persone, farmi una grande cassa di risonanza della luce, restare ancorata al cielo e solo rendermi disponibile affinché un po’ di questa certezza possa filtrare attraverso di me.

E forse oggi sentivo tutto questo non solo perché è primavera, ma anche perché avevo finalmente tolto dal cammino un grande ingombro che lo ostruiva. Ieri ad un certo punto ho potuto vedere più a fondo di un’idea che avevo di me e ho potuto accedere ad un pezzo nuovo di verità. E’ accaduto dopo che una persona cara mi aveva chiesto qualcosa per l’ennesima volta sapendo quanto mi è difficile resistere alla tentazione di dare.

Ma al di sotto di questa idea di disponibilità e presenza per i bisogni dell’altro, o forse ancora di scambio tra il mio dare e l’essere amata, ho potuto vedere che più dentro si stava sollevando una grande tristezza. In quello stesso momento infatti io stessa avevo voglia di ricevere, e non solo di dare. Di ricevere un regalo bellissimo. Qualcosa di non guadagnato con la solita fatica, ma questo non lo avevo ancora mai detto né a me né a nessuno, e così il mio vivere e il relazionarsi degli altri era appoggiato solo su quell’altra idea che fino ad allora avevo potuto accogliere: sapevo dare e lo facevo benissimo. Ma si può continuare nell’errore solo fino ad un certo punto: poi l’anima dice basta. E l’anima ha detto basta.

Così mi sono ritrovata a raccontare esattamente quello che stavo provando, di dirlo all’altra persona, ma di dirlo anche all’universo e a me. E non mi stavo curando delle conseguenze, se avessi perso una vicinanza: la verità mi sembrava la cosa più bella e l’unica con cui potevo convivere in quel momento.

E credo faccia questo l’universo, quando un pezzetto nuovo di luce viene a galla perché era il suo tempo: si sposta, si aggiusta, va più dritto. Infatti è arrivato immediatamente un contraccolpo di bene, un’espansione di luce in forma di felicità questa mattina, che poi ho potuto portare in tante cose,

Romeo

e innamorarmi ancora della bellezza della vita.

 

Più tardi al parco aveva la forma di Romeo, il cane rosso che è stato un passaggio importante della mia vita, e che è molto vicino a quello che io chiamo amore. Ma questo lo racconto un’altra volta.

 

 

 

Improvvisamente primavera

Oggi a tratti è stata primavera. Il mondo fuori non era tanto diverso da quello di ieri, ma il mio paesaggio interiore era molto cambiato. E mentre attraversavo ancora in bici la città, e raggiungevo gli angoli dove il suo abbaglio è più solenne, mi sentivo forte della velocità salita dalle gambe al cuore. Ho capito che quando fermo tutto lo sguardo in un solo lato della vita, m’illudo di avere, attraverso quel piccolo prisma visivo, un panorama che nel piccolo riproduca tutta la vita. E allora cado ancora vittima dei ‘mi piace’ e non ‘mi piace’, divento troppo analitica e tutte le parti di me che non si specchiano in quella miniatura protestano e si sentono senza casa. Accuso il mondo di non accogliermi di non assomigliarmi, in realtà sono io che mi sono chiusa e che sono ricaduta in una pigrizia vitale e non riesco più a vedere fino in fondo all’orizzonte. Allora alcuni giorni sono su e altri invece vengono a galla, da quel piccolo angolo del mondo, tutte le imperfezioni, tutta la distanza dal cielo, come è di ogni cosa qui, e io divento tristissima e sogno che da qualche altra parte ci sia l’angolo perfetto per me. Invece quando di nuovo riesco a scorrere con la vita, allora lo sguardo non è più giudicante ma diventa curioso, non fa il pelo alle cose, ritrova il suo posto di pura osservazione e di leggerezza, disponibile all’incanto, e pure alla compassione quando debba ripassare davanti a scene sfinite della propria storia. Così oggi in quella cosa di teatro, dove in molti altri momenti avrei rigettato di trovarmi ancora lì, ho accolto che dentro di me ci sono tante cose, anche qualcuna che ha amato quel mondo d’artisti che parlano di sé. E se faccio solo la persona spirituale, per dirla in modo sintetico, poi finisco per sentire la mancanza della poesia e devo isolarmi e di nuovo fare l’incompresa. Mentre, se accolgo tutte queste parti, allora non ho trovato il mio angolo perfetto ma tanti angoli che insieme sono in qualche modo una casa mobile. Davanti alla fragilità di quei giornalisti invecchiati con le rughe dello scontento, che si beavano a fare comunella con qualche attrice del cinema per respirare un po’ di luce, non ho tentennato: avrebbero probabilmente tentato ancora di farmi pesare la mia libertà, ma non ero raggiungibile, tanto ero presa a scorrere, ad essere viva. E ho provato anzi tanta tenerezza per tutta questa fragilità umana, che cerca di buttarsi nel primo rifugio che incontra, pur di non affrontare il vero viaggio, e questo non ha proprio nulla a che fare con la posizione che si occupa nel mondo. Ci sono persone che nel loro lavoro hanno raggiunto posizioni brillanti e che pure non hanno dato occasione alla propria anima di mollare gli artigli dalla paura e da tutte le sue conseguenze. Ma non bisogna giudicare, aiutare, aiutarsi, si può, o solo splendere. Mentre tornavo a casa era ancora primavera e ho sentito che questa città la posso amare, sono ormai così lontana dai suoi sbrilluccichii che è diventata un altro mondo, un punto di vista di nuovo meravigliato della vita.

Intermezzi

tramonto dalla casa di legno di Assisi

Oggi è un pomeriggio di metamorfosi tra l’inverno e la primavera, e anche io mi sento sospesa, come un fiore che cambia stagione. C’è una linfa nuova che vuole uscire e che devo proteggere, ma ci sono anche scorze dell’inverno che ancora non sono riuscita a sfilare.

Prima ho attraversato la città in bici, imponendomi di essere più forte dei suoi angoli acuti, di non farmi mettere in crisi dalla sua fretta, poi invece sono crollata davanti ad un caffè, perché una signora di quel vecchio quartiere ‘bene’, dove avevo pure abitato, aveva detto tutti i nomi delle paste in francese, per tirarsi su, per appendersi ad abiti sfarzosi che parlassero al suo posto.

Ho provato un’infinita compassione per lei e per la fragilità di quest’epoca così sfinita, ma una parte di me ha iniziato anche a fare la solita marcia indietro: “Tanto io non sono di qui e me ne vado”, ha detto la mia vocina zingara, quella con la valigia sempre in mano. Che preferisce fuggire in qualche luogo intenso anziché difendere la sua terra così avvizzita in falsi valori. E quella stessa parte di me si è ritirata idealmente dentro le parole con il sole di quell’uomo del Bangladesh, la voce che ieri al telefono era felice di una felicità che potevo capire, quando ho detto che la sua famiglia avrebbe avuto presto il permesso per raggiungerlo in Italia. Una storia umana lunga che forse giunge al lieto fine.

E mi piacerebbe sentirmi buona perché il mio cuore si accende sempre in difesa dei più deboli, ma non credo che la donna della pasticceria avesse meno bisogno di aiuto o fosse forte, e non credo neppure di essere così buona, alla fine. Anzi, sono fughe romantiche le mie, in luoghi dove il dolore è un dolore semplice, che riesco a decifrare, ed è persino più comodo, più facile, sentirsi d’aiuto lì.

Forse questi miei distaccamenti dalla realtà avvengono perché solo in certi momenti sono veramente piena, e capisco che non si deve attendere nulla, ma portare la luce comunque, ovunque, e allora la vita diventa ricca e ti porta anche doni inaspettati. In altri momenti invece sono di nuovo rinchiusa dentro il mio pregiudizio di incomprensione, di solitudine, e ancora attendo fuori che arrivi un interlocutore perfetto, sapendo che nel frattempo ho costruito in me un nido perfettamente accogliente, dove posso non far entrare nessuno. E

quando sarà superata davvero la distanza tra questo nido e la vita che scorre, qualsiasi essa sia, allora non ci sarà più bisogno di giudicare e potrò, senza discontinuità, semplicemente essere. Oggi non sono lì, e non sono neppure qui davanti al mio computer, a pochi giorni da un nuovo viaggio di cui non ricordo le ragioni: sono fuggita nel sogno della casetta di legno in Umbria, affacciata su immensi tramonti. Ho spostato con i pensieri lì tutto il mio star bene, anche se è un’altra scusa e non è così.

Oggi ho di nuovo la pelle sottile delle gemme, la pelle che protegge il fiore, quando ancora non può resistere del tutto al mondo.

La voce del silenzio

Uno dei doni maggiori che ho portato fuori dagli anni è un’infinita capacità di silenzio. Amo stare con gli altri, osservare la vita, cantarla, scriverla, immergerci le dita, ma dentro ho anche questo grande spazio di solitudine pienissima, e richiede rispetto, attenzione. A volte mi dico che questa per me in fondo è la via più facile, che non è giusta, che devo provarne una diversa. E allora scendo dalla montagna interiore alla città, faccio le cose che si fanno, a volte sembrano vere. Osservo i riti per non stare soli. Ma dopo un po’ mi perdo, sempre; esco fuori di me, non sono io, e ritorna a galla la mia verità, ancora più forte, urla, si fa innegabile. E devo di nuovo ranicchiarmi tra me e me fino a guarire. Anche le parole, mi paiono così lucenti, così vicine alle cose quando nascono da questo silenzio, e poi diventano solo pelle, solo suono, si scollano quando le butto nella mischia, le uso per difendermi. Ecco, questo: nella città una parte di me parla per difendermi, per difendere la mia parte silenziosa, come una madre con un figlio strano. Il silenzio invece mi rende capace di accogliermi tutta: mi rende simile alla natura, forte solo di essere. Ho la voce di certi fiori di prato quando taccio. E ho così tante cose da dire, quando non le dico. In questo modo, solo in questo, mi capita di scriverle.

Esercizio di fedeltà

E poi sto facendo un altro esercizio, che chiamerei un esercizio d’amore. Sto provando a stare completamente in una cosa, in ogni cosa. Un tempo solo una parte di me poteva aderire a quel che mi veniva incontro, l’altra doveva sempre tenere la porta aperta per scappare, perché tutto quello che arrivava mi pareva che fosse appena l’abbozzo di ciò che sognavo, e in ogni cosa c’era qualche imperfezione da cui prendere le distanze. Questo succedeva perché pensavo che da fuori un giorno sarebbe arrivato l’istante perfetto che avrebbe portato un senso ai miei giorni, e tale istante lo avrei riconosciuto proprio per la sua perfezione.

Quello che sto invece capendo ora sempre di più è che questo momento in cui si comincia davvero a vivere non nasce fuori ma dentro di te: che non arriverà mai qualcuno ad amarti in modo perfetto, ma che tu puoi perfezionarti ad amare sempre meglio. Che l’amore non si attende, si dà. E puoi provare con qualsiasi cosa che vive, a starle vicino con questo amore che perfezioni e fai uscire senza paura. Puoi provare ad amare senza un piede che scappa, una mente che fa confronti con i sogni, con gli ideali. Amare, dunque, senza tradire neppure nei dettagli più piccoli, neppure se non ti vedono. Stare ferma ad amare senza fuggire neanche con un pensiero.

E allora vedi che non c’è nessuna vita che tu non possa amare fino alla commozione, per il solo fatto che riconosci che lì dentro c’è la vita, e si tratta solo di diventare il più possibile amore puro, e più vai avanti in questo cammino più diventa irresistibile amare. Vedi che puoi innamorarti pazza di un fiore, dello sguardo di un cane che hai trovato o di una persona di un altro mondo. E che quest’altra vita toccata dall’amore non potrà resistere dall’amarti a sua volta in modo sempre più puro, allo stesso modo. E vedrai poi i miracoli, le primavere, i gesti infiniti che farà crescere l’amore. Vedrai il tuo oggetto d’amore fiorire, compiersi, diventare il suo sé più bello. Tu stessa ti vedi mentre ti trasformi nel progetto incredibile che c’era dentro di te.

Credo che qualcosa del genere sia l’amore del creatore per il creato, e che se riuscissimo davvero a calare questo amore nelle cose, ad innamorarci così, si ristabilirebbe un po’ dell’ordine dell’universo. Che se non avessimo portato qui le nostre paure, le nostre fughe, le nostre attese, se non avessimo annodato tra loro tutte le strade originali del mondo: l’ordine naturale del mondo sarebbe questo, sarebbe amore.

No, non mi ribello più all’amore. Non gli chiedo più di assomigliare ad un sogno o a quello che già esiste in giro. Di farmi scoprire nuovi spazi nel cuore, di questo solo lo prego, per offrirli in cielo.

tracce di eternità nel pomeriggio

Mettere da parte nel tempo che scorre e finisce dei pezzetti di eternità, questo è il capolavoro che si dovrebbe cercare di fare ogni giorno, mentre siamo strappati a noi stessi da tante cose, cose che paiono non far mai iniziare davvero i fondamentali della vita. E ci si potrebbe perdere, perché l’eternità è lontana, rimandabile ogni mattino al mattino seguente, mentre questi singoli pungoli avvengono nell’attimo e chiedono la nostra cura immediata. E affrettarsi non fa arrivare prima a quello che resta sotto i veli e attende di essere rivelato. Serve allora piuttosto rallentare, stare dentro ognuna di queste cose che non ci fanno fare i compiti con il cielo, ci pare, e vedere come l’attenzione le illumini da dentro: capire che non era oltre quell’orizzonte la verità della vita, ma era presente al suo interno. Che andando piano il tempo si allunga, diventa eterno.