Luce senza ombre

Momenti in cui c’è stata la luce

Quando ero bambina, mi faceva soffrire il fatto che mia sorella fosse considerata più buona di me. Quello che mia sorella faceva in più rispetto a me, secondo il mondo adulto, era dire sempre ad ognuno quello che voleva sentirsi dire. E per me questo era una bugia, un filtro opaco steso sulla verità, tanto quanto mentire dicendo una cosa brutta.

Io avrei voluto che la verità fosse sempre premiata, e bella per il fatto di essere vera. Spesso mi dicevano che ero troppo diretta, che non ci sapevo fare con gli altri, perché pronunciavo proprio quello che pensavo, non con mancanza di rispetto: ma sempre quello che credevo avrebbe prodotto il futuro con cui potevo convivere. Con gli strumenti che avevo allora, questo per me era risultato in una profonda solitudine.

Poi sono cresciuta e ho continuato a cercare più di ogni cosa la verità e anche ad incontrare persone che pensano sia più breve compiacere che cercare la luce. Ma la mia cassetta degli attrezzi è molto più forte ora, e mi rendo conto che non serve a nulla soffrire per questo. Che ci pensa la vita a portare ad ognuno quel che corrisponde al proprio paesaggio interiore: e se dici la verità su ciò che vuoi, è più probabile che ti stiano vicino cose e persone vere. Se hai fatto credere a qualcuno, per compiacimento, che ami la sua compagnia e non è vero, troverai vicino persone che desidereresti tenere distanti.

In fondo la vita è semplice. Se cerchi la verità, forse dovrai anche saper convivere con opinioni compiacenti, non vere, ma oltre la calotta delle chiacchiere, ci sarà qualcosa di nitido che non smette di essere vero per il fatto di essere stato rinnegato a parole. E questo dovrebbe essere l’unico punto in cui tenere fisso lo sguardo e per cui perseverare, anche quando la strada va in salita. Perché la verità è vera, non consolante. In questo sta la sua bellezza.

 

 

Pezzi di me

pezzi di me 1

E’ un momento preciso quello in cui il passato passa. Come il ruvido di una stoffa strappato dalle dita: non è una cosa della mente, è di tutti i sensi. Per un po’ avevi camminato in direzione opposta, ma come i gamberi, tenendo la faccia e lo sguardo fisso su quel pezzo della vita, per vedere se c’erano ancora pezzi di te nei suoi gesti. In quella che vi ostinavate a chiamare libertà. Poi un giorno respiri, volti la schiena. Vai.

pezzi di me 2

Ti osservi stesa alla fine di un giorno di sole, di pioggia, di arcobaleni. Raccogli quello che di te hai vicino: le ginocchia, il rosso dei capelli, le dita con le mani. Lasci che tutto il resto, i fili che sono volati in giro per il mondo, sia e basta. Ci sono pazienti tessitrici che stanno costruendo le maglie del domani. Riposa: non c’è bisogno del tuo sguardo questa sera.

Diffusore di albe e tramonti

Diffusore naturale

Ad essere proprio sinceri, la vita più volte ci ha visitato, più volte ci ha invitato a fare un balzo nella nostra più tersa verità. Ci ha colto di sorpresa, forse per noia o sfinimento, al termine di un amore, lì dove un lavoro, un luogo, un sistema di abitudini non portavano più da nessuna parte. E magari per un attimo non abbiamo avuto dubbi: eravamo pronti, aperti a fare il gran salto in tutto quello che era oltre lo stagno delle cose ferme.

Al momento del lancio, però, tutto quell’aperto, quell’ignoto da ridefinire intorno, ci ha spaventato, e ognuno con la propria giustificazione – non posso farlo non per me, ho troppe responsabilità, il mutuo e il buon senso – semplicemente ha girato le spalle alla luce che chiedeva di espandersi e di fidarsi. Abbiamo richiuso le finestre al tempo a venire, rinnovando il passato che era già.

Credo infatti che il valore del nuovo, del vero, sia soprattutto una questione di paura: è questa la vera prova da superare. Affrontare la vertigine di non avere più protezioni. Si racconta che è proprio allora, mentre potresti precipitare, che una forza scende e ti solleva in alto, ti promuove al nuovo corso delle cose. Ma in quell’istante sei solo: e nessuno può rassicurarti, affrontarlo per te.

Serve il guizzo: gli occhi chiusi, il cuore aperto, l’ostinazione per la verità.

Come un prato di fiori selvatici. Solstizio d’estate.

Convivenze strette con la natura, le albe e i tramonti. E il profumo delle ginestre.

C’è stato un momento speciale oggi. Mentre apparecchiavo il tavolo sotto il ramo della grande quercia, disponevo i colori dentro le strisce di luce che disegnava il sole tra le foglie e le farfalle tagliavano l’aria come fiori volanti: ho sentito traboccare la pace. Ho sentito che quello c’era dentro di me era sintonizzato con quello che c’era fuori di me.

Sono venuta qui, nella capanna nel bosco, in mezzo ai colli santi dell’Umbria, qualche giorno fa. Non perché fossi in fuga da qualcosa, non perché fosse tempo di vacanza: sono venuta perché qualsiasi cosa io debba fare o debba diventare ora, può solo nascere da questa pace.

Quando sono lontana dalla natura non ricordo mai quanto mi manchi, quanto sia pericolosa l’attitudine umana di adattarsi a tutto, fino a devitalizzarsi. E allora in questi giorni vedo il mio corpo dissetarsi di cielo, di vento, di prato. Respirare profondamente il giallo delle ginestre.

Le ginestre con lo sfondo del monte Subasio

Ho abitato per tanti mesi, e per quasi metà della vita, forme tese e coraggiose di me. Ho spinto, ho forzato, sono stata più volte vicina a spezzarmi, e non ho nessun rimpianto per averlo fatto, era cosa mia e andava attraversata, ma ora è tempo di cambiare stagione.

E’ successo non molto tempo fa: ero lontana, succedevano cose per cui avrei dovuto ancora forzare, tendere, e semplicemente non l’ho fatto. Non ho spinto: ho fatto spazio. Credo di avere anche compreso che tutto quel mio tendere fosse paura che le cose uscissero dal mio controllo, che non avessero più forme che riconoscevo.

Ma ad un certo punto non ce l’avevo più fatta: per stanchezza, per la noia di una scena sempre uguale, ero indietreggiata, volevo vedere la soluzione che avrebbe trovato la vita se io non avessi fatto nulla. E lì è successa una cosa nuova: ho sentito qualcosa che scendeva e mi sollevava. Che al di là delle mie forze, c’era un disegno più grande, un movimento del cosmo che muoveva anche me. I mistici chiamano questa la Grazia, credo.

Il sole cala sui colli di Assisi coperti di ginestre

Ecco, allora sono qui, in questo paesaggio di fiori e silenzio, per muovermi con grazia, con la Grazia. Sono qui per diventare un prato selvatico: per camminare scalza, per attraversare notti di lucciole e grilli, per far fiorire solo i semi spontanei che ci sono dentro di me. Quelli che naturalmente vogliono sbocciare se io non forzo.

Non ho fatto altro fino ad ora che potare frasche per diventare un canale più limpido, ora so che era questo il senso di tutta la sofferenza passata. Non ho fatto altro che cercare di ritornare al centro con i pensieri, ogni volta che sbrodolavo in idee non mie su cosa dovesse essere la mia vita. Ora so che è stato questo seguirmi sempre quello che io chiamo il coraggio.

Ma adesso pensare non mi può più aiutare: sarebbe porre confini alla fantasia del creato. Adesso bisogna solo sorgere e tramontare ogni giorno, bisogna sorprendersi, meravigliarsi, vivere una storia di cui non so il finale. Allora ci sarà aria abbastanza, abbastanza terra e sole, perché quei fiori sboccino. Perché si compia davvero il miracolo che è una vita. La mia storia che nessuno ha mai scritto prima.

Connessioni

 

Lo sento sempre di più: la vita si trasforma, ci porta acqua nuova, fresca di giornata. E il dolore è esattamente opporsi a questo scorrere, cercare di artigliarsi e di fermare quello che non è più.
Bisogna invece procedere con il suo flusso. Farsi portare. E questo non significa rinunciare ad esercitare la volontà, anzi: bisogna mettere tutta la cura e l’amore di cui siamo capaci in ogni gesto, però poi dobbiamo lasciarlo andare, restituirlo alla vita, accettare i risultati che ci offre con fiducia.
Il suo moto naturale è di condurci alla nostra vera natura, se non glielo impediamo, perché allora dovrà usare le maniere forti: e comunque dovremo incontrare quello che ci spetta.
Quello che oggi ci pare un risultato negativo può essere solo l’anticamera di un ben più grande dono che con le nostre forze non avremo potuto prevedere, e che richiedeva proprio una piccola rinuncia per poter liberare completamente la sua bellezza.

Prove di perdono

Qualsiasi sia il torto, bisogna perdonare

(Bhagavad Gita)

Ogni tanto penso ad una persona. Anche quando sono su Facebook e vedo il pallino acceso. E per motivi di comunicazione eterica, ovviamente anche questa persona mi pensa e talvolta si spinge fino a mandarmi qualche segno via messaggio. A cui io taccio. Poi rispondo. Segue il silenzio. Poi una risposta.
Il silenzio è stato una necessità perché c’era un’arrabbiatura da far venire tutta a galla. Ovvero, la solita scaletta quando qualcuno esce dalla nostra vita: dolore, rabbia, perdono, amore più alto e gratitudine, e allora si è veramente di nuovo liberi di fare il tifo uno per l’altro, e si vedono completamente le ragioni per cui ci si è incontrati, quali parti si specchiavano e si potevano guarire insieme (è un’opportunità che non sempre siamo in grado di cogliere).
Ma la scala è da fare tutta, gradino per gradino. E così l’altra sera ho trovato chiamate e qualche “I’m sorry” da questa persona che mi hanno fatto andare a dormire inquieta. Ho pensato di là ad un’anima in pena e ai grandi doni che in ogni caso io avevo avuto attraversando una disarmonia che era soprattutto in me, grazie alla nostra conoscenza.
Ho immaginato il teatrino delle anime, prima di scendere quaggiù. L’anima, che sa quali sono le cose in cui dovrà crescere durante la vita, a un certo punto fa un appello: chi è disposto a farmi del male per insegnarmi questo? L’anima che si presta a farlo sa che a sua volta la sua storia deve passare attraverso questa rottura, per altre ragioni, però ln qualche modo è persino più generosa di quelle che invece si avvicinano sapendo che saranno solo amate. Ha la generosità di aiutarci anche al prezzo poi di prendersi la nostra rabbia, il rifiuto.
Per questo, per toglierle questo peso, è dovuto in ogni caso il perdono, che ristabilisce i pesi, che slaccia i tributi che ci si doveva reciprocamente. Sì, qualsiasi sia stato il torto, come si legge nella Bhagavad Gita. E solo così un’esperienza si può dire completamente attraversata, e non servirà più ripeterla.
E le due anime saranno libere davvero di amarsi, in questa o in altre vite.

prove d’abbandono

E poi mi dico questo: prova a non pareggiare i conti. Quando vorresti rispondere ad una cosa che non ti rende giustizia, prova ad astenerti dal difenderti. Quando non viene visto ciò che ti pare di aver dato, non aspettare nulla. Quando ti sembra che i più scelgano vie corte per arrivare al luogo per cui stai cercando di meritare un varco: resta dispari, non lamentarti.
Perché è solo in questi spazi vuoti che può agire la fantasia della vita, rimescolare le carte, stupirti, portare ricompense persino soprannaturali.
Se invece riempi tutta la distanza con il giudizio, anche solo con un pensiero che separa, peschi da forme vecchie, soffochi il fiorire di quello che è naturalmente in te e che è da solo una risposta. Questo sto imparando: che per andare avanti non bisogna spingere, bisogna abbandonarsi.

illuminazioni

Solo oggi sono stata all’altezza di un vecchio dolore. E’ venuto a trovarmi stamattina, per dirmi che mi aspettava. Che avevo spinto tutto il buio nella luce per anni, ma lui era rimasto lì, ad attendere che fossi pronta a vederlo. E lo ero.
Ero finalmente pronta a comprendere che è tutto vero quello che mi ha tenuto dritta in questo tempo: che ogni sfida è un’opportunità e che non va presa in modo assoluto.
Lo stesso però ad ogni sofferenza si devono due risposte: quella alta che la decifra e la eleva, ma anche quella umana, che semplicemente riconosce il dolore e lo accoglie. E la prima non deve essere una scorciatoia per evitare la seconda: anche una volta che si riesca a stare nei significati più alti, è bene lo stesso prendere per mano la rabbia, la tristezza, la fragilità, la stanchezza, e persino il giorno in cui di alto non si trova nulla e si cade. Dare a loro respiro e vita.
Altrimenti solo l’adulto che è in noi cresce, la bambina resta indietro anche se non vogliamo più ascoltarne il pianto. Anzi il viaggio dalla terra al cielo diventa al limite una fuga, se il dolore non è stato veramente illuminato, cioè trasformato tutto in amore.

Ode al silenzio

Ieri pomeriggio ad un certo punto tutto era troppo. Di nuovo sentivo la superficie frettolosa delle cose frizzare sopra pensieri di bellezza, pensieri che avevano cercato di respirare nella giornata, senza trovare spazio. Ho cercato di difenderli, di promettere loro attenzione, ma ormai ero troppo impegnata a correre, ad uscire fuori di me, e un po’ alla volta si sono spenti. Alla sera ho trovato appena un bagliore fioco dei lampi che erano nati nel giorno. E tutta la mia stanchezza.

Ho fatto la cosa più facile: mi sono arrabbiata con quello che succede fuori. Con questo disturbo dell’attenzione globale, per cui ci interrompiamo l’un l’altro continuamente con messaggi, allerte, controllatine ai Social che sbattono le ciglia con trillini e notifiche, allarmi che accendono i riflettori su cose finto-importanti e ci fanno sentire troppo impegnati per pensare alle poche cose che contano davvero. E intanto fuori dagli schermi scorre maggio, i papaveri, i campi gialli di colza; sfioriscono il tarassaco e le pratoline.

Per qualche istante ho sentito la superficie di chiacchiere in cui ci tuffiamo dal primo gesto del risveglio come una materia palpabile. Una nebbia in cui ci si può perdere per sempre, ma oltre la quale c’è il sole. Ho desiderato di fermare tutto, di scendere dal mondo, di nuovo mi sono sognata da eremita, a fare indigestioni di silenzio. Mi sono rivista desiderare queste stesse cose da sempre, ed essere sempre qui a correre.

Ma non era tutto qui, ho capito quando ho smesso di dare la colpa ad altro, ad altri. Non ero più certa che fosse questo mondo organizzato sulla distrazione di massa a distogliermi da me, da quella luce che ogni tanto era salita fino alla bocca e avevo deglutito di nuovo nel magma indistinto. Forse invece ero io a correre in fila nel mondo per evitare me stessa. Per poi ritrovarmi ciclicamente a sentire che tutto quello che è stato finora è appena una preparazione di qualche cosa che non inizia mai. Una continua prova generale, senza un debutto.

All’improvviso, quando ormai era già notte e camminavo per la città, in uscita dall’ultimo finto impegno, forse perché la stanchezza mi impediva di fare le solite tre quattro cose insieme, mentre solo guardavo i piedi muoversi nel primo caldo dell’anno con pochi altri piedi intorno, per un istante la luce ha trovato il varco. Ho ripassato tanti momenti identici in cui rimandavo di essere me. E non importano le scuse con cui l’ho fatto: la vita, la sopravvivenza nel mondo, il mutuo o il compiacimento di qualche piccola gloria. Non ci sono vere giustificazioni.

Ho risentito il sapore di quel magma denso che voleva sbrogliarsi in qualche cosa di limpido, forse in parole scritte, che ho ogni volta rimandato giù in gola, che ho messo nel tempo degli hobby e non della vita, perché c’era sempre qualcosa di realisticamente – con l’occhio pragmatico della realtà – che veniva prima. E in verità perché sputarla fuori quella matassa aggrovigliata nelle viscere che vuole divenire luce mi è sempre costato le doglie di un parto. L’istante prima di iniziare ad uscire, farei di tutto pur di non fare i conti con il caos che vuole divenire chiarezza nella pagina bianca.

Sì certe volte l’ho fatto: sono stata una professionista di cose più o meno simili a quella che dovevo fare: ho intasato giornali, Social, amici, messaggi, appunto, di abbozzi di me. Mi sono pulita la coscienza liberandomi così, a caso. Come un amore che va a mercimonio per paura dei rischi veri del cuore. E se sono anni che prego di compiermi, ora so dietro quale nebbia, dietro quale fretta c’è tutto quello che sto cercando. La vita che aspetto da una vita. Quello che con una parola completa indiana si chiama Dharma, ed è la missione per cui ognuno di noi è sceso in Terra. E non avrebbe null’altro di vero da fare. Tutte le altre scuse non sono sorrette dall’universo, e questa strada invece, ne sono certa, appena si avesse il coraggio di guardarla negli occhi, farebbe fiorire anche terre sfinite, realizzare sogni e miracoli, camminerebbe con il passo sicuro della verità.

E se condivido oggi queste parole è perché sono certa che sotto questa coltre, dentro la nebbia, ci siamo in molti. Ci hanno detto che si chiama vita necessaria che fanno tutti da sempre, ma non è vero: si chiama paura, e la vita te la ruba tutta invece, se non la lasci andare.  E allora ci voglio provare, è una promessa che mi devo, che devo ai doni non miei che mi hanno prestato in questo abito di carne perché li restituissi in opere.

 

Un tramonto e (è) un’alba

alba e tramonto

Oggi il giorno è cominciato presto, con una cosa che rimandavo da tempo: dire ad una persona molto cara una verità spiacevole. Ci avevo pensato a lungo e questa era l’unica soluzione: non c’erano più due strade in cui dubitare, ne era rimasta una sola e bisognava prenderla, ad ogni costo, anche passando attraverso uno strappo.

Dentro di me la cosa ultimamente si era talmente disegnata, chiarita, aveva talmente trovato conferma negli eventi, che avevo quasi già sofferto, e già stavo leggendo tutta la realtà come fosse evidente anche all’altro. Come fosse cosa detta. Ma non era così, bisognava pronunciare le parole precise: it’s finished, il pezzo di strada che avevamo battuto con speranza è arrivato davanti a un muro.

Sono seguite le cose che seguono in questi casi: le colpe dell’uno, le colpe dell’altra. Alcuni momenti bassi in cui si prende sul serio quel che non c’è più, come non fosse a volte la cosa più naturale del mondo che ci si incontri per traghettarsi in un altro luogo, ciascuno in un nuovo orizzonte che richiedeva una parte dell’altro per essere riconosciuto. E poi il silenzio.

Nel silenzio non c’è più possibilità di correggere quello che è avvenuto, non ci sono parole migliori da dire per sostituirne alcune uscite di fretta: si è oltre la linea, è già avvenuto tutto. Lo spazio si dimezza e quella metà deve valere un intero. Si passa avanti e indietro il dito sulla linea del prima e del dopo, come per provare se il confine sia ancora valicabile, essendo così prossimo, così vicino che lo si può ancora vedere. Ma non è così: hai in mano solo quello che ti sei portata di qua. Arrivano pezzi grossi di passato, il bene che non c’è più per un po’ l’ha vinta sul male che è finito, e non resta che attendere il beneficio del tempo che scorre, porta sensi più grandi, cose nuove che trovano meravigliosi gli spazi che hai liberato.

Ho avuto per tutto il giorno una folla di pensieri, ho fatto fatica a fare ordine. Poi qualcosa è andato a fondo, qualcosa è rimasto a galla. Tra i pensieri grossi a riva ho riconosciuto questo: che mi faceva più male il male suo del mio. Che io ero certa di farcela, che ce la facevo sempre in qualche modo, ma mi chiedevo come avrebbe fatto lui, di là, nell’altra metà, con quel che restava. Ho faticato non poco a non andare incontro al suo dolore, a non buttare giù il muro, a non dire è tutto sbagliato. A non offrire una scialuppa che lo portasse di qua, in un dopo uguale al prima, dove io c’ero ancora e questo bastava per due.

E poi mi sono chiesta il perché io avessi tanta disattenzione per il mio male, che pure c’era e c’era stato anche prima di questo giorno. Perché fosse così difficile per me produrre dolore in un altro, anche se sapevo che quel dolore avrebbe cresciuto consapevolezza e futuro per entrambi. La risposta più semplice è perché non è facile lasciare che un’anima vicina debba apprendere soffrendo, che si trattasse cioè ancora d’amore. Ma sarebbe una risposta troppo facile, vera ma non unica. E se si trattava invece di paura?

Paura di che cosa? Mi sono chiesta. Ma di non essere più amata, di non avere valore abbastanza da superare nei suoi pensieri questa prova. Allora sono stata ferma. Ho resistito anche al suo dolore, come facevo già bene con il mio. Mi sono fidata di quello di cui ero certa quando tutto questo si stava decidendo dentro di me: che era una grande opportunità di crescita, che andava percorsa tutta. Io infatti tendo sempre a fare anche il pezzo dell’altro, per paura che lui non lo faccia, invece la verità va lasciata libera di scorrere, di prendersi i suoi tempi. E lui lì, dalla sua distanza, aveva dunque l’occasione di vedere tutto quello che con le parole non ero riuscita a fargli capire in tanto tempo. E solo da lì poteva capirlo. Raccoglierlo sarebbe stato privarlo di questa occasione.  A mia volta io, da qui, potevo finalmente fidarmi di me, di quello che a me veniva spontaneamente, senza essere tirato, acquistato con la moneta della presunta bontà che aggiusta ogni cosa, che trascura il proprio vero sentire.

E poi è solo così che il futuro entra nella vita, quando si riconosce che il passato è finito e si ha il coraggio di potare quello che non ha più vita, perché lì cresca qualche ramo nuovo, forte, fresco. Ed è forse già questa nascita che da qualche parte si sta preannunciando a far staccare quello che ha concluso la propria lezione. Non se n’è andato lui: ma una vecchia me. Così in qualche modo sono arrivata a sera, con sentore di germogli e un tramonto che ha in sé già un po’ d’alba.