illuminazioni

Solo oggi sono stata all’altezza di un vecchio dolore. E’ venuto a trovarmi stamattina, per dirmi che mi aspettava. Che avevo spinto tutto il buio nella luce per anni, ma lui era rimasto lì, ad attendere che fossi pronta a vederlo. E lo ero.
Ero finalmente pronta a comprendere che è tutto vero quello che mi ha tenuto dritta in questo tempo: che ogni sfida è un’opportunità e che non va presa in modo assoluto.
Lo stesso però ad ogni sofferenza si devono due risposte: quella alta che la decifra e la eleva, ma anche quella umana, che semplicemente riconosce il dolore e lo accoglie. E la prima non deve essere una scorciatoia per evitare la seconda: anche una volta che si riesca a stare nei significati più alti, è bene lo stesso prendere per mano la rabbia, la tristezza, la fragilità, la stanchezza, e persino il giorno in cui di alto non si trova nulla e si cade. Dare a loro respiro e vita.
Altrimenti solo l’adulto che è in noi cresce, la bambina resta indietro anche se non vogliamo più ascoltarne il pianto. Anzi il viaggio dalla terra al cielo diventa al limite una fuga, se il dolore non è stato veramente illuminato, cioè trasformato tutto in amore.

Ode al silenzio

Ieri pomeriggio ad un certo punto tutto era troppo. Di nuovo sentivo la superficie frettolosa delle cose frizzare sopra pensieri di bellezza, pensieri che avevano cercato di respirare nella giornata, senza trovare spazio. Ho cercato di difenderli, di promettere loro attenzione, ma ormai ero troppo impegnata a correre, ad uscire fuori di me, e un po’ alla volta si sono spenti. Alla sera ho trovato appena un bagliore fioco dei lampi che erano nati nel giorno. E tutta la mia stanchezza.

Ho fatto la cosa più facile: mi sono arrabbiata con quello che succede fuori. Con questo disturbo dell’attenzione globale, per cui ci interrompiamo l’un l’altro continuamente con messaggi, allerte, controllatine ai Social che sbattono le ciglia con trillini e notifiche, allarmi che accendono i riflettori su cose finto-importanti e ci fanno sentire troppo impegnati per pensare alle poche cose che contano davvero. E intanto fuori dagli schermi scorre maggio, i papaveri, i campi gialli di colza; sfioriscono il tarassaco e le pratoline.

Per qualche istante ho sentito la superficie di chiacchiere in cui ci tuffiamo dal primo gesto del risveglio come una materia palpabile. Una nebbia in cui ci si può perdere per sempre, ma oltre la quale c’è il sole. Ho desiderato di fermare tutto, di scendere dal mondo, di nuovo mi sono sognata da eremita, a fare indigestioni di silenzio. Mi sono rivista desiderare queste stesse cose da sempre, ed essere sempre qui a correre.

Ma non era tutto qui, ho capito quando ho smesso di dare la colpa ad altro, ad altri. Non ero più certa che fosse questo mondo organizzato sulla distrazione di massa a distogliermi da me, da quella luce che ogni tanto era salita fino alla bocca e avevo deglutito di nuovo nel magma indistinto. Forse invece ero io a correre in fila nel mondo per evitare me stessa. Per poi ritrovarmi ciclicamente a sentire che tutto quello che è stato finora è appena una preparazione di qualche cosa che non inizia mai. Una continua prova generale, senza un debutto.

All’improvviso, quando ormai era già notte e camminavo per la città, in uscita dall’ultimo finto impegno, forse perché la stanchezza mi impediva di fare le solite tre quattro cose insieme, mentre solo guardavo i piedi muoversi nel primo caldo dell’anno con pochi altri piedi intorno, per un istante la luce ha trovato il varco. Ho ripassato tanti momenti identici in cui rimandavo di essere me. E non importano le scuse con cui l’ho fatto: la vita, la sopravvivenza nel mondo, il mutuo o il compiacimento di qualche piccola gloria. Non ci sono vere giustificazioni.

Ho risentito il sapore di quel magma denso che voleva sbrogliarsi in qualche cosa di limpido, forse in parole scritte, che ho ogni volta rimandato giù in gola, che ho messo nel tempo degli hobby e non della vita, perché c’era sempre qualcosa di realisticamente – con l’occhio pragmatico della realtà – che veniva prima. E in verità perché sputarla fuori quella matassa aggrovigliata nelle viscere che vuole divenire luce mi è sempre costato le doglie di un parto. L’istante prima di iniziare ad uscire, farei di tutto pur di non fare i conti con il caos che vuole divenire chiarezza nella pagina bianca.

Sì certe volte l’ho fatto: sono stata una professionista di cose più o meno simili a quella che dovevo fare: ho intasato giornali, Social, amici, messaggi, appunto, di abbozzi di me. Mi sono pulita la coscienza liberandomi così, a caso. Come un amore che va a mercimonio per paura dei rischi veri del cuore. E se sono anni che prego di compiermi, ora so dietro quale nebbia, dietro quale fretta c’è tutto quello che sto cercando. La vita che aspetto da una vita. Quello che con una parola completa indiana si chiama Dharma, ed è la missione per cui ognuno di noi è sceso in Terra. E non avrebbe null’altro di vero da fare. Tutte le altre scuse non sono sorrette dall’universo, e questa strada invece, ne sono certa, appena si avesse il coraggio di guardarla negli occhi, farebbe fiorire anche terre sfinite, realizzare sogni e miracoli, camminerebbe con il passo sicuro della verità.

E se condivido oggi queste parole è perché sono certa che sotto questa coltre, dentro la nebbia, ci siamo in molti. Ci hanno detto che si chiama vita necessaria che fanno tutti da sempre, ma non è vero: si chiama paura, e la vita te la ruba tutta invece, se non la lasci andare.  E allora ci voglio provare, è una promessa che mi devo, che devo ai doni non miei che mi hanno prestato in questo abito di carne perché li restituissi in opere.

 

Un tramonto e (è) un’alba

alba e tramonto

Oggi il giorno è cominciato presto, con una cosa che rimandavo da tempo: dire ad una persona molto cara una verità spiacevole. Ci avevo pensato a lungo e questa era l’unica soluzione: non c’erano più due strade in cui dubitare, ne era rimasta una sola e bisognava prenderla, ad ogni costo, anche passando attraverso uno strappo.

Dentro di me la cosa ultimamente si era talmente disegnata, chiarita, aveva talmente trovato conferma negli eventi, che avevo quasi già sofferto, e già stavo leggendo tutta la realtà come fosse evidente anche all’altro. Come fosse cosa detta. Ma non era così, bisognava pronunciare le parole precise: it’s finished, il pezzo di strada che avevamo battuto con speranza è arrivato davanti a un muro.

Sono seguite le cose che seguono in questi casi: le colpe dell’uno, le colpe dell’altra. Alcuni momenti bassi in cui si prende sul serio quel che non c’è più, come non fosse a volte la cosa più naturale del mondo che ci si incontri per traghettarsi in un altro luogo, ciascuno in un nuovo orizzonte che richiedeva una parte dell’altro per essere riconosciuto. E poi il silenzio.

Nel silenzio non c’è più possibilità di correggere quello che è avvenuto, non ci sono parole migliori da dire per sostituirne alcune uscite di fretta: si è oltre la linea, è già avvenuto tutto. Lo spazio si dimezza e quella metà deve valere un intero. Si passa avanti e indietro il dito sulla linea del prima e del dopo, come per provare se il confine sia ancora valicabile, essendo così prossimo, così vicino che lo si può ancora vedere. Ma non è così: hai in mano solo quello che ti sei portata di qua. Arrivano pezzi grossi di passato, il bene che non c’è più per un po’ l’ha vinta sul male che è finito, e non resta che attendere il beneficio del tempo che scorre, porta sensi più grandi, cose nuove che trovano meravigliosi gli spazi che hai liberato.

Ho avuto per tutto il giorno una folla di pensieri, ho fatto fatica a fare ordine. Poi qualcosa è andato a fondo, qualcosa è rimasto a galla. Tra i pensieri grossi a riva ho riconosciuto questo: che mi faceva più male il male suo del mio. Che io ero certa di farcela, che ce la facevo sempre in qualche modo, ma mi chiedevo come avrebbe fatto lui, di là, nell’altra metà, con quel che restava. Ho faticato non poco a non andare incontro al suo dolore, a non buttare giù il muro, a non dire è tutto sbagliato. A non offrire una scialuppa che lo portasse di qua, in un dopo uguale al prima, dove io c’ero ancora e questo bastava per due.

E poi mi sono chiesta il perché io avessi tanta disattenzione per il mio male, che pure c’era e c’era stato anche prima di questo giorno. Perché fosse così difficile per me produrre dolore in un altro, anche se sapevo che quel dolore avrebbe cresciuto consapevolezza e futuro per entrambi. La risposta più semplice è perché non è facile lasciare che un’anima vicina debba apprendere soffrendo, che si trattasse cioè ancora d’amore. Ma sarebbe una risposta troppo facile, vera ma non unica. E se si trattava invece di paura?

Paura di che cosa? Mi sono chiesta. Ma di non essere più amata, di non avere valore abbastanza da superare nei suoi pensieri questa prova. Allora sono stata ferma. Ho resistito anche al suo dolore, come facevo già bene con il mio. Mi sono fidata di quello di cui ero certa quando tutto questo si stava decidendo dentro di me: che era una grande opportunità di crescita, che andava percorsa tutta. Io infatti tendo sempre a fare anche il pezzo dell’altro, per paura che lui non lo faccia, invece la verità va lasciata libera di scorrere, di prendersi i suoi tempi. E lui lì, dalla sua distanza, aveva dunque l’occasione di vedere tutto quello che con le parole non ero riuscita a fargli capire in tanto tempo. E solo da lì poteva capirlo. Raccoglierlo sarebbe stato privarlo di questa occasione.  A mia volta io, da qui, potevo finalmente fidarmi di me, di quello che a me veniva spontaneamente, senza essere tirato, acquistato con la moneta della presunta bontà che aggiusta ogni cosa, che trascura il proprio vero sentire.

E poi è solo così che il futuro entra nella vita, quando si riconosce che il passato è finito e si ha il coraggio di potare quello che non ha più vita, perché lì cresca qualche ramo nuovo, forte, fresco. Ed è forse già questa nascita che da qualche parte si sta preannunciando a far staccare quello che ha concluso la propria lezione. Non se n’è andato lui: ma una vecchia me. Così in qualche modo sono arrivata a sera, con sentore di germogli e un tramonto che ha in sé già un po’ d’alba.

 

 

 

 

 

India 6, tra le braccia della vita

Auroville, la strada del Matrimandir

Delle volte, mentre percorro le stradine di questa umanità che pare arresa al poco, all’arso, a quello che solo la grazia della Terra e del Cielo le consegna, mentre passo in mezzo a vite apparentemente strette, a stanze buie e caldissime, a cani stremati che sfiatano con la pelle che disegna la carcassa, a madri che spulciano le figlie, a sorelle che rassettano le sorelle con l’acqua che stagna ai bordi delle case, sento il cuore gonfio e non so mai se ce la farà a reggere. Mi dico: almeno tutto questo, quando sarò tornata, non lo avrò più davanti agli occhi. Ma posso davvero non averlo più davanti agli occhi? Davanti al cuore?

Mi rendo conto che non sarò mai più quella di prima, e non importa se ho già visto tantissimi angoli di vita nuda, ridotta all’osso, e di questo ne ho fatto anche un po’ un mestiere: questa volta non è stata come le altre. Quando sono partita, avevo un sogno romantico, volevo possedere del bene, farne riserva, estrarlo da alcuni luoghi che avevo scelto, da una persona che mi attendeva: non è stato possibile nulla di tutto ciò, mi aspettava proprio questo respiro a polmoni pieni dentro la vita. E tutte le strade mi hanno portato qui e mi hanno costretta a stare ferma in questo pezzo di terra sovraesposto alla vita stessa.

Qualche notte mi sveglio di soprassalto e piango per tutti i cani che hanno fame, per tutti i bambini che hanno fame, per tutte le mani tese, le bocche aperte e penso poi che neppure il mio amico mangia tutti i giorni e io sono troppo poco. Il guerriero che c’è stato fino ad oggi in me avrebbe gridato all’ingiustizia, avrebbe impugnato le armi contro chi mangia troppo, avrebbe iniziato una contro-vita a distribuire equità, acqua, pane. Ma questa volta sono proprio sommersa: so che distribuisco briciole, gocce, appena i sorrisi che posso. Ci sono dentro fino al collo.

La cosa veramente nuova è che lo stato di commozione perenne, la necessità di arrendermi a che la vita mi dia le sue misure senza permettermi di restringerla ai miei pensieri, mi hanno cambiato i connotati del cuore. Non mi oppongo più, lascio entrare. Accetto la realtà, l’abbraccio: irradio in alcuni momenti più luminosi qualcosa di non mio, qualcosa di più grande che passa attraverso di me, per condividere un po’ di bene, ma accolgo anche che questo non porrà fine al male. Sono fatta di  materia tenera, porosa, sono gravida ogni giorno di nuovo amore e mi lascio essere madre di tutto quello che questo amore può far crescere, semplicemente utilizzandomi come un suo canale. Allo specchio a tratti vedo degli occhi diversi: c’è più dolcezza che battaglia.

Ripenso al fatto che mi sono spesso trovata in ginocchio negli ultimi anni ad implorare di questo il Cielo: che facesse di me un suo strumento, che mi permettesse di aiutare, che pulisse tutto ciò che in me voleva spingere in direzioni tese, lontane da quelle in cui sarei diventata me, utilizzando solo i criteri della Verità e del Senso per cui sono venuta qui. Utilizzandoli fino in fondo, senza sconti. E credo allora che ci sia voluto tutto questo tempo, tutte le sfide che ci sono state, i dolori e le battaglie, solo perché io potessi aprire questo varco, una porta attraverso cui potesse rispondermi. E per ciò non bastava la forza, la volontà, la spinta: serviva la resa, il sì incondizionato.

Per questa ragione grande, mi ha illuso con ragioni piccole, affinché tornassi in India, e scendessi dalla montagna al mare, da Shiva a Shakti, gli aspetti maschile e femminile del divino: è stato per dirmi che è tempo di avere solo fiducia, di lasciarmi portare, che non sono sola e non posso più agire da sola. Che forse è arrivato il momento che ho atteso da oltre 40 anni. Che posso abbassare la guardia, aprire il cuore.

Così ieri, per caso se esistesse il caso, dopo aver formulato questi pensieri, ho letto queste parole – qui le riassumo e le parafraso – sul libro che Sri Aurobindo dedica alla compagna spirituale Mirra Alfassa, chiamata la Madre, della cui energia è impregnata tutta Auroville, e non ne ho altre da aggiungere:

“Due soli poteri insieme possono farvi accedere alla grande trasformazione in cui c’è il senso per cui siete qui: un’infallibile Aspirazione ad ascendere che si leva dal basso, e la Grazia suprema  che si cala dall’alto. Ma la suprema Grazia agirà soltanto se ci sono le condizioni della Luce e della Verità. E perché queste si verifichino serve una resa totale: ci deve essere una scelta della Verità completa e incondizionata, perciò il rifiuto totale della falsità. La resa deve raggiungere tutte le parti del vostro Essere. Basta che una sola parte coltivi dubbi, pensieri contrari, perché la Grazia si ritiri. Basta che una sola parte di voi tiri affinché la Grazia agisca non per quello che deve fare di voi ma perché esaudisca dei desideri dell’Ego, perché scompaia. In più, questa resa deve essere una scelta, richiede il vostro assenso: la Grazia vi chiede di lasciarvi andare, ma non lo impone, dovete liberamente consegnarvi. E infine questa resa non deve essere passiva, che non sarebbe una vera resa: deve mantenere dinamicità e forza per agire. Quando ci saranno queste condizioni, allora la Grazia potrà passare, e sarà lei a prendersi cura della vostra vita”.

 

India 5, le tre tappe dell’amore

 

Tutti i giorni mi alzo, prendo il motorino, guido dentro la vita che si risveglia, sopra tracciati di sabbia rossa, con un calore che ti fa persino chiedere se sia tutto vero quel che accade, e vado a fare delle mezz’ore di puro essere. Raggiungo il grande Matrimandir, il tempio d’oro impregnato dell’energia della Madre, mi siedo e non faccio nulla.

Dopo la prima visita al simbolo di Auroville, infatti, è possibile prenotare dei tempi per sé, per meditare, per stare. Lo si può fare nel bacino centrale a forma di fiore di loto, oppure dentro spazi privati che chiamano i petali. Delle stanze chiare, appena rosate, dove il silenzio ha un suono rigenerante, ciascuna dedicata ad una qualità: Bontà, Generosità, Coraggio, Ricettività, Pace, Sincerità eccetera. E puoi scegliere di quale qualità impregnarti, per trenta minuti, prima di accedere per altri trenta minuti alla grande camera interiore insieme agli altri: un antro completamente candido, dove c’è un’energia ancora più ampia a cui non resistere.

All’ingresso ti consegnano un bigliettino in cui ti viene raccomandata sostanzialmente solo una cosa: di non fare nulla. Di non fare nessun respiro – pranayama – particolare, niente canti o mantra, nulla. Devi fare la promessa silenziosa di andare lì solo per essere. Quindi tolgo le scarpe, indosso le calze bianche che si trovano all’entrata e sto. Anzi sono.

La prima volta che sono entrata e non sapevo tutto questo, mi ero seduta in un punto a caso del fiore, e quando mi sono voltata ho visto che ero esattamente tra la Bontà e la Generosità, il Coraggio era più in là e questa volta non era toccato a me. Sembrerà una cosa da nulla, un puro caso, ma come quando una cosa normale capita in un momento speciale e lo riempie di senso, così a me questa combinazione aveva profondamente commosso: non mi era più richiesta forza, resistenza, ma solo espansione, capacità di ricevere e ridare. Da allora ho sempre chiesto di entrare nei petali della Bontà o della Ricettività, e ho provato sensazioni altissime. Come di un’immersione in una vita nutriente, avvolgente, che è intorno a me e anche dentro di me uguale, mentre il corpo è appena un filtro sottile in cui avviene lo scambio.

L’effetto di questi bagni di Essere sono stati vari pensieri successivi, e anche una piccola teoria. Mi sono fatta l’idea che le tappe dell’amore siano essenzialmente tre, e che i passaggi abbiano eventi che non vanno giudicati solo per quello che sono ma per quello che ti insegnano, a volte non colmando le aspettative, anzi depistandoti.

La prima tappa è una sorta di infanzia che si prolunga nel tempo dei sentimenti e delle emozioni: in questa sei convinta che fuori esista la risposta esatta a quello che tu chiamerai la felicità. Credi che sia in qualche cosa che dovrà succedere o in qualcuno che dovrai incontrare. Ma succedono cose, incontri persone e questa felicità non è mai piena davvero.

Se sei fortunata, allora vieni promossa alla seconda tappa, e capita che qualcosa ti costringa ad invertire il moto e a cercare dentro di te le forze per rendere reale quello che è un progetto in cui tu puoi essere veramente te. E allora impari che contano i pensieri che sai crescere, conta come sai risolvere le sfide, se sai trasformare il buio in luce, cioè se sai avere coraggio, appunto, e se sai fare esperienza dell’espansione a cui accedi ad ogni dolore superato. Come una sorta di rogo di tutte le tue scorie, che si manifestano sotto forma di fatti che devi attraversare per vederti allo specchio e purificarti.

Ad un certo punto arrivi addirittura alla superbia di credere di poter superare tutto, di avere in te accoglienza equanime per ogni evento della vita. Ma anche questa è un’illusione. Infatti a tratti hai una carica invincibile, però poi cadi stremata e sfinita, e ti pare di fare tutti i passi indietro e di cedere all’idea che un giorno cambierà, che ci sia un luogo, una meta che sarà la fine di tutto questo sforzo. Forse proprio in uno di questi momenti di stanchezza, proprio perché non fai più opposizione, comprendi che la tua sorgente interiore non può nutrirsi solo di te, che sei finita e che funzioni come una batteria che deve ricaricarsi. Ricaricarsi come? Ti chiedi, a volte in ginocchio, in lacrime.

Qui, sempre se hai la grazia di procedere, puoi avere accesso alla terza tappa, e accorgerti che c’è un nuovo modo, ora che hai imparato a stare in piedi da sola, per dialogare con l’esterno, un nuovo modo per dialogare con l’amore. Nonostante tutte le volte che sei rimasta delusa, nonostante tutte le ferite che hanno segnato la tua storia e ti hanno ricondotto a te: ora devi nuovamente aprire il cuore. Aprire la stanza che avevi chiuso a chiave e che potevi aprire solo in una direzione, ovvero quella del dare, senza mai più esporti al rischio di ricevere, per la paura di soffrire, di non essere abbastanza, di non sapere come e cosa fare per esserne all’altezza.

E’ un passaggio per nulla semplice, ma se riesci anche solo a socchiudere quella porta, allora farai un’esperienza magnifica: sentirai che non devi fare proprio nulla per essere amata, che sei perfettamente sorretta e nutrita dall’universo, che vai bene così come sei. Che non devi tendere i muscoli, non serve più.

Io non l’ho ancora imparato bene, ma ci provo ogni mattino e spero di farcela. E di portarlo nella vita anche in giorni come oggi, in cui un amico ti tratta per quella che sei sempre stata e chiede, chiede tanto, perché tu sei quella che dà. E costa una fatica immane non rispondere, non dare, non fare di nuovo lo scambio tra la tua moneta di fatica e il suo amore, ma sai che questa tentazione è il modo in cui l’universo ti parla e vuole farti vedere a che punto sei: ti chiede se sei davvero pronta al gran cambio, se lo sei talmente da aiutare, da amare l’altro facendogli capire che non è fuori quello che cerca, ma che deve partire da sé, e così fargli intraprendere il suo cammino.

La legge dell’amore alto ha delle regole nuove, scandalose, ma se ti metti in quel passo ti può persino capitare di guardare negli occhi la verità di ciò che fa incontrare noi esseri umani, qui nel mondo.

esercizio di osservazione

E ora invece sto facendo questo esercizio: non spingere la realtà in nessuna direzione. Proprio non preferire nessuna cosa ad un’altra. Restare al centro, in un punto neutro, un luogo senza aggettivi, senza giudizio.

Fare questo unico lavoro: togliere, distendere, aprire. Invitare la vita a mani piene. A che porti quello che naturalmente viene a me se io non oppongo nessuna corrente in direzione contraria. Quando prego, solo questo chiedo: che arrivi quel che è giusto, anche quando non lo so, anche quando non lo capisco.

E’ nato sempre ieri pomeriggio, quando ho capito quanto sia difficile per me ricevere, spalancare la porta di dietro, dove la vita ti nutre e ti darebbe tutto ciò di cui hai bisogno senza chiederti nessuna fatica, affinché poi tu stessa possa nutrire il mondo. Quando ho capito quanto sia difficile per me ricevere regali: amore, felicità, abbondanza facili, che pure spettano di diritto ad ognuno di noi, che siamo scintille della luce in cui tutto questo regna.

India 4, quello che semini raccogli

La prova più grande che mi chiede l’India questa volta è di non avere paura. Mi mette davanti agli occhi continuamente quintali di nuovo, scenari completamente diversi da quelli attesi, punti di vista non contemplati, e non devo tremare. Mi toglie la terra sotto i piedi affinché mi appoggi, mi fidi, mi lasci andare all’indietro, dove non vedo, dove c’è quello che non conosco, che non so se mi prenderà in tempo mentre cado.

Sono arrivata ad Auroville, la città utopia fondata alla fine dei ’60 da Sri Aurobindo e dalla sua compagna spirituale Mirra Alfassa – un luogo che è la prova vivente che gli esseri umani sono cellule di un unico organismo – sei giorni fa per incontrare un amico e per proseguire con un altro il cammino, e sono ancora qui e forse questo sarà anche il punto d’arrivo, e non l’ho scelto io.

Shakti’s temple, Auroville

Ora vivo nella casa di una famiglia argentina, tra l’oceano e la comunità, ho una stanza piena di tende velate, come una camera di vetro sospesa tra i rododendri e immersa nel cuore della vita. Mentre le pale del ventilatore ruotano e si uniscono a una piccola corrente che rende abitabile la notte, mi sembra di sentire palpitare tutto il mondo. Cani, bambini, anziani, gli alberi stessi, tutto sembra invocare acqua, cibo, frescura. Eppure ogni giorno i rami della natura tropicale offrono fiori profumatissimi per infilare corone votive, e tutto ciò che vive si apparecchia con colori senza timidezza per festeggiare il nuovo sole e inginocchiarsi a tutto ciò che arriverà, se sarà cosa giusta. Come fanno a non avere paura? Qui c’è una lezione da imparare, mi sono detta.

Ho iniziato gli esperimenti nella casa in cui sto, dove parliamo spagnolo e dove a volte mi pare di non potermene stare abbastanza in camera spaventata per conto mio. Ho provato invece a fare esattamente il contrario: ad ascoltare, ad andare più a fondo, fino a dietro i muri che aveva eretto lo spavento. E non appena in me si è aperto lo spazio, si è accesa la luce, questo non è stato più un luogo straniero ma è diventato casa e un nuovo pezzetto di umanità vicina.

Così con il mio amico, che avrebbe dovuto viaggiare con me, e non può essere così per un grave stato di salute capitato alla madre: ho provato a non esporgli più il mio lato deluso, il lato che attende che ritorni il passato, che non vuole accettare che il programma sia cambiato, ma invece a supportarlo, a sommare la mia forza alla sua per sostenerlo, e magicamente se n’è andata da questa porta ogni rigidità che non accettava il volto della realtà, e di nuovo ho sperimentato un’espansione di luce.

Ho capito che è proprio vero: quello che semini raccogli, come recita la legge del Karma, ovvero della causa-effetto. Se semini spavento, raccogli muri; se semini amore raccogli unione, e gioia, e accoglienza per ogni cosa.  La vita esce dai nostri pensieri, non entra in noi dalle circostanze esterne, che sono sempre neutre, e sono solo i nostri umori a colorarle, a giudicarle.

Così sono arrivata al giorno che mi era destinata la visita al Matri Mandir, il grande tempio a forma di globo d’oro che è il simbolo di Auroville, dell’energia della Madre, come è chiamata la fondatrice Alfassa, che è una delle incarnazioni dell’energia materna del creatore. Ed è incredibile come, scossa e preparata dalla vita, mentre camminavo verso il grande tempio, e dentro i suoi interni bianchi, puri, mi sia arrivata chiara nel cuore una forza che mi suggeriva di smetterla di spingere tutto per cercare sempre ogni cosa avanti, con sforzo, con fatica, con controllo. Che dopo aver appreso a trasformare ogni sfida in opportunità, ogni buio in luce, c’era un passo ulteriore da fare: imparare a ricevere direttamente il bene. Ancora una volta, sedersi indietro, lasciarsi sorreggere e nutrire. Sono scoppiata in un pianto risolutivo, in cui ho sentito sciogliere quattro decenni di ripida salita.

Oggi, mentre scorrazzavo con il motorino nei villaggi interni, sulla linea dell’Oceano, tra le cinque e le sei del pomeriggio, quando il sole rendeva d’oro ogni cosa, e accendeva la strada di tante piccole scene umane, ho sentito che avevo ancora un po’ di spavento. Ci ho pensato bene e ho compreso che è proprio il fatto di essere stata fermata qui, di non potermi più seminare per strada in una serie interminabile di cose da fare, in tappe programmate da percorrere, che mi fa paura.

Mi fa paura stare ferma e non fare niente, ad osservare il fatto che potrei persino mollare, lasciarmi andare. Perciò sono stata trattenuta in questo luogo, ora ne sono certa: per finire di imparare questa lezione.

 

 

I cani di Auroville e l’eccidio di bambini in Siria

Succedono di quelle cose nel mondo che verrebbe solo la tentazione del silenzio. Di cedere all’impotenza.
Ieri ho trovato finalmente una casa vera in India, finora tutto è andato in direzione contraria ai programmi, per quanto arrivino sempre molti doni inattesi in questa terra.
Ero felice di sistemarmi, ma quando stavo portando le mie cose qui, in questo spazio di tende sottili e vento, l’armonia è stata rotta da un pianto: dentro una buca c’erano cinque cani neonati, abbandonati dalla madre, uno dei tantissimi cani di strada indiani, che non poteva nutrire né sé né loro. Due erano già morti, tre pigolavano disperati. Nessuno della casa lo aveva considerato un aspetto della realtà a cui dare la minima importanza. Avevano la bocca spalancata, c’erano 42 gradi, erano completamente disidratati. Ho cercato di fare entrare dai musetti un po’ d’acqua. Le mani mi tremavano e non riuscivo a non piangere.
Ero davanti a un simbolo del male incurabile del mondo. Sapevo che comunque avrei solo potuto allungare loro la vita di qualche minuto, non avevo nulla per dare loro una possibile sopravvivenza. E quando questo accade, quando mi trovo faccia a faccia con il Male, il Dolore: quando arrivano notizie come quelle di ieri dalla Siria, mi sento così piccola, così immeritatamente privilegiata, così disarmata per una più equa distribuzione della felicità. Allora devo un attimo ritirarmi, stare in un silenzio con porte aperte solo sul dentro.
Quello che ho sentito una volta di più è che cadere nello stesso buco del male per curare il male, sarebbe come tendere la mano a qualcuno che scivola senza avere una stabilità a cui portare quelli a cui diamo aiuto. Che il primo lavoro di pace quotidiana che ciascuno può fare e’ quello di risvegliare e consolidare una fortezza di luce dentro di sé e poi da lì irradiarla al mondo. Può essere un sorso d’acqua. Può essere un esempio di vita. Può essere un momento della propria giornata donata ad un altro che ha bisogno di ascolto.
Da soli contro tutto il male del mondo non ce la possiamo fare: possiamo però costruire piccoli pezzi di luce, in tanti. Affinché un futuro di bene sia innalzato su fondamenta che tengono. E il resto del dolore che non comprendiamo, dobbiamo fidarci che avrà anche questo un disegno in cielo.

Auroville, primo incontro

Presto racconterò meglio la vita in questa città utopia, quello che intanto comincio a capire, è che qui arrivi per migliorare ancora la capacità di abbandono. Tutto intorno sembra perfettamente regolato, al tempo stesso però non scegli mai: sei scelta dalle cose. L’esperienza che sei venuta a vivere la devi attendere, non la puoi imporre.
E allora ieri sera, dopo varie difficoltà e progetti che prendono sempre strade diverse da quelle in cui credevo di riposare, ho capito che la vita scorre continuamente su due livelli. Ce n’è uno profondo dove le cose hanno movimenti lenti e le circostanze svelano il loro significato a poco a poco, e c’è n’è uno velocissimo, che corre e muta continuamente nella superficie dove avvengono le cose.
Se resti in questo, sei destinata a sentirti sempre insicura, a combattere con la paura che le cose ti scappino di mano, di essere data in pasto all’ignoto. E ti tendi, ti arrabbi, perché il paesaggio è spesso diverso da quello che pensavi, da quello che credi potrebbe racchiudere la tua felicità. Cadi in ginocchio perché siano esauditi i tuoi desideri, non perché avvengano le cose giuste per te. E questo è un modo corretto di pregare.
Ma se ti tieni stretta invece al livello più profondo, hai fiducia piena che di ogni cosa ti arriverà il senso, la necessità, e non scappi più fuori di te con i pensieri: riesci a trovare un punto di vista equanime, paziente, verso ogni cosa arrivi.
Ieri sera, in un momento così, ho sentito che lì risiede il segreto in cui possiamo davvero essere in salvo ed avere energia per noi e anche per tutto quello che viene, per tutti quelli che potrebbero avere bisogno del nostro aiuto, senza finirla mai. Perché a quel livello la forza diventa amore, ed è la corrente stessa della vita, che attraversa ogni cosa, che ti connette a tutto ciò che è.
Su questa idea di Unione, di abbraccio materno della vita si fonda anche Auroville: ne ho fatto esperienza arretrando ancora un poco da me.

India 3, le due porte della pienezza

A Tiruvannamalai si viene in sostanza per una sola ragione: attendere il giorno in cui Lord Shiva ti chiamerà a sé, in cui potrai fare la grande scalata della montagna Arunachala, il suo palazzo. Prima di comunicartelo, ti fa capire quando non devi andare, creando tutta una serie di impedimenti affinché tu non faccia di testa tua. Poi all’improvviso, quando arriva il momento giusto, lo sai con strumenti non della ragione, che qui serve appena a fare da ancella a organi del sentire più utili a captare la vita. Ieri per me era quel giorno. E se sali la montagna, è perché ti deve dire qualcosa.

Era la mia terza scalata, la mia terza chiamata, e non è stata più semplice delle altre volte. Ai primi passi avevo ogni tipo di pensiero, anche pensieri molto basici tipo: “Come sono finita a seguire tutto questo mondo così distante dal mio? Cosa ci faccio qui, così lontana dal buonsenso?”. Per fortuna si tratta di domande che hanno sempre meno forza di farmi diventare tiepida con le cose che mi ha portato la vita, senza che io facessi nulla per forzare. So che ho avuto la ricerca interiore da sempre come unica vera direzione. So anche di aver cercato la strada in tanti sentieri, di poter tranquillamente leggere i mistici cristiani, i poeti, che sono la mia passione, i diari di altri ricercatori – e tra tutti della mia Etty Hillesum -, e anche inginocchiarmi a Shiva senza sentire nessuna parte ribelle dentro di me.

So di essere certa di non volere una fede cieca, un dogma, bensì un’esperienza a cui affidarmi, e che ho scoperto che inginocchiarmi, pregare, avvicinarmi all’anima dal corpo, attraverso lo yoga, e lasciare che l’anima espanda dall’interno il corpo stesso, lo renda più flessibile a colpi di luce, mi ha reso più solida, più consapevole, più potente, e che non vorrei mai più tornare indietro.

Tutto questo ha dato un senso alla mia vita, ha messo in ordine i passi del cammino, che prima procedevano casuali qui e là, senza trovare pace. E non mi pare per nulla giusto allora essere timida con il cielo, affermarlo a metà, trovare sinonimi solo perché vivo in un mondo che si è così tanto allontanato dalla verità. Non mi interessa l’orientalismo di moda, e neppure il positive-thinking: voglio andare direttamente alla casa madre, dove c’è già tutto, da oltre 5000 anni, lo stesso intero che Cristo ha ribadito più di 2000 anni fa. Se faccio questo cammino, voglio provare a fare sul serio, pensavo.

E intanto i miei piedi cercavano appoggi tra le rocce fragmentate della montagna, le mani si aiutavano cercando appigli tra i rami: il percorso era piuttosto verticale, e il fiato a volte non bastava e dovevo fermarmi a ritrovarne un po’. Ancora non era l’alba, appena appena si vedevano i dardeggi del sole, ma faceva già molto caldo. A tratti ho pensato che forse avevo capito male: che non ero pronta, che era troppo faticoso e sarei ritornata indietro.

Accanto a questo linguaggio del corpo, proseguiva intanto una sorta di riassunto del cammino della vita. L’infelicità colossale quando non trovavo un significato alla fatica e ai momenti di sofferenza che sono comunque la maggior parte dell’esistenza. Eppure ogni volta l’esperienza, dopo un dolore accolto, di una nuova espansione di luce, di consapevolezza, che mi salvava.

E poi la rinascita attraverso una grande compassione umana, il desiderio di comunicare a tutte le persone dei luoghi più sofferenti del mondo che anche il dolore aveva uno scopo, ed era quello di rovesciarsi in amore, in solidarietà. Nutrirmi d’amore, semplicemente dandolo, questo era diventata la mia vita. In fondo così ero arrivata anche qui, in questa terra, al termine di tante peregrinazioni, giustificate dal lavoro di reporter.

Ma a un certo punto anche questo non bastava più. Davo fino a sfinirmi, amavo per chiedere amore, e poi crollavo esausta, e dovevo ritirarmi per trovare la forza di ripartire. E le richieste erano così tante, così sempre più grandi delle mie forze che non potevo farcela. Era diventato presuntuoso pensare di fare tutto da me. Qualcosa non stava funzionando. Non mi ero neppure accorta che il corpo nel frattempo era andato oltre la fatica, che non ragionava più in termini di ‘quanto manca?’, che non si disperava perché quella cima, che sembrava sempre più vicina, all’improvviso ritornava lontanissima.

Ho alzato gli occhi e mi pareva che mancasse sempre la stessa distanza. Ho smesso di contare il tempo. A quel punto sono arrivata. Mi sono seduta e non ho chiesto. Non ho cercato, molte parti vecchie di me erano cadute durante il percorso, ero scoperta, ad anima nuda, riuscivo solo ad essere. Non attendevo niente, ed è arrivato tutto.

E’ stato solo un respiro, una forza che entra dentro e ti nutre, e un’altra che esce da te e con cui puoi nutrire a tua volta. Un altro respiro: se non ricevi, non puoi dare a nessuno. Il messaggio cominciava a diventare sempre più chiaro: con le tue forze puoi arrivare solo fino ad un certo punto, e in fondo per te è molto più facile amare che essere amata. Ma non c’è più onore nell’uno rispetto all’altro, e se non sono insieme, non sono per nulla.

La forza che mi attraversava era sempre più limpida, era me ma era anche altro da me. Ho percepito con chiarezza che avevo pensato di partecipare alla creazione aprendo una sola porta del cuore, ma non era possibile, sarebbe come pensare che quel soffio che ti dà la vita, una volta entrato in te, sia davvero te, il tuo ego, e non un pezzo di luce eterna di cui tu puoi al massimo essere un canale. Ma allora devi lasciarlo entrare per poterlo a tua volta irradiare. A questo punto le forze non finiscono più, perché sei davvero connessa con una realtà più grande, hai messo la tua ancora in cielo.

Così, da ieri, accorgendomi di respirare, ho iniziato a sentire il sostegno stesso del flusso della vita.