pazienza

Una cosa che è profondamente cambiata in me è una nuova capacità di attendere, di vedere il fiore che c’è dentro il seme, e pazientare.
Un tempo avevo un istinto molto reattivo e se qualcosa entrava nella mia vita lo giudicavo immediatamente dalla sua distanza dalla perfezione, e poi mi scontentavo e mi pareva che nulla calzasse veramente i miei desideri. E cercavo di cambiare le cose, le persone, di plasmarle affinché avessero presto la forma che avrei voluto.
Ora, invece, apprezzo anche il processo di crescita di un rapporto, di un progetto, di un’amicizia. E c’è un’infinita libertà nel lasciar andare le cose dove naturalmente stanno andando e disponibilità a salutare quello che la natura separerà da me. E mentre le cose vivono, crescono, non c’è astio, e neppure preferenza.
Cammino con molta più sicurezza sulla mia strada, c’è fiducia che è lì tutto quello che mi è destinato.

In viaggio

Non sognare troppo lontano, oggi c’è abbastanza bellezza nell’azzurro del cielo, il sole è steso sui campi e la primavera è appoggiata ai rami dei meli.

Non scappare con il cuore in cose già state o che non lo sono ancora. Non scrivere finali di fantasia, lascia fare alla vita. Affidati, solleva le unghie da quello che sta passando. Respira, accogli, lascia andare.

Ma l’hai vista la luce nel verde dell’erba novella?
Allora non spingere via l’amore con i pensieri: raccoglilo, stringilo nel pugno di quello che c’è. Intingilo nel bianco delle margherite.

la risposta giusta è sempre l’amore

fotografare profumi

“Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”.

Oggi mi sono innamorata di una debolezza. Un amico mi aveva mostrato uno spigolo, e per prima cosa mi ero irrigidita, mi ero fatta male. Poi invece ho respirato, e ho visto che avevo molto più spazio nel cuore delle mie paure: la debolezza che avevo visto ci è entrata benissimo, e dopo un po’ ero quasi commossa per il fatto di custodire un segreto così prezioso. Ho sentito un bene nuovo, proprio perché non nasceva dalle cose splendenti che conoscevo di lui, ma dall’aver accolto l’intero di una persona, senza farla a pezzi e separare.
Allora, già che c’ero, ho sistemato nello stesso spazio anche due o tre cose che non mi piacciono di me. E anche a quelle ho subito voluto benissimo. E poi anche tanti vecchi torti: li ho presi in mano, piegati e riordinati. Ho capito che erano l’unica cosa che, nel momento in cui sono accaduti, quelle persone erano in grado di fare. Ed era per la mia rigidità che continuavano a farmi male. Così invece, una volta accolti, erano completamente addolciti, disarmati.
E credo che sia il dono che dovremmo farci per la rinascita pasquale: capire che rispondere con il perdono, con la comprensione, con la compassione, fa bene a noi ed inverte la direzione del mondo.
Questa la grande lezione di Gesù, sulla croce.
Buona Pasqua.

Il cammino individuale

segni di primavera

Convivo con un dolore dentro il corpo. Respira con me, si espande quando inspiro ed occupa ogni nervo, poi si ritira come la puntura di uno spillo quando espiro. Esce con me nei luoghi della città. Ascolta le mie telefonate. Veglia mentre dormo. Ha delle preferenze alimentari. Porta addosso i miei vestiti. Una convivenza non decisa da me, ma che sarebbe inutile respingere o trattare con fretta ed impazienza.

Quindi me lo sto facendo amico, condivido con lui le scelte da fare. I passi possibili. Quando sento che è più calmo, provo a parlargli. Gli chiedo a cosa io debba questa sua visita. Lui ha il suo modo di rispondere. E non lo fa mai quando faccio la domanda: lì si arrabbia, diventa acido, mi costringe a raggomitolarmi su me stessa. Poi, quando non ci sto pensando, mi porta immagini e nomi. Segni da decifrare. Grani di una collana che devo mettere in sequenza.

Quello che sono riuscita a capire fino adesso è che il dolore è uno strappo fatto all’ordine giusto delle cose. Come ci fosse una traiettoria naturale per ognuno, e intorno tutti gli altri cammini e gli altri camminatori, e ogni volta che cerchi di convogliare nel tuo solco un altro sentiero, che di suo non sta sfociando lì, oppure tu stessa te ne vai fuori dal tuo binario per compiacere altro o altri, si crea una fatica, un intoppo. E il corpo va accumulando tutti questi punti tesi, aspettative, controlli, insicurezze e non va più dritto.

E’ una cosa molto naturale d’altro canto: vuoi bene ad una persona e vorresti ti stesse vicino. Cose molto semplici: che leggesse il libro che gli consigli. Che amasse il luogo che ami. Che avesse nella vita progetti che conducono a te. Oppure è tua abitudine vedere quando un amico cammina vicino al fosso ed urlare affinché non cada dentro. Usare il tuo metro di misura nel pensare come agiranno gli altri nei tuoi confronti: e non è mai così.

Ognuno, infatti, ha il proprio solco, i blocchi creati, gli intoppi, e ogni intervento non fa che rendere più difficile la circolazione della verità. Libertà è allora la parola che bisognerebbe cercare di crescere sempre più forte nei propri territori interiori. Libertà per sé e per gli altri. Camminare, salutare tutti quelli che incontri, e poi restituirli alla vita, e lasciare che sia un moto naturale delle cose a portarli a te o lontano da te. Una libertà che cresce la verità.

Questo mio dolore è l’ultimatum che mi sta dando l’anima stremata. Pensando di essere libera, di lasciare liberi, ho continuato a soffrire quando il traguardo cambiava mentre stavo facendo la corsa, semplicemente perché l’avevo posto io ed era una mia proiezione. Continuo anche ad insistere perché altri provino le cose che a me hanno fatto bene. E soffro ogni volta che una persona amata disegna una mappa che parte da me per andare in una terra in cui non ci sono sicurezze su dove sarò io.

Ne parlavo proprio oggi con un amico caro: per giorni avevo cercato di farlo assentire su una cosa che lo avrebbe avvicinato a me. E mi pareva di averlo fatto bene e di esserci riuscita. Oggi di nuovo invece è ritornato ad usare parole singolari, annullando la mia fatica inutile. Esattamente in quell’istante mi scriveva un’amica con un’energia ferma che avrei dovuto solleticare con luce e consigli che non avrebbe ascoltato: ho inviato un pollicione, un bacio.

E poi mi sono sdraiata di nuovo con il dolore che aveva il fiatone. Ho capito che mi sta costringendo ad andare dove il mio scorrere è fluido, dove è naturale che io sia. Senza attaccamenti, senza aspettative. Senza guardare indietro. Salutando e ringraziando di ogni istante, ma senza piantare le unghie. Continuare a scorrere, a fidarmi della vita. Di ciò che mi presenta davanti. E in questo accogliere sono tutta intera: anche le parti di me che ho tagliato per piacere a qualcuno, sono ora abbracciate ed amate.

Oggi non sono addolorata degli intoppi, sono solo molto stanca. E non ce la farei neppure a trattenere qualcuno, a raddrizzare le curve della vita. Riesco solo a stendermi, a farmi portare dall’ordine delle cose. E di questo ringrazio il mio dolore.

 

Visita medica

– … E poi si potrebbe prendere questo, per lenire. O quest’altro per bypassare il problema, oppure dimmi se vuoi direttamente intervenire.
– No, dottoressa, non voglio intervenire e neppure bypassare il problema. Sono affezionatissima ai miei dolori. E ci convivo come una famiglia.
Vede, per me il corpo è un libro, ci sono scritti tutti gli anni della mia storia. Mi ricordo perfettamente quando è cresciuta quella cicatrice, quando lo stomaco ha smesso di digerire alcune cose. Con chi ero, quali parole sono state dette e sono rimaste bloccate lì, e ancora non scendono.
Mi ricordo quando è iniziato quel bruciore sotto la scapola, esattamente dietro il cuore: ero stesa sul divano, e quella parte del mio corpo si è sacrificata per salvare me.
Mi ricordo quando ho iniziato ad avere risvegli con queste fitte che scendevano alle gambe. Il rumore della porta che si chiudeva.
Sa, alcune cose le ho fatte splendere, le ho aperte completamente, riempite d’amore e dalle lacerazioni sono nati fiori.
Altre sono ancora lì che attendono di essere capite.
E se premono cosa posso fare? Bypassare il problema? No, dottoressa, non vivo così. Io le abbraccio, le consolo, asciugo le lacrime di ogni mio taglio. Cresco insieme a loro la pazienza.
Le dico la verità, mi spaventerebbe essere perfetta: ho passato metà della vita, e l’ho vissuta, l’ho guardata in faccia, davvero.

 

Affidarsi all’inatteso

Sulla strada di casa

Se una cosa va male, è meglio che ne vadano male almeno due. Allora la resa è più completa: allora hai davvero l’opportunità di aprire il cuore e di affidarti ad un disegno più grande, di cui tu puoi vedere solo le linee che dal cielo si sporgono in terra.

In questi giorni una gioia che aspettavo è andata in pezzi. In principio non riuscivo a farmene una ragione, ero in preda all’incredulità, cioè chiudevo la porta alla realtà così com’era. Poi, un’altra cosa del cuore mi ha richiesto un esercizio di distacco: di tagliare ogni attesa e lasciare che tutto si sistemasse nel suo ordine. Non in quello che volevo io: in quello che è giusto in questo momento e che capirò più avanti.

E’ durato solo una notte un senso di accanimento che mi colpiva, la vittoria del buio, la voglia di fuga: al mattino c’era un nuovo spazio vivo, pronto a pazientare, ad ascoltare, ad accogliere. A lasciar andare per fare spazio al bello inatteso che mi attende, e non lo so.

 

Connessioni

 

Lo sento sempre di più: la vita si trasforma, ci porta acqua nuova, fresca di giornata. E il dolore è esattamente opporsi a questo scorrere, cercare di artigliarsi e di fermare quello che non è più.
Bisogna invece procedere con il suo flusso. Farsi portare. E questo non significa rinunciare ad esercitare la volontà, anzi: bisogna mettere tutta la cura e l’amore di cui siamo capaci in ogni gesto, però poi dobbiamo lasciarlo andare, restituirlo alla vita, accettare i risultati che ci offre con fiducia.
Il suo moto naturale è di condurci alla nostra vera natura, se non glielo impediamo, perché allora dovrà usare le maniere forti: e comunque dovremo incontrare quello che ci spetta.
Quello che oggi ci pare un risultato negativo può essere solo l’anticamera di un ben più grande dono che con le nostre forze non avremo potuto prevedere, e che richiedeva proprio una piccola rinuncia per poter liberare completamente la sua bellezza.

Prove di perdono

Qualsiasi sia il torto, bisogna perdonare

(Bhagavad Gita)

Ogni tanto penso ad una persona. Anche quando sono su Facebook e vedo il pallino acceso. E per motivi di comunicazione eterica, ovviamente anche questa persona mi pensa e talvolta si spinge fino a mandarmi qualche segno via messaggio. A cui io taccio. Poi rispondo. Segue il silenzio. Poi una risposta.
Il silenzio è stato una necessità perché c’era un’arrabbiatura da far venire tutta a galla. Ovvero, la solita scaletta quando qualcuno esce dalla nostra vita: dolore, rabbia, perdono, amore più alto e gratitudine, e allora si è veramente di nuovo liberi di fare il tifo uno per l’altro, e si vedono completamente le ragioni per cui ci si è incontrati, quali parti si specchiavano e si potevano guarire insieme (è un’opportunità che non sempre siamo in grado di cogliere).
Ma la scala è da fare tutta, gradino per gradino. E così l’altra sera ho trovato chiamate e qualche “I’m sorry” da questa persona che mi hanno fatto andare a dormire inquieta. Ho pensato di là ad un’anima in pena e ai grandi doni che in ogni caso io avevo avuto attraversando una disarmonia che era soprattutto in me, grazie alla nostra conoscenza.
Ho immaginato il teatrino delle anime, prima di scendere quaggiù. L’anima, che sa quali sono le cose in cui dovrà crescere durante la vita, a un certo punto fa un appello: chi è disposto a farmi del male per insegnarmi questo? L’anima che si presta a farlo sa che a sua volta la sua storia deve passare attraverso questa rottura, per altre ragioni, però ln qualche modo è persino più generosa di quelle che invece si avvicinano sapendo che saranno solo amate. Ha la generosità di aiutarci anche al prezzo poi di prendersi la nostra rabbia, il rifiuto.
Per questo, per toglierle questo peso, è dovuto in ogni caso il perdono, che ristabilisce i pesi, che slaccia i tributi che ci si doveva reciprocamente. Sì, qualsiasi sia stato il torto, come si legge nella Bhagavad Gita. E solo così un’esperienza si può dire completamente attraversata, e non servirà più ripeterla.
E le due anime saranno libere davvero di amarsi, in questa o in altre vite.

prove d’abbandono

E poi mi dico questo: prova a non pareggiare i conti. Quando vorresti rispondere ad una cosa che non ti rende giustizia, prova ad astenerti dal difenderti. Quando non viene visto ciò che ti pare di aver dato, non aspettare nulla. Quando ti sembra che i più scelgano vie corte per arrivare al luogo per cui stai cercando di meritare un varco: resta dispari, non lamentarti.
Perché è solo in questi spazi vuoti che può agire la fantasia della vita, rimescolare le carte, stupirti, portare ricompense persino soprannaturali.
Se invece riempi tutta la distanza con il giudizio, anche solo con un pensiero che separa, peschi da forme vecchie, soffochi il fiorire di quello che è naturalmente in te e che è da solo una risposta. Questo sto imparando: che per andare avanti non bisogna spingere, bisogna abbandonarsi.

illuminazioni

Solo oggi sono stata all’altezza di un vecchio dolore. E’ venuto a trovarmi stamattina, per dirmi che mi aspettava. Che avevo spinto tutto il buio nella luce per anni, ma lui era rimasto lì, ad attendere che fossi pronta a vederlo. E lo ero.
Ero finalmente pronta a comprendere che è tutto vero quello che mi ha tenuto dritta in questo tempo: che ogni sfida è un’opportunità e che non va presa in modo assoluto.
Lo stesso però ad ogni sofferenza si devono due risposte: quella alta che la decifra e la eleva, ma anche quella umana, che semplicemente riconosce il dolore e lo accoglie. E la prima non deve essere una scorciatoia per evitare la seconda: anche una volta che si riesca a stare nei significati più alti, è bene lo stesso prendere per mano la rabbia, la tristezza, la fragilità, la stanchezza, e persino il giorno in cui di alto non si trova nulla e si cade. Dare a loro respiro e vita.
Altrimenti solo l’adulto che è in noi cresce, la bambina resta indietro anche se non vogliamo più ascoltarne il pianto. Anzi il viaggio dalla terra al cielo diventa al limite una fuga, se il dolore non è stato veramente illuminato, cioè trasformato tutto in amore.