Non serve a nulla fare confronti con il passato

Tramonto, Assisi

Questa sera, ad un certo punto, mentre frugavo dentro al cielo che imbruniva, mi sono ritrovata a dire: “Però lo scorso anno c’erano le lucciole…”. La casetta di legno in mezzo ai colli è uno dei miei posti preferiti al mondo, e in questa stagione è un trionfo di profumi, colori, luci, che cerco di celebrare ogni anno, da un po’ di anni. Ho lasciato in questo luogo momenti sublimi. Espansioni d’amore e di gratitudine. Fusioni estatiche con la natura. Per questo, quando qualche cosa non va, il mio primo istinto è di venire qui: di ricercare quelle sensazioni di pienezza intoccabile.

Così ho fatto anche questa volta. Ero veramente provata, la città a lungo andare mi sfinisce, mi mette delle lenti che non mi permettono più una visione limpida, che si dirama da un centro che tiene: e tutto diventa caotico e teso. Appena l’auto ha girato nella stradina del bosco, ho cercato di aggrappare gli occhi alle cose che in passato mi hanno guarito e mi hanno fatto levitare l’anima. I cespugli infiammati di giallo delle ginestre, il profumo di fiori nell’aria, l’abbraccio totale dei colli e del cielo, i lunghi tramonti che si estenuano dentro i profili degli alberi. Cioè avrei voluto in un istante ritrovare la modalità aperta e felice che avevo già provato. 

Ma non funziona così, e tutto è diverso quest’anno, come è giusto che sia ogni volta. Lo sono io che ho attraversato nuove esperienze, lo sono le persone che c’erano e ci sono nella mia vita, e le domande e le risposte che mi servono ora ad andare avanti. Ho provato, ad esempio, a ravvivare la voce di una persona cara, che lo scorso anno era parte dell’avventura di bellezza di questo luogo. Ho cercato quella gioia passata, rompendo un silenzio, per l’impazienza di non stare in compagnia del piccolo vuoto che avevano lasciato le sue parole spente. Ma è sgorgata più tristezza che gioia, e il passato non può guarire il presente, tanto meno preparare il futuro.

Ed è proprio l’aggrapparsi alle cose che ci sono state, invece, a non permettere alla vita di scorrere. Di lasciar andare le forme e le presenze che hanno fatto il loro corso nella tua vita, per lasciare il posto a quello che deve arrivare. Dunque è un peccato di sfiducia non voler abitare lo spazio aperto e nuovo che dovrebbe essere ogni istante, e invece rassicurarlo con delle sensazioni già vissute. Ma soprattutto questo è un peccato contro la verità: e ogni volta che preferisci una via facile ad una vera, questa dovrà per forza poi venire alla luce nel dolore, portando via tutto ciò che non ha ragione di stare nella tua vita.

Così, questa sera mi sono ritrovata per un attimo a rimpiangere le mille scintille volanti che lo scorso anno abitavano il cielo bruno. E a rimpiangere anche quella pienezza che ho provato. Poi, però, ho riconsegnato la mia vita in braccia più alte, e ho sentito la forza di questo momento presente, con quello che ha, con quello che non ha più: è la culla perfetta per tutta la bellezza che non ho ancora conosciuto e che di certo mi attende.



Non pre-occupiamoci di nulla

 

Assisi, ginestre e luce

In questi giorni ho dovuto più volte constatare l’inutilità del preoccuparsi, di fronte alla fantasia e alla potenza della vita. Pre-occuparsi significa, infatti, occuparsi in anticipo di qualche cosa che non è del tempo presente, ovvero uscire da quello che è reale e vivo, per paura del futuro. In genere per paura che il futuro ripeta alcuni dolori che ci hanno già segnato, e che siamo tentati automaticamente a mettere ancora davanti alla strada, anziché lasciarli indietro.

In questo modo accade che, tendendoci e restringendo il passaggio della vita, rendiamo davvero difficile il fluire di quello che ci aspetta e che vorrebbe arrivare. La paura attira solo conferme allo spavento e il mondo ha sempre il colore degli occhi con cui lo guardiamo. E se è il colore del dubbio, della pesantezza, dell’oscurità, niente di lieve, luminoso e facile si può avvicinare. Non può farlo finché non detergiamo il nostro sguardo interiore, anziché appenderci a qualche cosa fuori che ci rassicuri e che ci risollevi da questo esserci fatti mendicanti del tempo.

La gioia non ritorna perché qualcuno deposita una moneta nella mano da cui aspettavamo con ansia una risposta, ma solo quando ci saremo risollevati, con tutte le nostre forze e tutte le nostre tecniche, alla sua altezza. Fuori, non facciamo che incontrare continuamente i nostri compagni di pianerottolo: in basso o in alto, dipende da dove ci troviamo. Allora, quando ci capita di cadere in questi stati di tensione e di ossessione, l’unica cosa da fare è staccare, tacere, raccogliersi. Tenersi all’albero di energia interiore: indirizzarla di nuovo verso l’alto con pensieri, parole, respiri. 

E poi, da quell’altezza, dopo che abbiamo fatto tutto quel che potevamo, mollare la presa e ammorbidire quel che è stretto: cercare lo spazio per accogliere ogni cosa, ogni risultato. Tutto quello che è giusto per noi. Vedere in ogni strada il lato buono che si apre, non quello atteso che si chiude. E affidare le nostre domande – se ancora non siamo pronti alle risposte – in un grembo più alto. Dove lo sguardo è lungo e si sa meglio di come vedano i nostri occhi miopi dove dobbiamo andare. Nel frattempo, se è la gioia che è venuta meno in un canale, è bene donarla in abbondanza in tutti gli altri: questa energia circola e ritornerà a noi.

Ho attraversato momenti così nell’ultimo periodo, e non credevo che sarebbero mai più arrivati. E proprio mentre stavo liberando il futuro dalla responsabilità di corrispondere alle mie aspettative, non lì dove era fisso il mio sguardo affilato e pre-occupato, ma nell’angolo che meno sorvegliavo del giardino delle possibilità, dove la vita aveva spazio per scorrere, improvvisamente sono nati i fiori. Le risposte a tutto ciò che si appuntiva nelle notti insonni. Mi sono unita una volta di più alla risata dell’universo che deve continuamente tollerare la nostra sfiducia e attendere il nostro assenso a farci felici. 

 

 

 

Esercizi di gentilezza

fragilità

Oggi sono stanca di una stanchezza strana: perché non è stanchezza, è dolore. Non un dolore qualsiasi, è il pianto dell’anima quando la espongo ad una situazione di poco rispetto. E allora lei spegne la luce, si raggomitola in un angolo, si fa trascinare come un peso. Un retrogusto scuro e amaro, anche se fuori il viso ride, cerca di far finta di nulla e di nascondere quel che dentro è rotto.

Da un po’ di giorni camminavo sulla fune, ero a rischio di cadere. O di imparare a volare. Così credo sia ogni volta che la vita si avvicina con una sfida nuova, per forgiarci, per aiutarci a liberare un percorso automatico tanto inciso nel nostro pensarci che crediamo di essere noi, ma non è così: è solo il modo in cui ad un certo punto abbiamo deviato un ostacolo o una ferita.

La mia sfida era chiara: se tutto era bloccato in una certa cosa, non dovevo spingere, dovevo fidarmi. Volare, appunto. Ma di là di questo blocco c’era il mio modo di pensarmi, il risultato che attendevo, dove io ero quella che riusciva sempre bene e non deludeva mai nessuno. Così ho spinto, sono andata contro la natura delle cose. Sono caduta e ho rotto un muro oltre il quale c’erano urla, c’era un vuoto di comprensioni e di gentilezze.

Alla fine avevo in parte avuto quello che mi ricompattava con l’idea più rassicurante di me, che allontanava la paura di dover fallire in qualcosa. Ma mi sembrava di avere i lividi nell’anima, che qualcosa dentro fosse stato preso a pugni. Ho cercato di capire perché ci fosse in me la disponibilità ad anteporre un risultato al rispetto per la me più intima e vera. E ho provato anche a capire perché la mancanza di gentilezza fosse stata così violenta per me.

Per tutto il resto del giorno, un po’ tramortita, ho sentito in quanti piccoli, impercettibili modi, ogni giorno possiamo ferire qualcuno, farlo cadere dalla sua fune, dalla sua sfida con cose che non conosciamo, e quanto coltivare la gentilezza sia una disciplina rigorosa, che richiede di tenere il muscolo del cuore sempre tonico.

Ho provato a pensare quante persone nella mia vita erano in attesa di una risposta da me, anche piccola, anche presenze lontane che avevo creduto di poter trascurare. Quanto quella risposta poteva invece far respirare, allargare un po’ la fune su cui camminare. E ho iniziato anche improvvisamente a notare quante gentilezze si ricevono in un giorno, e solo perché non sono altisonanti, spesso le lasciamo nello sfondo e teniamo gli occhi fissi solo sulla cosa che attendiamo.

Oggi ho cercato di prendermi cura di ognuno di questi istanti preziosi. Di illuminarli a mia volta, con altra gentilezza, di sollevarli in cielo. Di fare della gentilezza la mia cura, il balsamo. Credere fino in fondo che è così che un po’ alla volta potrà diminuire il buio. Se ogni giorno, in ogni momento portiamo nutrimento alla luce.

Questa sera c’è ancora questa stanchezza che non è stanchezza e che fa male. Ma dai tagli sta già entrando nuova luce: e tra un po’ di nuovo l’anima risplenderà, sarà pronta a risalire sulla fune, ad aprire le ali. A conversare con le stelle.

Rivolgere il cuore dentro

Oggi ho sperimentato una cosa nuova, o meglio una cosa che non faccio spesso così consapevolmente: rivolgere il cuore a quello che sento davvero. Ma dentro, non fuori. Nello yoga si sa che il centro energetico dorsale – anahata chakra – è il cavallo interiore che più facilmente si imbizzarisce. Ha sempre ‘le orecchie’ tese per sentire quali stimoli, attrazioni, repulsioni nascono da quello che accade fuori. E’ come un luogo affamato, continuamente impegnato a selezionare quello che da fuori può saziare questa fame. Si chiama fame di riconoscimento, di accoglienza, di sicurezza, di conferma, ma alla fine è fame di amore. Quindi spesso, di fronte ai pungoli che arrivano dall’esterno, siamo portati a ‘sentire’ da questo centro cose come: cosa è giusto fare perché io venga accolta?, cosa è meglio rispondere perché io sia stimata? Cosa dovrei far arrivare per essere amata? Mi sono accorta, dunque, che stavo processando tutta una serie di ipotesi, tra il cuore e la mente, per rispondere a dubbi di questo tipo.

Oggi invece ho reagito diversamente: ho teso le orecchie del cuore all’interno e mi sono chiesta: cosa sento io verso questa situazione? Cioè cosa provo non con la spuma sempre eccitabile del sentire irrequieto del cuore che ha paura del rifiuto, ma cosa sento più sotto, con la saggezza dell’anima che sa tenere calmo questo centro. E ho trovato una serie di risposte completamente diverse: ad esempio mi sono accorta che di una situazione ero proprio semplicemente stanca, e che potevo rinunciare all’approvazione e restare in silenzio. Che questo silenzio era il modo migliore anche per dire come sarebbe dovuta cambiare la strada, affinché ci fosse nuova energia, non fatica. E se questo non dovesse accadere, lasciarla per il momento andare. Con gratitudine ma anche con la sincerità che sa vedere quando una terra è arida o una strada senza sbocco.

Mi sono accorta allora poi che se sento dispiacere o pesantezza per un rapporto o per un evento ne devo tenere conto, e rispettarmi prima e più delle domande con cui cerco sempre di capire come sta l’altro e di adeguarmi, anche a costo di non essere amata, approvata, accolta. E che, dunque, il modo migliore per rispondere anche ad un’altra situazione che stava galoppando, forse invadendo terre di calma che non volevo concedere né ora né in futuro, era ritirarmi, ovvero far comprendere che a volte la porta è chiusa e bisogna attendere i tempi giusti e riprovare a bussare. Ma che non è scontato che io sempre sull’uscio disponibile a rispondere.

E che questa strada, quella della verità, che fa spavento solo per la nostra paura di soffrire, fa in realtà sempre benissimo a me e anche agli altri.

Morti e rinascite

margherite, nuove nate

Quante volte bisogna morire e rinascere, caricarsi la propria croce e risorgere! Ci pensavo in questo giorno sacro, nella comunità spirituale di Ananda, ad Assisi. E mentre ci pensavo, mi ritrovavo a commuovermi sempre e ancora per gli stessi temi. Perché a me è stato chiesto un passo così pesante e teso? Perché non riesco ancora a lasciar andare tutto questo sforzo che mi contrae i lati del viso e ad abbandonarmi completamente nel Cielo? Ovvero, avere fiducia che io non sono queste piccole oscurità che mi stringono la mente: sono luce e potrei invece splendere, se lo credessi veramente.

In realtà non è così facile. E’ semplice, una volta che si arriva all’altezza della propria verità, ma non facile. Non è facile per nessuno, ognuno per la propria croce. E’ come se fossimo tutti venuti qui sulla Terra, in questo giro di vita, con una sfida precisa. Un pezzetto di oscurità che ci riguarda, e tutto quello che dovremmo fare nel cammino è scioglierla: renderla un canale libero, in cui può scorrere senza intoppi la vita. Un luogo, cioè, in cui ci sentivamo piccoli e umani e dove alla fine ci ritroviamo eterni, ricordando la nostra vera natura. Per alcuni è la sfiducia di poter essere amati, per altri di poter riuscire nei propri sogni, o la paura persino del successo e della felicità. Sfide per ogni gusto.

Ma spesso questa sfida è stata scavata chissà in quanta vita, in quante vite: ed è un solco profondo in cui non si può guarire in una sola volta. Non finché lo sforzo è solo tensione. Finché non diventa accoglienza, amore, perdono, speranza. Cioè finché non nasce un vero Sì al cambiamento. Prima bisogna passare e ripassare più volte la stessa ferita. Rivisitarla in tutte le opportunità con cui la vita ci fa sentire quanto punge: e ogni volta ci dà la possibilità di scegliere di stendere un po’ di terra nuova a limare l’abisso. Prima bisogna preparare il terreno, perché sarebbe assurdo pensare che basti dire ad un precipizio: diventa un giardino di fiori, e chiudere gli occhi in attesa.

Quando invece tante volte saremo caduti e ci saremo rialzati, e avremo un po’ alla volta iniziato a vedere che nessuno ce l’ha con noi se ci ritroviamo ad inciampare sempre nella stessa sofferenza, ma è proprio l’occasione, l’unica possibile, per guarire che ci riporta ancora e ancora lì, allora vedremo che il buco si fa un po’ alla volta meno aspro, più fertile a nuovi propositi. Sarà tempo allora di livellare bene e di posare nuovi semi. Semi che con pazienza germoglieranno, oppure ancora si spaventeranno e dovremmo con pazienza rimettere. Rifarlo finché non saranno germogli e poi piante forti. Non c’è fretta: siamo venuti qui solo per questo. Perché, come dice al termine della Bhagavad Gita Krishna ad Arjuna: “Non ho dubbi che tu mi raggiungerai, poiché mi sei molto caro”.

Buona Pasqua, buona resurrezione.

abitudini e verità

voglia di rinascita

Se vuoi davvero la verità, ogni tanto devi metterla alla prova. Ad esempio provando a spostare qualcosa o qualcuno dalla tua area di certezze quotidiane. All’inizio non vedrai altro che lo spazio vuoto lasciato da questa consuetudine messa a riposo. L’assenza. Sentirai il silenzio dove c’era una voce. Una porta chiusa dove era automatico bussare. E tutta una costellazione di parole e di gesti che si sbriciolano davanti all’automatismo che ti porterebbe a ripeterli.

Prendiamo il caso in cui questa prova la stessi sostenendo con una persona. Per scelta tua, dell’altro, o perché è la cosa giusta da fare a detta di entrambi. Nei primi tempi c’è un mondo intero che ti pare venga a mancare, se si trattava di una presenza quotidiana. Ci saranno continui angoli della giornata che non puoi riempire con altro se non con quello che non sta accadendo più. E allora ti parrà anche che questa presenza fosse necessaria alla tua vita. E magari punterai l’attenzione verso un termine auspicato del silenzio.

Ma attenzione: è proprio così che si comportano le abitudini, le cose su cui appoggiamo la nostra routine per il terrore che incute l’essere ogni giorno nuovi. Se, dunque, vuoi fare davvero la prova, devi cercare di andare oltre questo primo cedimento e vedere cosa succede dopo, di là della piccola dipendenza che si è spezzata. E lì, in quella terra vuota, iniziano ad accadere le cose vere. Delle cose che stavano sotto il comfort di non doversi occupare da tempo di quel piccolo pezzo della tua terra interiore.

Innanzi tutto cominciano a manifestarsi nuove letture dei fatti. Quindi sentimenti nuovi, meno sporcati dalla paura di perdere quell’abitudine. Vengono fuori rabbie nascoste sotto il tappeto ed attaccamenti. Poi emergono le ragioni sul perché l’abitudine ad una certa presenza si sia radicata nella tua vita. E infine il dolore o il bisogno che è venuta a placare. Qui inizi ad essere vicina alla verità. Vicina a comprendere se si tratti di un’abitudine necessaria, una verità, oppure di un tappo messo a un vuoto, per non affrontarlo. Per non sentirlo più.

Quello che devi cercare di non fare in tutto questo tempo è chiederti se stia passando troppo tempo. Se nel frattempo non ci sarà mai più una seconda occasione. Se questa presenza si stia allontanando troppo dalla tua vita, mentre lasci depositare quello che non è vero. Non chiedertelo: fa anche questo parte della prova. E se alla fine dovessi scoprire che si trattava di una cosa giusta, vitale, puoi stare certa che sarà sempre lì, per te. Perché quello è il luogo naturale in cui deve stare.

Ma se così non fosse, sarà giusto che, a poco a poco, tu riprenda coraggio. Ad ogni costo che tu stia totalmente nel vuoto e che lasci scorrere di nuovo la vita dove l’avevi messa dentro le reti, affinché quello che è tuo e ti sta aspettando trovi lo spazio che serve per entrare.

 

 

La luce che è nata

Payyambalam beach, Kannur

Ti chiedo scusa se oggi, per un momento, avrei voluto dimenticare quello che ho imparato, quello che mi hai insegnato. Se avrei voluto cedere semplicemente alla nostalgia. A memorie di sole, di mare, di balconi aperti alle palme, e al vento, e all’infinito. A parole in cui mi sono sentita a casa. Al nostro modo di sorridere dentro un mondo inventato. Cedere persino a più luce di quella che c’è stata. Di appoggiarmi a te, di pensare che sia quel tuo lontano il luogo in cui riposare quando la vita qui è al freddo e al buio.

Credevo infatti che fossero ancora fissi lì, sulla tua fronte, gli occhi che non trovo più nello specchio. E’ un fenomeno strano che mi capita in certi istanti di grazia: il marrone se ne va dalle pupille e lascia emergere un bulbo quasi trasparente, che sembra sporgere direttamente dall’origine di ogni luce. Credevo anche che fosse ancora lì, con te, la parte del mio cuore che ora è calma, aperta, fiorita. Con te anche la pace del sonno, la morbidezza dei risvegli. La lentezza dei gesti che seguono ogni dettaglio del giorno.

E allora ti ho cercato, per sapere se anche una parte di te era rimasta seduta sotto l’ombra del grande albero, dove mi aspettavi mentre io entravo nel mare. Per fortuna che tu hai capito subito quello che stava accadendo e mi hai ricordato la libertà che ci siamo regalati. Così ho ritratto la presa, sono tornata a me, e ho visto che non si spegneva il trasparente dagli occhi. Che non è qualcosa o qualcuno a intingerlo di luce, ma lo scorrere della vita stessa, quando in me c’è fiducia, apertura, amore abbastanza per stare con tutto ciò che mi porta. E per sapere che il flusso delle cose buone e giuste non è finito con la felicità che c’è stata.

Ho ripensato allora a quell’augurio pazzo che ci siamo scambiati prima di partire. A te che imponevi le mani sui miei occhi da cui già un po’ di pupilla si era trasformata in luce, e pensavi a tutto il bene che poteva farmi crescere, e non ti mettevi tra le cose del mio futuro. Poi è stato il mio turno e anche io ho trovato più forte la voglia di cose vere, rispetto al possesso che non te le lascerebbe incontrare: “ti auguro che arrivino ogni cosa e ogni persona che compiono il tuo cammino”, ho concluso, e non è finito il mondo e non è scesa un’ombra dal cuore. Ho sentito di camminare in uno strano, perfetto equilibrio: se avessi fatto solo un passo maldestro ti avrei stretto di nuovo dentro i palmi delle mani, per non lasciarti andare.

Invece ci siamo salutati un’altra volta così, senza una data nel futuro. Perché me lo hai insegnato tu, e quella conoscenza più alta che tutti e due più di ogni altra cosa cerchiamo, che nessuno può portarti via quello che è tuo. Che in nessun modo al mondo puoi trattenere quello che tuo non è.

pienezza

papaveri giugno

Mi chiedevo al risveglio cosa rendesse questo momento il momento pieno che è. E l’ho capito. Capisco infatti quando sono davvero dentro di me, quella che sono veramente, se intorno a me appaiono persone che nel tempo ho chiamato ‘interlocutori’. Persone con cui posso solo essere, con cui non devo cambiare nulla. Mettere nulla a posto, in posa.

Lo capisco dalla libertà con cui ci si incontra. Dalle poche parole necessarie a capirsi. Da come ogni giorno diventi un giorno di crescita. Magari con impegno, ma mai con pesantezza. Riconosco le mie persone da come riesco a riderci insieme. Ad essere leggera senza paura di perdere profondità. E queste persone arrivano quando questo patto di verità, di libertà, lo mantengo innanzi tutto con me stessa.

E quando invece sento qualcosa di sbagliato con qualcuno, qualcosa che non scorre: è perché effettivamente c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa di non mio.

Non serve neppure stabilire di chi sia la colpa e tanto meno auto-processarmi, perché dovrei volere il bene di tutti: serve prenderne atto e capire che non è tutto il mondo sbagliato, e neppure sono un’anima incompresa: sono solo in un angolo non giusto del mondo per me, e quindi forse in un momento di non armonia con me stessa.

Va ristabilito allora l’ordine dentro di me, non fuori. E questo non esclude per nulla di continuare a irradiare bene a tutti.

 

 

 

 

 

Lezioni d’amore

rose di giugno

Lo so, l’ho capito che sei arrivato ora, per insegnarmi una forma più alta dell’amore. Quella che davvero guarirà il mio cuore.

Vedi, per tanto tempo mi ero immaginata come sarebbe stato. Mi ero creata dei sogni su misura che avrebbero invertito il dolore che c’è stato, che avrebbero chiuso per sempre i buchi del passato. Ci credo profondamente: di qui bisogna andarsene con più parti possibili riparate. Che poi non c’è più tempo, e si deve ritornare, chissà tra quanto, ricominciare daccapo.

Ma pensavo che il male trasmutato in bene fosse un regalo con il fiocco da scartare. Invece questa sarebbe stata un’altra resa, un finto luogo di riposo. E mi è chiesto di più: di trasformare i tagli del dolore non di chiuderli. Di farli diventare strade aperte, dove possa scorrere libera la vita. Lì, in questo mondo fluido, mi stai portando un poco al giorno. Strappando parti piccolissime di quei lembi che hanno patito. Non consolandoli o avendone pietà.

Di là di questi strappi ci sono luoghi in cui si arriva senza mappe, solo per la voglia di conoscere, di camminare. E lì tu mi chiedi di non aver paura. Di non chiederti di rassicurarmi, di non farlo io con te. Di non darti appuntamento, di non chiedertelo. Eppure, senza essercelo detto, ogni sera ci troviamo nello stesso posto, alla stessa ora, a stupirci che sia successo ancora.

Mi chiedi di imparare ogni volta un amore fresco di giornata, che non cerchi giustificazioni nelle ferite andate, e che non voglia fissare date future. Che non sia un appendiabiti a cui attaccare la propria pena. Che sia il presente della gioia, che faccia di ogni istante un’alba, senza fermare i passi che verranno. Ogni possibile passo, anche quelli in cui potremmo perderci, andare lontano.

All’inizio non capivo, ti chiedevo di non aggiungere male al male. Ora comincio a farlo: so che si tratta di guardare davvero in faccia la vita. Di fidarsi. Che nessuno ti può portare via quello che è tuo, e nessuno può darti quello che tuo non è. E questo deve bastare e non serve scriverlo in alcun contratto. Si tratta solo di essere, di fare di ogni respiro un momento pieno di verità.

Una sola cosa mi hai detto dal primo momento: che mi avresti insegnato a riposare. Mi chiedevo perché queste parole, quando avremmo potuto rinnovare la passione, quando avremmo potuto stringere insieme le nostre vite. Ora so che questo amore alto è in realtà il riposo più vero. E tutto il tenersi, l’aggrapparsi, l’appoggiarsi paiono dare requie, ma sono la radice di dolore e delusioni a venire.

Così, da quando non ho più paura di perderti, per la prima volta ho iniziato a dormire. E se un giorno non ci dovessimo trovare, se una sera arrivassi ancora al solito posto alla solita ora e tu non ci fossi, non sarebbe più la fine: perché in questo luogo si arriva per festeggiare un amore che si è trovato, non per chiederne, non per mendicare quello che un altro può portare.

Saprei che sei felice dove sei. Imparerei ad esserlo anche io.

risveglio

Subasio, Assisi

Constato sempre più che fare del bene produce nuovo bene. E restituisce del bene. Non importa se nessuno l’ha visto, se nessuno lo sa. Se il seme dovrà restare per tanto tempo sotto la terra, se per lunghe stagioni ti faranno credere di essere dalla parte del torto: quel seme sta attendendo il momento giusto per germogliare, per crescere. Ma non ci sono dubbi che questo avverrà, è una legge spirituale: quello che semini raccogli.

E se avrai tenuto duro, se non avrai ceduto nonostante tutto andasse in direzione contraria, un giorno ti girerai e vedrai che la tua vita è circondata da un prato di fiori meravigliosi, da una foresta di bellezza. Di bellezza vera.