La lettera che terrò con me

Il passaggio del giorno

Ieri ti ho scritto una lettera che non ho spedito. Non l’ho mai scritta veramente per te, in effetti: l’ho scritta per me. E non avevo bisogno che tu la leggessi, avevo bisogno di pensarti come saresti stato dopo quelle parole. Ed è anche in questo modo che sono certa che ci siamo capiti. Se invece tu l’avessi avuta tra le mani, sarebbero state nuove parole che crescevano addosso alle parole, e avremmo finito per non comprenderci. Arriva un punto, infatti, in cui le parole non sono il modo migliore per parlarsi. E ci sono passaggi che sono più chiari all’altro se sono chiariti a sé.

Questo accade, ad esempio, nell’istante in cui si consegna definitivamente un modo in cui sono state le cose tra due persone al passato. Poi possono accadere ancora tante altre nuove cose, ma non fanno più parte della stessa storia, e mantengono appena un’eco di quello che prima teneva stretta la trama. Un passaggio che comporta naturalmente dolore e coraggio. E perciò bisogna essere soli, perché se si provasse a cercare aiuto nell’altro per questa trasformazione, si finirebbe per voler lenire le punture appoggiandosi a quello che era stato un tempo certezza di gioia e di unione, e ciò non porterebbe ad un risultato vero.

Vedi, si tratta alla fine di familiarizzare con il fatto che quello che di noi prima era intimo e vicino è diventato all’improvviso straniero e lontano. Cioè quello che succede sempre quando nel mezzo di un incontro arrivano nuove persone, nuovi occhi, nuove energie. Allora, una mano che conoscevi a memoria assomiglia ancora a quella mano ma non è più per nulla la stessa. E lo spazio di un sopracciglio, la fossetta sotto una spalla: ci sarebbe da impazzire a cercarci ancora il passato. Bisogna farsi forza e andare avanti. Questo è quello che ora, con maturità, dobbiamo affrontare. Che ogni mattino, al risveglio, quando la mente partirebbe in automatico con i modi soliti di pensarci, ci dobbiamo di nuovo daccapo ricordare.

E sottolineo il fatto che dobbiamo essere maturi, perché non è la prima volta, né per me né per te, che ci troviamo ad affrontare nella vita questa situazione. Ma se ora questo capita tra me e te, è perché troviamo un finale originale, che non sia solo un salvarci, ma che ci faccia fare un passo più vicino al cielo. E anche questo richiede silenzio e pazienza. Giorni e giorni in cui la storia della Terra non sappia nulla di noi, che invece la nostra storia l’abbiamo scritta non per questi tempi, ma per eternità.

 

 

 

 

 

Riprendersi il proprio potere

All’improvviso ieri mi è stato chiaro quello che cercavo di dire da tanti giorni e quello che stava succedendo dentro di me: ero riuscita a riprendere il mio potere. Avevo riunito dentro al mio centro la capacità di scegliere, di decidere, di rispettarmi, e vedevo di nuovo chiara anche la strada da fare. Prima, invece, era tutto disordinato in una serie di vortici che cercavano come dita disperate risposte fuori di me, e questo mi aveva reso molto fragile.

Ho capito che in realtà io ho sempre considerato il potere come una cosa pericolosa, mentre è una meravigliosa e innata qualità dell’anima, dovuta alla sua natura divina. Solo del potere nelle mani dell’ego c’è da aver paura, perché può continuamente oscillare da una posizione di debolezza ad una di prepotenza. Ma ad un livello più alto, in quanto frutti della stessa sorgente creatrice, noi siamo potenti e a nostra volta creatori, e nulla sarebbe peggio che mortificare questa discendenza.

Per ignoranza, molto spesso, in una situazione che mi metteva in difficoltà, ho preferito fare la parte della buona: ovvero piuttosto ricevere un po’ di male anziché farlo. Forse perché ho una natura forte, e temo che se la usassi potrei ferire e per me è insopportabile sapere che qualcuno soffre per colpa mia. Ma all’improvviso ora ho compreso che questo non è un circuito virtuoso ma è un altro trabocchetto dell’ego e soprattutto non è verità.

Finché giochi nei ruoli di vittima o di carnefice, di mendicante o di superiore, non importa da che parte stai, sei comunque nell’illusione che spezza ogni cosa in polarità, e che ci lega l’un l’altra con una rete di catene che creano dipendenze. Solo al di là di questa dualità si può veramente fare il bene, cioè essere veri in quanto liberi. E questo accade se rimetti tutte le attese, la fiducia, l’ascolto, le azioni per proseguire nel tuo centro, nello yoga si direbbe nella spina dorsale.

Il risultato è che quando tu hai liberato te stesso dalle catene, liberi anche chi era incatenato nel gioco con te. Perciò questo potere alto è benefico ed è l’unica vera soluzione. Soluzione vera. Quando ti pare di non sapere più come uscire da una situazione, allora devi fermarti, respirare, pazientare finché tutta la tua attenzione non sia stata staccata da ciò che accade fuori, con la vera intenzione di capire ciò che invece è accaduto dentro di te. Allora arrivano le risposte e ogni momento e ogni sfida possono portare crescita.

 

Non serve a nulla fare confronti con il passato

Tramonto, Assisi

Questa sera, ad un certo punto, mentre frugavo dentro al cielo che imbruniva, mi sono ritrovata a dire: “Però lo scorso anno c’erano le lucciole…”. La casetta di legno in mezzo ai colli è uno dei miei posti preferiti al mondo, e in questa stagione è un trionfo di profumi, colori, luci, che cerco di celebrare ogni anno, da un po’ di anni. Ho lasciato in questo luogo momenti sublimi. Espansioni d’amore e di gratitudine. Fusioni estatiche con la natura. Per questo, quando qualche cosa non va, il mio primo istinto è di venire qui: di ricercare quelle sensazioni di pienezza intoccabile.

Così ho fatto anche questa volta. Ero veramente provata, la città a lungo andare mi sfinisce, mi mette delle lenti che non mi permettono più una visione limpida, che si dirama da un centro che tiene: e tutto diventa caotico e teso. Appena l’auto ha girato nella stradina del bosco, ho cercato di aggrappare gli occhi alle cose che in passato mi hanno guarito e mi hanno fatto levitare l’anima. I cespugli infiammati di giallo delle ginestre, il profumo di fiori nell’aria, l’abbraccio totale dei colli e del cielo, i lunghi tramonti che si estenuano dentro i profili degli alberi. Cioè avrei voluto in un istante ritrovare la modalità aperta e felice che avevo già provato. 

Ma non funziona così, e tutto è diverso quest’anno, come è giusto che sia ogni volta. Lo sono io che ho attraversato nuove esperienze, lo sono le persone che c’erano e ci sono nella mia vita, e le domande e le risposte che mi servono ora ad andare avanti. Ho provato, ad esempio, a ravvivare la voce di una persona cara, che lo scorso anno era parte dell’avventura di bellezza di questo luogo. Ho cercato quella gioia passata, rompendo un silenzio, per l’impazienza di non stare in compagnia del piccolo vuoto che avevano lasciato le sue parole spente. Ma è sgorgata più tristezza che gioia, e il passato non può guarire il presente, tanto meno preparare il futuro.

Ed è proprio l’aggrapparsi alle cose che ci sono state, invece, a non permettere alla vita di scorrere. Di lasciar andare le forme e le presenze che hanno fatto il loro corso nella tua vita, per lasciare il posto a quello che deve arrivare. Dunque è un peccato di sfiducia non voler abitare lo spazio aperto e nuovo che dovrebbe essere ogni istante, e invece rassicurarlo con delle sensazioni già vissute. Ma soprattutto questo è un peccato contro la verità: e ogni volta che preferisci una via facile ad una vera, questa dovrà per forza poi venire alla luce nel dolore, portando via tutto ciò che non ha ragione di stare nella tua vita.

Così, questa sera mi sono ritrovata per un attimo a rimpiangere le mille scintille volanti che lo scorso anno abitavano il cielo bruno. E a rimpiangere anche quella pienezza che ho provato. Poi, però, ho riconsegnato la mia vita in braccia più alte, e ho sentito la forza di questo momento presente, con quello che ha, con quello che non ha più: è la culla perfetta per tutta la bellezza che non ho ancora conosciuto e che di certo mi attende.



Non pre-occupiamoci di nulla

 

Assisi, ginestre e luce

In questi giorni ho dovuto più volte constatare l’inutilità del preoccuparsi, di fronte alla fantasia e alla potenza della vita. Pre-occuparsi significa, infatti, occuparsi in anticipo di qualche cosa che non è del tempo presente, ovvero uscire da quello che è reale e vivo, per paura del futuro. In genere per paura che il futuro ripeta alcuni dolori che ci hanno già segnato, e che siamo tentati automaticamente a mettere ancora davanti alla strada, anziché lasciarli indietro.

In questo modo accade che, tendendoci e restringendo il passaggio della vita, rendiamo davvero difficile il fluire di quello che ci aspetta e che vorrebbe arrivare. La paura attira solo conferme allo spavento e il mondo ha sempre il colore degli occhi con cui lo guardiamo. E se è il colore del dubbio, della pesantezza, dell’oscurità, niente di lieve, luminoso e facile si può avvicinare. Non può farlo finché non detergiamo il nostro sguardo interiore, anziché appenderci a qualche cosa fuori che ci rassicuri e che ci risollevi da questo esserci fatti mendicanti del tempo.

La gioia non ritorna perché qualcuno deposita una moneta nella mano da cui aspettavamo con ansia una risposta, ma solo quando ci saremo risollevati, con tutte le nostre forze e tutte le nostre tecniche, alla sua altezza. Fuori, non facciamo che incontrare continuamente i nostri compagni di pianerottolo: in basso o in alto, dipende da dove ci troviamo. Allora, quando ci capita di cadere in questi stati di tensione e di ossessione, l’unica cosa da fare è staccare, tacere, raccogliersi. Tenersi all’albero di energia interiore: indirizzarla di nuovo verso l’alto con pensieri, parole, respiri. 

E poi, da quell’altezza, dopo che abbiamo fatto tutto quel che potevamo, mollare la presa e ammorbidire quel che è stretto: cercare lo spazio per accogliere ogni cosa, ogni risultato. Tutto quello che è giusto per noi. Vedere in ogni strada il lato buono che si apre, non quello atteso che si chiude. E affidare le nostre domande – se ancora non siamo pronti alle risposte – in un grembo più alto. Dove lo sguardo è lungo e si sa meglio di come vedano i nostri occhi miopi dove dobbiamo andare. Nel frattempo, se è la gioia che è venuta meno in un canale, è bene donarla in abbondanza in tutti gli altri: questa energia circola e ritornerà a noi.

Ho attraversato momenti così nell’ultimo periodo, e non credevo che sarebbero mai più arrivati. E proprio mentre stavo liberando il futuro dalla responsabilità di corrispondere alle mie aspettative, non lì dove era fisso il mio sguardo affilato e pre-occupato, ma nell’angolo che meno sorvegliavo del giardino delle possibilità, dove la vita aveva spazio per scorrere, improvvisamente sono nati i fiori. Le risposte a tutto ciò che si appuntiva nelle notti insonni. Mi sono unita una volta di più alla risata dell’universo che deve continuamente tollerare la nostra sfiducia e attendere il nostro assenso a farci felici. 

 

 

 

Esercizi di gentilezza

fragilità

Oggi sono stanca di una stanchezza strana: perché non è stanchezza, è dolore. Non un dolore qualsiasi, è il pianto dell’anima quando la espongo ad una situazione di poco rispetto. E allora lei spegne la luce, si raggomitola in un angolo, si fa trascinare come un peso. Un retrogusto scuro e amaro, anche se fuori il viso ride, cerca di far finta di nulla e di nascondere quel che dentro è rotto.

Da un po’ di giorni camminavo sulla fune, ero a rischio di cadere. O di imparare a volare. Così credo sia ogni volta che la vita si avvicina con una sfida nuova, per forgiarci, per aiutarci a liberare un percorso automatico tanto inciso nel nostro pensarci che crediamo di essere noi, ma non è così: è solo il modo in cui ad un certo punto abbiamo deviato un ostacolo o una ferita.

La mia sfida era chiara: se tutto era bloccato in una certa cosa, non dovevo spingere, dovevo fidarmi. Volare, appunto. Ma di là di questo blocco c’era il mio modo di pensarmi, il risultato che attendevo, dove io ero quella che riusciva sempre bene e non deludeva mai nessuno. Così ho spinto, sono andata contro la natura delle cose. Sono caduta e ho rotto un muro oltre il quale c’erano urla, c’era un vuoto di comprensioni e di gentilezze.

Alla fine avevo in parte avuto quello che mi ricompattava con l’idea più rassicurante di me, che allontanava la paura di dover fallire in qualcosa. Ma mi sembrava di avere i lividi nell’anima, che qualcosa dentro fosse stato preso a pugni. Ho cercato di capire perché ci fosse in me la disponibilità ad anteporre un risultato al rispetto per la me più intima e vera. E ho provato anche a capire perché la mancanza di gentilezza fosse stata così violenta per me.

Per tutto il resto del giorno, un po’ tramortita, ho sentito in quanti piccoli, impercettibili modi, ogni giorno possiamo ferire qualcuno, farlo cadere dalla sua fune, dalla sua sfida con cose che non conosciamo, e quanto coltivare la gentilezza sia una disciplina rigorosa, che richiede di tenere il muscolo del cuore sempre tonico.

Ho provato a pensare quante persone nella mia vita erano in attesa di una risposta da me, anche piccola, anche presenze lontane che avevo creduto di poter trascurare. Quanto quella risposta poteva invece far respirare, allargare un po’ la fune su cui camminare. E ho iniziato anche improvvisamente a notare quante gentilezze si ricevono in un giorno, e solo perché non sono altisonanti, spesso le lasciamo nello sfondo e teniamo gli occhi fissi solo sulla cosa che attendiamo.

Oggi ho cercato di prendermi cura di ognuno di questi istanti preziosi. Di illuminarli a mia volta, con altra gentilezza, di sollevarli in cielo. Di fare della gentilezza la mia cura, il balsamo. Credere fino in fondo che è così che un po’ alla volta potrà diminuire il buio. Se ogni giorno, in ogni momento portiamo nutrimento alla luce.

Questa sera c’è ancora questa stanchezza che non è stanchezza e che fa male. Ma dai tagli sta già entrando nuova luce: e tra un po’ di nuovo l’anima risplenderà, sarà pronta a risalire sulla fune, ad aprire le ali. A conversare con le stelle.

Caro Sergio…

"Se non avessi alle spalle 30 anni di yoga, non avrei potuto sopportare quello che ho dovuto passare, con amore e gratitudine" - Sergio Roncalli
Caro Sergio,
Di te ricordo soprattutto l’attenzione. L’estrema attenzione per tutto ciò che poteva far star bene un altro. Non ci si accorgeva tanto quando c’eri, perché tutto in te aveva passi di discrezione, e avevi mani sempre pronte per apparecchiare la felicità a chi ti stava vicino: ma era molto difficile quando non c’eri. Non sai quante volte vorrei ancora chiamarti e chiederti come fare tante cose. Ricordo gli asciugamani che profumavano di sole accanto al letto la prima volta che mi avevi fatto spazio dentro al tuo spazio, cedendomi l’angolo più bello, con vista sulla luna e sull’infinito. Il cuscino con la lavanda che avevi appena sgranato, dopo averla cresciuta con amore e pazienza in un’estate lunga. La stufa accesa un po’ prima del mio risveglio, perché l’inizio del giorno mi fosse leggero. Avevi mani forti e delicate insieme. Potevi portare pesi enormi, ma anche avere cura del più fragile dei fiori.
 
E ricordo un giorno, ero entrata nella casetta di legno, che ho conosciuto grazie a te e che ancora oggi è l’angolo del mondo in cui più sento di poter sgranchire le ali: eri di schiena che mangiavi sul balcone. Un profilo di uomo forte, fuso dentro le linee dei colli e del cielo. Poi, ti sei girato e sembrava che un po’ del cielo ti fosse rimasto dentro occhi, azzurrissimi, e sei scoppiato in una risata delle tue, che non aveva una ragione, se non la magia di quel ritorno pieno al creato che ci regalava quel luogo assoluto. Sembravi volermi dire: “Vedi, ce l’abbiamo fatta. Se siamo arrivati qui non c’è più da aver paura, di nulla”. E infatti niente faceva paura quando tu eri lì.
 
Un giorno, però, un piccolo seme di paura che covava chissà da quale passato ha attecchito dentro alla tua spalla. Finché hai potuto non gli hai dato peso, come hai sempre fatto: mettendo le cose in un ordine alto di importanza, in cui finivi sempre per ultimo. Ma il dolore un po’ alla volta è diventato la nota assordante di un’altra vita, stravolta, su un letto di ospedale. Non era la tua vita, quella, Sergio. Un leone non può stare attaccato ai tubi dei medici. Alle regole tiranne della malattia. Per questo oggi non è una fine: è un inizio. Certo che manchi, ma come non gioire del fatto che ti sei staccato quei tubi, che sei ritornato dentro l’azzurro, dentro altri paesaggi, nuovi colli assoluti, profumi di altri fiori, a preparare il caldo, il bello, la felicità, a chi ti ama e ti tiene nel cuore.
 
Vola alto, Sergio.
Con amore intoccato.

La forza della fragilità

Credo che dovremmo volere molto bene alle nostre fragilità, farle diventare le nostre fondamenta. Sono loro, più delle parti forti, a determinare la nostra vita. Mi rendo conto, ad esempio, che il mio terrore di ogni cosa che volesse affermarsi ‘per sempre’, la mia sfiducia anche che mai una cosa che io avessi fatto non fosse ulteriormente perfezionabile, ha fatto sì che io prorogassi sempre il vero inizio del mio vivere. Fino a qui è come se tutto fosse stato solo una grande prova generale. E questo dovrebbe farmi tanto arrabbiare con me stessa per la stanchezza e la sofferenza inutili che mi sono procurata.
 
Invece, proprio perché ho vissuto così ho conosciuto tantissime possibilità di vita, tanti mondi, tante persone diverse, e tanti amori inimmaginabili. E perché non mi sentivo mai sicura di quello che facevo, sono stata costretta a sottopormi ad uno studio continuo, e a un fare e rifare che alla fine hanno rafforzato molto i miei strumenti. E così non mi sono neanche accorta che i miei lati fragili e bambini diventavano adolescenti e poi adulti: che si sono fatti forti e che ora ci posso persino contare e appoggiarmi. Che non tremano più, non si sentono più soffocare di fronte a una decisione che esclude le altre, non hanno più voglia di scappare. Hanno costruito una casa solida dentro di me, dove io posso sempre riposare anche quando fuori tutto si muove e cambia.
 
Ed è nata insieme anche una nuova calma nei gesti e nelle parole, dove prima c’erano foga e fretta. Il No, la porta chiusa, il rifugio che alla fine escludeva tutto e tutti dai miei luoghi più intimi, si è tramutato in un luogo accogliente e in un grande Sì, sono pronta. Questa è la mia vita, e la scelgo.

Rivolgere il cuore dentro

Oggi ho sperimentato una cosa nuova, o meglio una cosa che non faccio spesso così consapevolmente: rivolgere il cuore a quello che sento davvero. Ma dentro, non fuori. Nello yoga si sa che il centro energetico dorsale – anahata chakra – è il cavallo interiore che più facilmente si imbizzarisce. Ha sempre ‘le orecchie’ tese per sentire quali stimoli, attrazioni, repulsioni nascono da quello che accade fuori. E’ come un luogo affamato, continuamente impegnato a selezionare quello che da fuori può saziare questa fame. Si chiama fame di riconoscimento, di accoglienza, di sicurezza, di conferma, ma alla fine è fame di amore. Quindi spesso, di fronte ai pungoli che arrivano dall’esterno, siamo portati a ‘sentire’ da questo centro cose come: cosa è giusto fare perché io venga accolta?, cosa è meglio rispondere perché io sia stimata? Cosa dovrei far arrivare per essere amata? Mi sono accorta, dunque, che stavo processando tutta una serie di ipotesi, tra il cuore e la mente, per rispondere a dubbi di questo tipo.

Oggi invece ho reagito diversamente: ho teso le orecchie del cuore all’interno e mi sono chiesta: cosa sento io verso questa situazione? Cioè cosa provo non con la spuma sempre eccitabile del sentire irrequieto del cuore che ha paura del rifiuto, ma cosa sento più sotto, con la saggezza dell’anima che sa tenere calmo questo centro. E ho trovato una serie di risposte completamente diverse: ad esempio mi sono accorta che di una situazione ero proprio semplicemente stanca, e che potevo rinunciare all’approvazione e restare in silenzio. Che questo silenzio era il modo migliore anche per dire come sarebbe dovuta cambiare la strada, affinché ci fosse nuova energia, non fatica. E se questo non dovesse accadere, lasciarla per il momento andare. Con gratitudine ma anche con la sincerità che sa vedere quando una terra è arida o una strada senza sbocco.

Mi sono accorta allora poi che se sento dispiacere o pesantezza per un rapporto o per un evento ne devo tenere conto, e rispettarmi prima e più delle domande con cui cerco sempre di capire come sta l’altro e di adeguarmi, anche a costo di non essere amata, approvata, accolta. E che, dunque, il modo migliore per rispondere anche ad un’altra situazione che stava galoppando, forse invadendo terre di calma che non volevo concedere né ora né in futuro, era ritirarmi, ovvero far comprendere che a volte la porta è chiusa e bisogna attendere i tempi giusti e riprovare a bussare. Ma che non è scontato che io sempre sull’uscio disponibile a rispondere.

E che questa strada, quella della verità, che fa spavento solo per la nostra paura di soffrire, fa in realtà sempre benissimo a me e anche agli altri.

inclusione

Kerala, India

Ieri mi è arrivata la storia di un musicista che rompe lo strumento durante un’importante esecuzione. Per un attimo si ferma tutto. Ci si attende che chieda un nuovo violino: invece lui fa segno all’orchestra di proseguire e esegue una musica meravigliosa con le corde che gli sono rimaste.

Era proprio la storia che aspettavo per definire una cosa che mi sta succedendo: credo di aver imparato ad amare le mie ferite. Ad includerle nelle mie giornate. A fare programmi che ne tengano conto. E da quando questo accade stanno molto meglio, e sto molto meglio anche io. Sta molto meglio il ginocchio lievemente incrinato. E anche il cuore, che ha smesso di mettere nel mezzo del presente le cose del passato.

Un tempo mi pareva di dover sempre attendere che le cose fossero completamente a posto prima di iniziare a fare sul serio. Ora invece so che tutto quello che c’è in questo momento è perfetto per la musica che devo suonare ora. Anche le cose fragili che mi fanno procedere un po’ di sghembo sono importanti e portano un colore unico, che non ci sarebbe senza di loro.

Chiamo questa inclusione amore, porta guarigione e rende piena la vita.

La guarigione parte dai pensieri

Giovane del Kerala, Monti Ghats

Qualche mese fa, mentre stavo correndo senza limiti, ho iniziato a sentire un dolorino nella parte interna delle ginocchia. All’inizio mi è parsa una seccatura, un ostacolo da saltare per poter continuare la mia corsa. Però più il tempo passava e più questo disagio si metteva tra me e la vita che stavo facendo. Ad un certo punto non è stato più possibile ignorarlo, e la mia mente si è messa in ascolto. In particolare l’orecchio era teso all’interno del ginocchio destro, che improvvisamente, sotto lo zoom dei pensieri, ha iniziato a peggiorare, a peggiorare, e a peggiorare. E più mi sentivo carica mentalmente, e mi infastidivo per l’impaccio fisico, più questo carico gravava sul dolore.

Poi la puntura è diventata uno scricchiolio molto evidente e seccante, quando insegnavo yoga. E poi anche lo scricchiolio è passato ed è diventato solo un dolore acido e rigido, il mio ginocchio si era trasformato in un luogo estraneo che non mi seguiva più, che non obbediva più ai miei ordini, che voleva darne di suoi. Decidendo cosa potevo fare e cosa no. Ancora non ho voluto cedere e ho cercato di fare la vita di prima, tamponando il dolore con tutori e con balsami. Ma in realtà niente era più come prima, e questa separazione dal mio corpo stava creando altre divisioni e disarmonie nelle mie giornate. Non c’è stata più altra scelta: ho dovuto rallentare, poi fermarmi. Iniziare il viaggio a ritroso. La diagnosi intanto si era fatta chiara: lesione al menisco. Soluzioni: operazione al ginocchio.

A quel punto, appena mi hanno confermato che stavo male, ho iniziato davvero a stare male. Sono precipitata in fondo a siti su casi simili, dove si finiva sempre con le stampelle ad attendere la ripresa. E più facevo incetta di questi casi d’altri che dovevano per forza raccontare anche il mio, e più il ginocchio si bloccava, doleva e faceva il malato grave. Sapevo che non era una cosa rara o grave in realtà: ma per me che faccio e insegno yoga, che  non prendo mai neppure medicine, era difficile da accettare. Intanto, però, avevo un biglietto in mano per l’India, ed era troppo tardi per cancellare. Con il mio tutore, con un kit di anti infiammatori, una serie di preghiere e speranze, mi sono dunque messa sull’aereo.

Come ho raccontato, la meta era un ashram ayurvedico, dove in generale speravo di guarire uno stato complessivo di stress, di cui il ginocchio era stata l’ultima goccia. Ma naturalmente pensavo che, come mi avevano detto all’ospedale, la prima cosa che avrei dovuto fare al rientro, sarebbe stata comunque quella di fissare la fatidica data dell’operazione. Invece lì è iniziato il viaggio vero, diverso da quello dell’immaginazione. E per prima cosa ho visto con una chiarezza nuova che prima del danno nel corpo il danno era stato nella mente. Lì mi sono caricata di pensieri pesanti, e al corpo non è rimasta altra scelta che di manifestarli. E che se volevo guarire, dovevo cambiare quei pensieri.  

Quello che è successo durante le cure l’ho raccontato in altri pezzi, qui, mentre lo vivevo. Ma quanto questo viaggio interiore fosse la vera cura l’ho constatato poi al ritorno. Sono andata all’ospedale e la dottoressa stentava a credere al mio ginocchio ritornato mobile e felice. Certo, sempre con la piccola lesione al menisco, ma con un’armonia nuova che includeva anche questo piccolo urlo del mio corpo dentro al mio nuovo stile di vita. Più calmo, più attento ad ogni passo ed ad ogni gesto. “Per ora non si opera. Aspettiamo ancora tre mesi e vediamo se continua a migliorare, se un po’ alla volta la natura ripristina da sola, limando e adattando, un equilibrio”. Mi ha detto l’ortopedica, al congedo.

Ora non sono più quella che ero, quella che andava di corsa e costringeva il corpo a starle dietro. Sono comunque una persona che, prima di muoversi, deve consultarsi anche con le proprie ginocchia. Ma, da quando sono dentro ai miei programmi, non vivo più questo come un ostacolo. Ma come un messaggio disperato che era arrivato fino a me, per farmi rallentare. Ho capito che è un discorso tra me e loro, che non può finire sui siti medici e i rimedi generali. Ed anzi proprio quella piccola puntura, che a volte si fa sentire più forte, ora la tengo molto cara: come una bussola per comprendere se sto procedendo con amore e con rispetto per me stessa.