il tempo della gioia

Colli sopra Assisi

E oggi, mentre guidavo tra i colori dei colli, mi sono accorta che mi ero dimenticata di quanto fossi stanca e delle molte cose che mi hanno messo fretta ultimamente. Me ne ero dimenticata perché ero felice. E credo anzi sia questo il rimedio a ogni lamento: ritrovare la gioia, dilatare il tempo con il piacere di fare ciò che si sta facendo. E allora la fatica scompare.

Autumn’s Tale

 

Colli sopra Assisi – vento e Subasio

Ritirare l’energia

La natura è improvvisamente invecchiata oggi nel pomeriggio. Ieri aveva un’aria ancora sbarazzina, come un’estate prolungata. Oggi invece si è levato un vento freddo, ha ritirato l’energia e si è rinchiusa dietro le porte del suo stesso corpo. Ha acceso la luce dentro, e ha lasciato a vista il suo profilo scuro, coriaceo, che mostrerà tutto l’inverno.

A me piace il vento, mi dà la sensazione di essere in viaggio. E così mi sono messa dentro questa trasformazione, a metà tra le stagioni. In realtà desideravo tanto fare come la natura. Camminavo tra le foglie che si sollevavano e avrei voluto essere un albero. Lasciar andare tutto quello che in me ha le antenne tese fuori, raggomitolarmi, riposare.

Colli davanti al Subasio

Ci penso molto da un po’. Penso che le cose più belle nascono in silenzio, vengono alla luce dopo il buio. Quasi dal mistero, dal segreto. E che questo nostro vivere oggi, sempre con le finestre spalancate, in cui annunciamo cose che appena avevano messo radici nei pensieri, sciupa tutto. Tutto.

L’ho sperimentato ormai molte volte, con la scrittura ad esempio. Quello di cui chiacchiero, non mi serve poi a nulla. Quando ho un pensiero o un progetto e lo metto in piazza, poi non gli resta sufficiente forza anche per crescere e diventare qualche cosa. Mentre quando proteggo una felicità giovane, ha tempo per fare la corteccia e resistere alle intemperie del mondo, quando sarà visibile.

E forse anche così si può spiegare questa stanchezza generale di cui parliamo tutti, e pure continuiamo l’un l’altro ad affaticarci. Facciamo mini scioperi da Facebook, da What’s App, per riprenderci e poi ci facciamo riprendere. Questa iperconnessione perenne rischia di far andare in fumo i sogni. E non sto proponendo di spegnere il presente, basterebbe farne un uso più buono.

paesaggio autunnale, Assisi

Un galateo del tempo, delle proprie forze. Un regolamento di rispetto per la gioia. Per i pensieri che ti vengono a trovare e sono solo tuoi. Qualche cartellino da timbrare al silenzio. Per diventare linfa, scorrere nel segreto dell’inverno. E poi mettere gemme nuove, forti, in primavera. Frutti saporiti in estate.

 

 

Re-imparare a ricevere

gatto tigre

Ogni volta che vengo qui, nella casetta di legno di Assisi, c’è tutta una famiglia di gatti selvatici che mi attende. Il gatto nero con i nuovi gattini, i suoi fratellastri, che arrivano appena sentono il rumore della macchina, e poi lui: il grande gattone-tigre, come lo chiamo io. Lui non arriva subito, ci mette un giorno o due ad accorgersi che sono arrivata, ma so che prima o poi si fa vivo.

La casetta di Assisi è dentro un bosco, con poche altre case nelle vicinanze, altrettanto addentrate in una stradina che si allontana dalla vita visibile, e si approssima, ne sono certa, all’infinito. Qui, chi vede un gatto lo nutre, per affetto e anche perché è utile a tenere lontano i topi.

Ma il gatto tigre in realtà aveva proprio una famiglia in origine, una famiglia che ad un certo punto ha deciso che c’era abbastanza cibo per lui nel bosco e lo ha lasciato andare. All’inizio era sempre affamatissimo e anche molto aggressivo. Era pressoché impossibile pranzare fuori perché appena sentiva odore di cibo saltava sui tavoli e graffiava.

Poi se l’è ripigliato la natura, e lui a sua volta l’ha ripresa in sé, come un figlio la Madre. Ha trovato un suo equilibrio dentro la catena alimentare naturale, ed è diventato il gatto tigre. Però ogni volta che arrivo prima o poi compare. E in genere non chiede da mangiare: chiede da dormire. Chiede per un attimo di poter mollare tutte le tensioni e l’allerta della sua vita selvatica. Chiede di abbandonarsi.

E io ogni volta mi commuovo. Mi commuove il modo in cui piano piano si riabitua alle carezze. Il modo in cui, ad uno ad uno, se ne vanno nelle ore del pomeriggio i tremori dal sonno. Come si faccia avvicinare prima con cautela poi con gioia. Fino a crollare in un mare di fusa. E come alla fine riprenda la sua vita nelle zampe e ancora se ne vada.

Non è facile, per chi abbia già dovuto abituarsi a star lontano dal bene, riaprirsi a riceverlo. Eppure è questa la strada per tutti: stare in piedi sulle proprie gambe e poi di nuovo aprire il cuore, imparare di nuovo a ricevere l’amore, liberamente.

 

Ri-sintonizzarsi con la vita

la strada di casa

Ieri stavo guidando fino a questi colli e ad un certo punto mi è presa una specie di disperazione. Ero molto stanca e anche trovare un posto di riposo mi pareva una fatica a cui non potevo fare spazio. Così sono finita in fondo alle mie possibilità, come capita a volte quando si è troppo stanchi. Tutto il viaggio mi sono lasciata raggiungere al telefono, da cui arrivava gran parte dello sfinimento, e mi sono ritrovata a parlare troppo, a giustificarmi, completamente vagabonda da ogni centro interiore che tenesse.

Poi sono arrivata su questa strada, la luce del tramonto si stava apparecchiando e pareva la soglia di un mondo nuovo. Nuovo e insieme familiare. L’entrata vera della vita, in confronto a cui tutto quello per cui mi ero affannata in ore e chilometri a chiamare vita non era stato che un’illusione. Ho sentito dentro che qualcosa stava guarendo, si stava aggiustando.

tramonto sul Subasio, Assisi

Questa mattina al risveglio ero una bambina stupita con i piedi scalzi sul prato. Non riuscivo ad allontanarmi dal sole, dalla luce. Da questo ottobre ancora sorprendentemente estivo. Sentivo le mie cellule disidratate di energia tersa che finalmente si stavano dissetando. Ho dovuto occuparmi a lungo della legna da ammucchiare, degli alberi, della lavanda ancora turgida, per ripulire il sangue ancora pieno di finzione.

Certo io amo la natura, e continuo provvisoriamente a vivere in città, ma non credo che questa volta si tratti solo di ciò. Credo che la natura, con la sua verità, abbia solo smascherato la vanità di tutte le ansie, i pungoli digitali, con cui ci rincorriamo e ci convinciamo alla fine di ogni giorno di avere un tempo troppo pieno. Mi sono accorta di non avere più tempo della vita da utilizzare a sprecare tempo.

E non lo diceva la mia ragione, lo diceva il mio corpo, con un linguaggio così chiaro che avevo avuto bisogno di un cielo limpido per decifrarlo. Credo che dovremmo davvero riscrivere la lista delle cose da non perdere, per non perderci. Io oggi ne ho scoperte molte che scriverò. Come apparecchiare tavoli sotto le querce. Accendere una candela appena dopo il tramonto per tenere l’oro negli occhi. Cucinare pensando soprattutto ai colori del prato. Onorare un albero, inginocchiarsi. Appoggiare la guancia a lato di un gatto che fa le fusa.

 

 

Dalla parte della luce

Incontri d’anima

Quando sei pronta, la luce diventa l’unica scelta

Ogni tanto in questi giorni la mente va sopra una conversazione troncata. Si stava ripetendo una cosa che avevo sentito troppe volte. Troppe per non essere ritornata a farmi capire qualcos’altro. Di là veniva aggrovigliata la serenità, si buttavano secchi di buio sopra la superficie limpida delle cose, e se avessi voluto far scomparire quel buio, far ritornare la luce, la serenità, avrei dovuto accettare che quel groviglio fosse la verità. E molte volte lo avevo fatto, in tanti momenti della vita: perché non amo il buio, non amo le cose troncate, non mi piace essere lontana dall’affetto di nessuno. E allora spesso ho finito per scambiare un po’ di bene con il male insieme a cui veniva venduto.

Invece in quel momento non ci ho pensato: ho solo sentito forte che volevo essere da un’altra parte, lontano da quella distorsione di tutto ciò che in me gioiva, che respirava. E così, quando la conversazione è arrivata talmente in basso che sarei dovuta scendere fuori di me a raccoglierla, semplicemente ho taciuto. La frase è rimasta nell’aria, spezzata. Come una fune tesa con cui ti si tira con forza, e tu invece lasci cadere il tuo capo, te ne vai.

Per un po’ ho percepito di là il fiatone dell’attesa: che io fossi sempre io e tornassi per chiedere scusa dei torti subiti pur di ristabilire la pace. Ma diventava un alito sempre più flebile mentre mi allontanavo, finché è diventato di nuovo silenzio. E ora vivo in questo lontano, con tutta la mia vita che continua e il silenzio. E non ci penso molto, ma a volte sì. Che cosa è cambiato in me? mi chiedo in quei momenti.

Oggi, insieme ad una giornata tersa, calma, in cui non ho mosso un passo indietro, è arrivata la prima risposta. Come capita ogni volta che resto nel vuoto senza riempirlo di qualsiasi qualcosa. Ho capito questo: un tempo mi era così difficile accettare che qualcuno si allontanasse che facevo patti con il dolore, purché non accadesse. Ora non più: ora quando qualcuno cerca il mio fianco debole, con l’attaccamento, a volte fortissimo, che può creare il male, desidero andare via, stare da un’altra parte, dalla parte della luce. E continuo il discorso ad un altro livello.

Non rimugino, non incolpo. Provo anzi gratitudine per ogni maestro che mi  aiuta a sciogliere un cordone che mi trattiene dal volo. Metto in sicurezza la mia veste mortale che è qui ad imparare a risalire, e quella deve stare lontano, dire un sì assordante al bene. Ma dentro di me non lascio nessuno nel buio, nel silenzio. Così ora con l’anima sto sostenendo ancora la sua, sto facendo il tifo perché lasci il capo rimasto in mano della fune. Spezzi il meccanismo che lo zavorra al fondo.

E sono certa che ci si può parlare anche così, quando tutte le altre parole sono finite. Nella luce dove non ci si perde mai.

 

 

La strada personale della felicità

Oltrepò, primo autunno

Ognuno è pioniere della propria felicità

In questi tempi vengo spesso interrogata sulla felicità. E mi accorgo che in realtà, mentre spiego, chiarisco soprattutto a me il significato di questa parola tanto vulnerabile.

Innanzi tutto, ho capito che la felicità è una direzione: è un iniziare a fare il tifo per le proprie tendenze più alte, smetterla di compiacersi di tutto ciò che tira verso il basso. Anzi è un esercizio di sottrazione alle abitudini di perdita per rispondere ad un’altra gravità: una forza che eleva anziché precipitare. Ed è quindi l’espansione luminosa che avviene ogni volta che uno dei fili che ci legava al fondo viene sciolto.

Ma la felicità non è solo un orizzonte, è anche tutti i passi che portano a questa meta. Allora potremmo definirla come la capacità di accogliere ogni cosa che ci venga portata dalla vita, affinché facciamo il percorso di liberazione. E questo cammino include prove, gioie, dolori. Di tutto ciò, senza esclusione, è fatta la felicità. E così, allora, è una felicità davvero sicura, stabile, che non viene portata via dalla delusione delle aspettative, poiché è la verità quella che si sta invocando, senza paura.

Ieri, inoltre, mentre guidavo dentro i colori dell’autunno, lontano dalla città, nei primi colli che terminano l’ampia pianura del Po, mi si è rivelato un altro tassello . Ero andata lì per incontrare una coppia fuggita da Milano, ormai da otto anni, per vivere in una casa che stanno costruendo da sé, una casa di legno, sabbia e paglia, in mezzo al verde e al cielo. Per vivere, insomma, come dicono di voler fare in molti: ma loro l’hanno fatto davvero.

Mentre chiedevo loro se credessero che questo fosse il futuro, alternativo al sogno di benessere soprattutto economico che ha guidato finora la società, ho sentito che qualcosa in me non credeva alla domanda. Se non per il fatto che stavo parlando io di me stessa, ma non credevo nel modello. Nella felicità che si fa dottrina, ideologia. E oggi quando stavo cercando di raccontare l’incontro, all’improvviso mi è stata chiara una nuova cosa, che era già in me ma che ancora non mi si era definita con chiarezza.

Ho capito che non esistono dei battitori di sentieri di felicità: che la felicità è un discorso che ciascuno può soltanto dire per sé, e compierlo seguendo la propria mappa interiore, e nessuno può conoscerla, suggerirla, farla copiare. Ciascuno è pioniere della propria felicità. E qui con felicità intendo quello che nella filosofia indiana si indica come Dharma, la giusta azione, ovvero la propria missione. E penso anche che se tutti davvero incarnassero la propria missione il mondo sarebbe già il paradiso.

E non lo è proprio perché cerchiamo di essere tutti uguali, anziché tutti diversi.

lampi di natura

 

 

foglia nel parco Trotter, a Milano

Prima stavo ritoccando per un libro la storia di una donna coraggiosa che ho incontrato due anni fa, una donna che ha lasciato tutto per vivere in montagna con 50 capre, un cane e l’immensità del cielo e della terra. E mentre scrivevo mi è arrivata forte la sensazione di libertà e fresco che avevo provato stando lì. Che ho provato in tanti istanti in cui ho fermato il tempo e sono ritornata dentro al respiro naturale.

All’improvviso tutto quello che stavo vivendo, che stavo facendo, è come impallidito, mi è sembrato una lunga prova generale, affannata, impaurita, prima della verità che accade quando esco da questo gioco e ritorno ad essere quella che sono: un pezzo del creato.

Ho spento il computer e sono andata a camminare al parco. C’era un vento forte, spingeva dentro il tramonto delle nuvole gonfie, liberando un cielo terso, con una luce ancora quasi estiva. Intorno qualcuno camminava, qualcuno correva con la tuta da ginnastica. Nell’aria qualche foglia oscillava a destra e a sinistra prima di toccare la ghiaia.

Io continuavo a pensare che da troppo tempo continuo a desiderare questo ritorno nella natura, da troppo tempo continuo a vivere invece di tanto, di fretta. Ho avuto il desiderio forte di liberarmi di tutto quello di cui conosco l’illusione e che pure lascio attaccato alla vita, per far andare avanti il gioco.

Ho avuto la fortuna di tanti giorni belli, e ho avuto il privilegio di sollevare lo sguardo al cielo, dove posso sempre ritornare quando mi perdo. In tante cose ho trovato nutrimento, ma nulla è mai stato per me tanto divino quanto la natura. Quando riesco a darmi completamente dentro il suo abbraccio, vedo in trasparenza la luce intorno a cui esiste ogni cosa. Il pezzetto di eternità che vive in tutto ciò che è. Una sazietà che non ho mai provato ai banchetti di quest’altra vita.

Ecco, i prossimi passi sono questi: togliere gli ormeggi anche all’ultima paura. Lasciarsi portare a casa. Addormentarsi ed essere certi: lì dove ti porta la vita quando smetti di mettere davanti qualcosa di te, qualcosa che semplicemente ti rassicura, è il luogo che ti stava aspettando, che da sempre stavi cercando.

 

Il viaggio nella luce (a P.)

Oggi è l’ultima notte di vita di un amico. Sono sdraiata vicino al telefono, e i frammenti di tempo che per me sono istanti tra gli altri, sono per lui gli ultimi istanti di questo passaggio terreno.

Sono stata via tutto il giorno, sono stata al mare. Il mare fuori stagione mi pareva un buon modo per stare con i suoi ricordi. Ho portato con me le sue poesie, ho fatto in modo di essere lontano dal mondo distratto, che rincorre sempre qualcosa, come se in fondo la corsa non ci fosse lo stesso finale per tutti.

Ho riletto le poesie che ha pubblicato un anno fa, e allora non me ne ero accorta: ma era già molto tempo che il mio amico si stava coagulando intorno all’anima, che stava lasciando il corpo. Che aveva ritirato tutta la vita dentro.

Il pensiero è andato allora alla sua vita, e ho pensato che ne ha fatto buon uso. Non solo perché è diventato un grande poeta, ma perché è riuscito davvero ad andare oltre il dolore, ad accoglierlo e a superarlo al punto di non permettere a nessuna rabbia di scomporgli la calma e la dolcezza del viso. Non l’ho mai visto affannarsi per qualche riconoscimento. Arrivava tutto perché non aspettava niente.

La prova che ha dovuto affrontare non è stata semplice: un incidente all’età di 16 anni lo aveva lasciato paralizzato all’80 per cento. E lui ha amato la vita totalmente con il 20 per cento che gli restava, con il cento per cento dell’anima. Un giorno, ricordo, eravamo tutti e due alla fine di un amore, avevo steso la mia irrequietezza accanto alla sua calma: ‘devi farti minerale’, mi ha detto con la sicurezza di chi aveva attraversato mari in tempesta.

Forse la missione della sua anima era già compiuta: si era data un compito difficile e l’ha superato, per questo ora ritorna a casa. E forse dovremo far festa. Non dovrei essere triste stasera, dovrei invece sapere che saremo solo per un po’ a un diverso stato di condensazione, ma le persone che si sono volute bene si ritrovano, sempre.

A tratti, mentre mi ascolto dentro, sento già la sua anima libera dal corpo, far capolino nel mio cuore.

 

Niente in te deve dire ‘Io’

 Alla fine della pratica di yoga, l’altra sera, stavo ricapitolando nella mente se tutto era stato detto, se tutto quello che si doveva fare era stato fatto. Ero un po’ stanca, l’inizio di questa stagione mi coglie già un po’ di corsa. Tra tante cose insieme da far partire, da far proseguire. E il libro da far vivere. Intorno a me gli allievi, i vicini di casa con cui sto sperimentando questo nuovo lato della vita, stavano ritirando le loro cose, si preparavano ad uscire, a cenare. Avevamo fatto un po’ tardi.

All’improvviso fermo lo sguardo su una ragazza che arrotola con cura il tappetino. “L’hai comprato, è nuovo?”, le chiedo. “Sì”, risponde lei: “L’ho messo nella lista dei regali e finalmente è arrivato“. Come fa a volte la stanchezza, che toglie tutti i filtri e fa la giusta azione di pulizia di quanto in te ancora resisteva, si tendeva, cercava di controllare la vita, ho sentito salire alla gola un’onda di commozione. L’idea che qualcuno avesse dato tanta cura a quell’ora mi ha dato molto da pensare su quella che debba essere la mia presenza, la qualità del mio impegno.

Innanzi tutto ho pensato proprio alla furia, alla tensione con cui mi sono buttata in questo settembre, che non è l’atteggiamento giusto. Perché mette me in primo piano, perché penso di essere veramente io a correre da una cosa all’altra, mentre noi dobbiamo solo dare la disponibilità della nostra volontà, e poi scomparire, diventare permeabili, essere leggeri come un tulle, far passare la luce. Ho pensato che questo è il grande cambio che deve intervenire ad un certo punto della vita, quando dai il tuo assenso a condividere il bene che hai trovato: non è tuo quell’amore, non sei tu che ami, stai solo espandendo un amore più grande che passa anche attraverso di te, e nulla dovrebbe venire prima, occupare la mente.

Nei primi passi del cammino lo stesso sforzo che attira a terra deve essere utilizzato per andare in direzione opposta, verso la luce. Altrimenti ogni tentazione ti farebbe riprecipitare nelle vecchie abitudini di dolore, di felicità comoda, non alta. Ma quando si sia creata un po’ di distanza da quel punto di gravità, allora non è più lo sforzo a farti procedere: è un’ascesa che avviene da sé, se riesci a scaricare zavorra dal tuo volo. E la zavorra è proprio tutto quello che in te dice Io, e che genera desideri, paure, attaccamenti. Ovvero che non si fida che l’azione giusta accada quando tutto quello che le impediva di venire a galla semplicemente si sciolga, si rilassi.

Che a un certo punto tutto quello che devi fare è farti da parte, sentire che ami attraverso l’amore, che perdoni ma non sei tu a farlo, che stai solo lasciando che l’ordine naturale delle cose si ristabilisca; che irradi luce, ma non è tua, ha solo trovato abbastanza spazio in te per passare. E io invece mi ero terribilmente tesa, mi sono trovata a cercare quello che avevo da dire nella mente, a pensare cosa fosse meglio fare. E ora vedo che ogni volta che l’armonia non è piena, arriva il messaggio affinché tutto possa di nuovo essere intonato alla sinfonia dell’universo. Di questo ringrazio.

Oggi finalmente non ho più avuto la pretesa di infilare nel giorno molte più cose di quelle che umanamente ci possono stare, e quello che ho fatto l’ho fatto con pace, con fiducia. E so che questa pace sa pure dilatare il tempo, fare di ogni momento un pezzo di vita pieno. Un passo vero del cammino.

 

 

confronti con il tempo

Vedi, mi è servita metà della vita, prima di iniziare a capire il senso del disegno intero. E ora mi pare di aver perso così tanto tempo prima di iniziare a vivere davvero. Tutti quei dolori, quelle volte in cui non riuscivo che a continuare ad affondare la speranza dentro strade chiuse. E tutte quelle felicità da poco che ho aspettato.

A volte mi prende una fretta a rovescio, poi sorrido. Penso al Re del tempo, così infinitamente paziente, così preciso nel tessere la trama di ogni storia: cosa mai avrei potuto intendere oggi, se tutti quei dolori, quei passi in direzioni non mie non ci fossero stati? Anzi, è tutto talmente perfetto che mi vergogno per le mie misure umane, che non intendono l’eternità.

Così, oggi è iniziato l’autunno, ma di là del cerchio ci sono ancora infinite primavere.