Gratitudini, a lato di sé

Disegno di Eloisa Scichilone

In questi giorni ho trovato la luce in luoghi in cui non l’avevo mai cercata. E ho compreso una volta di più che la strada di crescita è piena di insidie, anche quando ti pare di aver detto un Sì pieno al vero. Che l’ego è un bambino spaventato e cerca sempre attenzioni. Perciò, finché non sei completamente libera dalle sue piccole tirannie, devi sempre fare attenzione se quello che chiami Bene tu lo stia davvero considerando da un punto di visto esterno al suo Regno. E se così non fosse – come è probabile finché brancoliamo qui tra le illusioni – allora è molto meglio lasciarsi portare dal flusso della vita, dove accade quel che deve accadere, comunque. Dove sei una goccia del mare, nulla più. Ed è bene ricordarlo, sempre.

Così, in questo momento stavano accadendo molte cose belle. Direi delle cose belle che passavano attraverso di me per compiersi. Questo era quello che pensavo mentre le vedevo nascere e cercavo di farmi piccola, di ritirarmi. Di sedermi a lato della strada della mia vita per farle scorrere meglio.

Ma ad un certo punto il bambino che ho dentro si è svegliato e le ha viste. Non si è sollevato a scompigliarle, a giocarci, a sciuparle. No. Però ha iniziato a pensare pensieri tipo: passano proprio attraverso di me. A sentirsi chiamato a grandi compiti, ad esserne felice, ma anche in qualche modo, inconfessabile, orgoglioso. E poi la cosa peggiore: a dirlo ad altri, togliendo così completamente ai semi di bellezza la protezione, esponendoli nel marasma delle energie del mondo.

In questo modo le cose hanno perso la loro purezza e si sono sciolte, non hanno fatto in tempo a nascere. E qui si sono sollevate tante altre appendici dell’ego: le aspettative, la delusione, la vergogna. La giustificazione, le scuse, persino l’auto-colpevolizzazione.

Per un momento, mentre provavo vergogna, mentre mi scusavo, mentre cercavo in me la mancanza per questa azione impalpabile che si era intromessa con la creazione, ho creduto in realtà di ripulirmi, di essermi elevata con il non incolpare altri che me: invece anche questi sentimenti sono parti dell’ego.

Ogni cosa che dice ‘proprio Io faccio questo”, “proprio Io sono caduta”, sono ancora inopportune attribuzioni di importanza a sé. Lasciare invece libera la creazione di compiersi attraverso di noi, non dovrebbe creare nessuna reazione, neppure se il suo compimento dovesse in qualche modo grattare i nostri livelli più bassi e farli emergere. Nulla in noi dovrebbe sentirsi chiamato in causa come forma separata della creazione stessa. Semmai solo come un rifugio temporaneo, in cui la forza creativa sosta e genera per un momento.

E allora dopo tutta questa rivoluzione del sentire, oggi in me si è compiuta un’ulteriore trasformazione: ed è la gratitudine perché queste mie parti ancora da pulire mi si sono rivelate. Bisognerebbe essere sempre grati, non importa quali siano le circostanze, a tutto ciò che ti indica la strada. Senza neppure giudicare la qualità dei passi, se siano gioie o dolori.

 

 

 

la guarigione della Compassione

La strada di casa, Assisi

E oggi è ancora tutto diverso. Ieri sera avevo avuto paura di perdere la Pace riconquistata. Che fosse solo di questo luogo, di questi giorni. Ma avevo parlato troppo presto, avevo fatto un ragionamento troppo umano, tenendo soltanto conto delle mie forze. Senza il miracolo che sottostà ad ogni istante, se gli apri la porta perché ti possa parlare. Senza la compassione in cui sai di essere parte unita del creato.

Eppure so e dimentico sempre che, ogni volta che vengo qui, una ragione precisa mi ha convocato. E tutto quello che accade non è che la sequenza perfetta di esperienze necessarie perché io possa incarnare la crescita prevista. Anche i momenti difficili, in cui mi pare di non riuscire più ad andare avanti, e cedo alla stanchezza più profonda.

Anzi: proprio in quelli, se ho davvero abbassato la guardia, se mi sono fatta abbastanza da parte, ha spazio per entrare il miracolo, per agire la Grazia. Che non potrebbe assolutamente levitare dall’anima se tutto lo spazio fosse ostruito da ciò che in me si tende e controlla e si unisce al coro degli affanni dicendo “Io”.

E così questa mattina, mentre cercavo la luce dietro gli occhi, nella meditazione, è venuta a galla una nuova chiarezza. Ho visto e sentito, come una cosa viva, non come un pensiero che si spreme dalla mente, che non c’è nessuna divisione tra me e tutto quel mondo confuso e caotico che mi aveva rubato la Pace.

Strada per santa Maria di Lignano

Che non sarà mai vinta quell’irrequietudine andando in qualche luogo lontano, o salendo qui sui colli, se non la guardo dentro di me. Che la vera conquista non sarà costruire un muro abbastanza forte tra me e il mondo, ma sapere che il mondo si affanna, prendere parte con il corpo alla parte del gioco che spetta a me, eppure di qua della porta interiore riuscire ancora a difendere la Pace.

Sapere che ogni mattino di là della porta arriverà un po’ di urlo, ed è il tuo, la tua parte ansiosa che non riesce a suddividere per ogni giorno il compito del vivere, eppure dosarlo e anche guardarlo come un osservatore. Di più: i nomi e i fatti che diamo a questo tormento, non sono nomi e fatti, sono ancora una volta parti di noi. E c’è un unico modo per conviverci: con compassione.

Tutti quelli che incontriamo e sono presenti oggi nel nostro vivere sono maestri di qualcosa che dobbiamo illuminare, e non serve a nulla, una volta di più, chiuderli fuori, costruire un muro. O farsi sopraffare e poi sfinirsi. Serve invece interrogarsi nel profondo e mandare avanti poi il cuore.

Vedere con commozione come tutti, proprio tutti, anche i gattini che schiacciano il muso contro i vetri, vogliono una sola cosa: essere felici. E fanno il meglio che possono per camminare verso questa meta. E ogni tanto sei tu che cadi, ogni tanto sono le persone che camminano vicino a te. Ma giudicare, separare non guarisce nulla, non aiuta nessuno.

Vista dalla casetta nel bosco

Irradiare amore dal cuore invece sì, trasforma per piccoli passi il mondo. Questa è la vera Pace. E questo il vero insegnamento di questi giorni: la natura è il frutto dell’amore materno divino, non è l’autorità del Padre: è l’accoglienza infinita. La commozione per l’immensità.

Non è l’azione del guerriero che vuole cambiare il mondo da fuori: è l’accettazione che il mondo non lo puoi cambiare con la forza o con il lamento, ma se da dentro ti sintonizzi con questo amore. E allora avrai fatto la tua parte nel creato, di cui non sei che una cellula, unita al tutto.

 

 

la cura dell’Infinito

Alberi, primo autunno, Assisi

Quando sono sfinita, mi cura una sola cosa: l’infinito. E in questi giorni di cielo e di colli ho respirato sconfinatezza, mi sono dissetata. L’autunno è stato un compagno mite, posato con grazia sulle foglie, sui lembi di prato. Ogni giorno un po’ di più, senza farsi notare. Foglia a foglia, filo d’erba dopo filo d’erba, ogni mattino un po’ di oro e di rame nuovi tra le pieghe del paesaggio.

Una volta ancora, la natura è commovente. Non solo bella, non solo maestosa: prende al cuore. Costringe a sopportare la verità sulla fragilità di ciò che vive. Addestra a guardare negli occhi tutto il ponte della vita, tra la nascita e la morte. E la fame, la sete, il freddo. Dove ogni rimedio, ogni rifugio sono rimedi e rifugi piccoli.

A volte mi chiedo se abbiano freddo tutti gli animaletti che si affacciano qui ai vetri della casa, e vorrei dare tetto e cibo a ognuno. Distribuire carezze, rassicurare la vita. Mi fa male pensare che a qualcuno lì fuori possa mancare qualcosa, poi devo cedere alla mia impotenza di fronte alla vastità.

Strada per santa Maria di Lignano

 

E nel bosco da qualche giorno ci sono gli spari dei fucili, a volte urla strazianti. E anche questo ho dovuto stivare nel cuore, ed espanderlo perché potesse contenere tutto senza fratturarsi. Una resa all’infinito, e un racconto sul mondo, che alla fine ha rimesso in ordine di grandezza le cose.

Quando sono arrivata qui, se n’era andata via tutta la pace. Ero velocità e attività. La mia permeabilità ai dintorni dovrebbe farmi scegliere sempre bene i luoghi e le situazioni. Invece ero cascata di nuovo nella boria di portare luce a tutto, e di essere forte, e alla fine mi mancava il respiro. Non trovavo più il mio tunnel d’aria.

Ci penso da un po’. Di là, nel mondo che corre, è come se il vero sfondo di quella che chiamano la crisi economica fosse in realtà una crisi di energia. Non c’è più aria e sostegno vitale per tutti. C’è un’apnea generale che crea spavento e affanno. E la lotta non è davvero per un posto di lavoro, ma per il proprio metro cubo di respiro, di riposo, di silenzio. Ci rubiamo l’un l’altro l’ossigeno, la forza di vivere.

Ecco, io non me n’ero neppure accorta, ma non ce la facevo più. Sì, ero sfinita. Ed è stata una lunga cura ricostruire la pace. Guarire il corpo infiammato e l’anima tesa. Un lento ascolto del ritmo naturale che da solo guarisce ogni cosa. E un ritrovare il senso della vita, onorandola in ogni momento, facendo di ogni azione un’offerta rituale.

fioritura in novembre

Ritrovare la sacralità e l’immensità che portano ogni giorno dall’alba al tramonto. E la gratitudine per ogni raggio di sole sul prato. Per le curve dei colli. Per il vento che fa disegni tra le foglie. Per certe ore d’oro del pomeriggio. Per il colore del cielo che non ricordavi così terso. Per la luna di stasera.

Vivere così è pregare. E questa preghiera voglio portarla con me ora, non scordarla più.

 

il tempo della gioia

Colli sopra Assisi

E oggi, mentre guidavo tra i colori dei colli, mi sono accorta che mi ero dimenticata di quanto fossi stanca e delle molte cose che mi hanno messo fretta ultimamente. Me ne ero dimenticata perché ero felice. E credo anzi sia questo il rimedio a ogni lamento: ritrovare la gioia, dilatare il tempo con il piacere di fare ciò che si sta facendo. E allora la fatica scompare.

Autumn’s Tale

 

Colli sopra Assisi – vento e Subasio

Ritirare l’energia

La natura è improvvisamente invecchiata oggi nel pomeriggio. Ieri aveva un’aria ancora sbarazzina, come un’estate prolungata. Oggi invece si è levato un vento freddo, ha ritirato l’energia e si è rinchiusa dietro le porte del suo stesso corpo. Ha acceso la luce dentro, e ha lasciato a vista il suo profilo scuro, coriaceo, che mostrerà tutto l’inverno.

A me piace il vento, mi dà la sensazione di essere in viaggio. E così mi sono messa dentro questa trasformazione, a metà tra le stagioni. In realtà desideravo tanto fare come la natura. Camminavo tra le foglie che si sollevavano e avrei voluto essere un albero. Lasciar andare tutto quello che in me ha le antenne tese fuori, raggomitolarmi, riposare.

Colli davanti al Subasio

Ci penso molto da un po’. Penso che le cose più belle nascono in silenzio, vengono alla luce dopo il buio. Quasi dal mistero, dal segreto. E che questo nostro vivere oggi, sempre con le finestre spalancate, in cui annunciamo cose che appena avevano messo radici nei pensieri, sciupa tutto. Tutto.

L’ho sperimentato ormai molte volte, con la scrittura ad esempio. Quello di cui chiacchiero, non mi serve poi a nulla. Quando ho un pensiero o un progetto e lo metto in piazza, poi non gli resta sufficiente forza anche per crescere e diventare qualche cosa. Mentre quando proteggo una felicità giovane, ha tempo per fare la corteccia e resistere alle intemperie del mondo, quando sarà visibile.

E forse anche così si può spiegare questa stanchezza generale di cui parliamo tutti, e pure continuiamo l’un l’altro ad affaticarci. Facciamo mini scioperi da Facebook, da What’s App, per riprenderci e poi ci facciamo riprendere. Questa iperconnessione perenne rischia di far andare in fumo i sogni. E non sto proponendo di spegnere il presente, basterebbe farne un uso più buono.

paesaggio autunnale, Assisi

Un galateo del tempo, delle proprie forze. Un regolamento di rispetto per la gioia. Per i pensieri che ti vengono a trovare e sono solo tuoi. Qualche cartellino da timbrare al silenzio. Per diventare linfa, scorrere nel segreto dell’inverno. E poi mettere gemme nuove, forti, in primavera. Frutti saporiti in estate.

 

 

Re-imparare a ricevere

gatto tigre

Ogni volta che vengo qui, nella casetta di legno di Assisi, c’è tutta una famiglia di gatti selvatici che mi attende. Il gatto nero con i nuovi gattini, i suoi fratellastri, che arrivano appena sentono il rumore della macchina, e poi lui: il grande gattone-tigre, come lo chiamo io. Lui non arriva subito, ci mette un giorno o due ad accorgersi che sono arrivata, ma so che prima o poi si fa vivo.

La casetta di Assisi è dentro un bosco, con poche altre case nelle vicinanze, altrettanto addentrate in una stradina che si allontana dalla vita visibile, e si approssima, ne sono certa, all’infinito. Qui, chi vede un gatto lo nutre, per affetto e anche perché è utile a tenere lontano i topi.

Ma il gatto tigre in realtà aveva proprio una famiglia in origine, una famiglia che ad un certo punto ha deciso che c’era abbastanza cibo per lui nel bosco e lo ha lasciato andare. All’inizio era sempre affamatissimo e anche molto aggressivo. Era pressoché impossibile pranzare fuori perché appena sentiva odore di cibo saltava sui tavoli e graffiava.

Poi se l’è ripigliato la natura, e lui a sua volta l’ha ripresa in sé, come un figlio la Madre. Ha trovato un suo equilibrio dentro la catena alimentare naturale, ed è diventato il gatto tigre. Però ogni volta che arrivo prima o poi compare. E in genere non chiede da mangiare: chiede da dormire. Chiede per un attimo di poter mollare tutte le tensioni e l’allerta della sua vita selvatica. Chiede di abbandonarsi.

E io ogni volta mi commuovo. Mi commuove il modo in cui piano piano si riabitua alle carezze. Il modo in cui, ad uno ad uno, se ne vanno nelle ore del pomeriggio i tremori dal sonno. Come si faccia avvicinare prima con cautela poi con gioia. Fino a crollare in un mare di fusa. E come alla fine riprenda la sua vita nelle zampe e ancora se ne vada.

Non è facile, per chi abbia già dovuto abituarsi a star lontano dal bene, riaprirsi a riceverlo. Eppure è questa la strada per tutti: stare in piedi sulle proprie gambe e poi di nuovo aprire il cuore, imparare di nuovo a ricevere l’amore, liberamente.

 

Ri-sintonizzarsi con la vita

la strada di casa

Ieri stavo guidando fino a questi colli e ad un certo punto mi è presa una specie di disperazione. Ero molto stanca e anche trovare un posto di riposo mi pareva una fatica a cui non potevo fare spazio. Così sono finita in fondo alle mie possibilità, come capita a volte quando si è troppo stanchi. Tutto il viaggio mi sono lasciata raggiungere al telefono, da cui arrivava gran parte dello sfinimento, e mi sono ritrovata a parlare troppo, a giustificarmi, completamente vagabonda da ogni centro interiore che tenesse.

Poi sono arrivata su questa strada, la luce del tramonto si stava apparecchiando e pareva la soglia di un mondo nuovo. Nuovo e insieme familiare. L’entrata vera della vita, in confronto a cui tutto quello per cui mi ero affannata in ore e chilometri a chiamare vita non era stato che un’illusione. Ho sentito dentro che qualcosa stava guarendo, si stava aggiustando.

tramonto sul Subasio, Assisi

Questa mattina al risveglio ero una bambina stupita con i piedi scalzi sul prato. Non riuscivo ad allontanarmi dal sole, dalla luce. Da questo ottobre ancora sorprendentemente estivo. Sentivo le mie cellule disidratate di energia tersa che finalmente si stavano dissetando. Ho dovuto occuparmi a lungo della legna da ammucchiare, degli alberi, della lavanda ancora turgida, per ripulire il sangue ancora pieno di finzione.

Certo io amo la natura, e continuo provvisoriamente a vivere in città, ma non credo che questa volta si tratti solo di ciò. Credo che la natura, con la sua verità, abbia solo smascherato la vanità di tutte le ansie, i pungoli digitali, con cui ci rincorriamo e ci convinciamo alla fine di ogni giorno di avere un tempo troppo pieno. Mi sono accorta di non avere più tempo della vita da utilizzare a sprecare tempo.

E non lo diceva la mia ragione, lo diceva il mio corpo, con un linguaggio così chiaro che avevo avuto bisogno di un cielo limpido per decifrarlo. Credo che dovremmo davvero riscrivere la lista delle cose da non perdere, per non perderci. Io oggi ne ho scoperte molte che scriverò. Come apparecchiare tavoli sotto le querce. Accendere una candela appena dopo il tramonto per tenere l’oro negli occhi. Cucinare pensando soprattutto ai colori del prato. Onorare un albero, inginocchiarsi. Appoggiare la guancia a lato di un gatto che fa le fusa.

 

 

Dalla parte della luce

Incontri d’anima

Quando sei pronta, la luce diventa l’unica scelta

Ogni tanto in questi giorni la mente va sopra una conversazione troncata. Si stava ripetendo una cosa che avevo sentito troppe volte. Troppe per non essere ritornata a farmi capire qualcos’altro. Di là veniva aggrovigliata la serenità, si buttavano secchi di buio sopra la superficie limpida delle cose, e se avessi voluto far scomparire quel buio, far ritornare la luce, la serenità, avrei dovuto accettare che quel groviglio fosse la verità. E molte volte lo avevo fatto, in tanti momenti della vita: perché non amo il buio, non amo le cose troncate, non mi piace essere lontana dall’affetto di nessuno. E allora spesso ho finito per scambiare un po’ di bene con il male insieme a cui veniva venduto.

Invece in quel momento non ci ho pensato: ho solo sentito forte che volevo essere da un’altra parte, lontano da quella distorsione di tutto ciò che in me gioiva, che respirava. E così, quando la conversazione è arrivata talmente in basso che sarei dovuta scendere fuori di me a raccoglierla, semplicemente ho taciuto. La frase è rimasta nell’aria, spezzata. Come una fune tesa con cui ti si tira con forza, e tu invece lasci cadere il tuo capo, te ne vai.

Per un po’ ho percepito di là il fiatone dell’attesa: che io fossi sempre io e tornassi per chiedere scusa dei torti subiti pur di ristabilire la pace. Ma diventava un alito sempre più flebile mentre mi allontanavo, finché è diventato di nuovo silenzio. E ora vivo in questo lontano, con tutta la mia vita che continua e il silenzio. E non ci penso molto, ma a volte sì. Che cosa è cambiato in me? mi chiedo in quei momenti.

Oggi, insieme ad una giornata tersa, calma, in cui non ho mosso un passo indietro, è arrivata la prima risposta. Come capita ogni volta che resto nel vuoto senza riempirlo di qualsiasi qualcosa. Ho capito questo: un tempo mi era così difficile accettare che qualcuno si allontanasse che facevo patti con il dolore, purché non accadesse. Ora non più: ora quando qualcuno cerca il mio fianco debole, con l’attaccamento, a volte fortissimo, che può creare il male, desidero andare via, stare da un’altra parte, dalla parte della luce. E continuo il discorso ad un altro livello.

Non rimugino, non incolpo. Provo anzi gratitudine per ogni maestro che mi  aiuta a sciogliere un cordone che mi trattiene dal volo. Metto in sicurezza la mia veste mortale che è qui ad imparare a risalire, e quella deve stare lontano, dire un sì assordante al bene. Ma dentro di me non lascio nessuno nel buio, nel silenzio. Così ora con l’anima sto sostenendo ancora la sua, sto facendo il tifo perché lasci il capo rimasto in mano della fune. Spezzi il meccanismo che lo zavorra al fondo.

E sono certa che ci si può parlare anche così, quando tutte le altre parole sono finite. Nella luce dove non ci si perde mai.

 

 

La strada personale della felicità

Oltrepò, primo autunno

Ognuno è pioniere della propria felicità

In questi tempi vengo spesso interrogata sulla felicità. E mi accorgo che in realtà, mentre spiego, chiarisco soprattutto a me il significato di questa parola tanto vulnerabile.

Innanzi tutto, ho capito che la felicità è una direzione: è un iniziare a fare il tifo per le proprie tendenze più alte, smetterla di compiacersi di tutto ciò che tira verso il basso. Anzi è un esercizio di sottrazione alle abitudini di perdita per rispondere ad un’altra gravità: una forza che eleva anziché precipitare. Ed è quindi l’espansione luminosa che avviene ogni volta che uno dei fili che ci legava al fondo viene sciolto.

Ma la felicità non è solo un orizzonte, è anche tutti i passi che portano a questa meta. Allora potremmo definirla come la capacità di accogliere ogni cosa che ci venga portata dalla vita, affinché facciamo il percorso di liberazione. E questo cammino include prove, gioie, dolori. Di tutto ciò, senza esclusione, è fatta la felicità. E così, allora, è una felicità davvero sicura, stabile, che non viene portata via dalla delusione delle aspettative, poiché è la verità quella che si sta invocando, senza paura.

Ieri, inoltre, mentre guidavo dentro i colori dell’autunno, lontano dalla città, nei primi colli che terminano l’ampia pianura del Po, mi si è rivelato un altro tassello . Ero andata lì per incontrare una coppia fuggita da Milano, ormai da otto anni, per vivere in una casa che stanno costruendo da sé, una casa di legno, sabbia e paglia, in mezzo al verde e al cielo. Per vivere, insomma, come dicono di voler fare in molti: ma loro l’hanno fatto davvero.

Mentre chiedevo loro se credessero che questo fosse il futuro, alternativo al sogno di benessere soprattutto economico che ha guidato finora la società, ho sentito che qualcosa in me non credeva alla domanda. Se non per il fatto che stavo parlando io di me stessa, ma non credevo nel modello. Nella felicità che si fa dottrina, ideologia. E oggi quando stavo cercando di raccontare l’incontro, all’improvviso mi è stata chiara una nuova cosa, che era già in me ma che ancora non mi si era definita con chiarezza.

Ho capito che non esistono dei battitori di sentieri di felicità: che la felicità è un discorso che ciascuno può soltanto dire per sé, e compierlo seguendo la propria mappa interiore, e nessuno può conoscerla, suggerirla, farla copiare. Ciascuno è pioniere della propria felicità. E qui con felicità intendo quello che nella filosofia indiana si indica come Dharma, la giusta azione, ovvero la propria missione. E penso anche che se tutti davvero incarnassero la propria missione il mondo sarebbe già il paradiso.

E non lo è proprio perché cerchiamo di essere tutti uguali, anziché tutti diversi.

lampi di natura

 

 

foglia nel parco Trotter, a Milano

Prima stavo ritoccando per un libro la storia di una donna coraggiosa che ho incontrato due anni fa, una donna che ha lasciato tutto per vivere in montagna con 50 capre, un cane e l’immensità del cielo e della terra. E mentre scrivevo mi è arrivata forte la sensazione di libertà e fresco che avevo provato stando lì. Che ho provato in tanti istanti in cui ho fermato il tempo e sono ritornata dentro al respiro naturale.

All’improvviso tutto quello che stavo vivendo, che stavo facendo, è come impallidito, mi è sembrato una lunga prova generale, affannata, impaurita, prima della verità che accade quando esco da questo gioco e ritorno ad essere quella che sono: un pezzo del creato.

Ho spento il computer e sono andata a camminare al parco. C’era un vento forte, spingeva dentro il tramonto delle nuvole gonfie, liberando un cielo terso, con una luce ancora quasi estiva. Intorno qualcuno camminava, qualcuno correva con la tuta da ginnastica. Nell’aria qualche foglia oscillava a destra e a sinistra prima di toccare la ghiaia.

Io continuavo a pensare che da troppo tempo continuo a desiderare questo ritorno nella natura, da troppo tempo continuo a vivere invece di tanto, di fretta. Ho avuto il desiderio forte di liberarmi di tutto quello di cui conosco l’illusione e che pure lascio attaccato alla vita, per far andare avanti il gioco.

Ho avuto la fortuna di tanti giorni belli, e ho avuto il privilegio di sollevare lo sguardo al cielo, dove posso sempre ritornare quando mi perdo. In tante cose ho trovato nutrimento, ma nulla è mai stato per me tanto divino quanto la natura. Quando riesco a darmi completamente dentro il suo abbraccio, vedo in trasparenza la luce intorno a cui esiste ogni cosa. Il pezzetto di eternità che vive in tutto ciò che è. Una sazietà che non ho mai provato ai banchetti di quest’altra vita.

Ecco, i prossimi passi sono questi: togliere gli ormeggi anche all’ultima paura. Lasciarsi portare a casa. Addormentarsi ed essere certi: lì dove ti porta la vita quando smetti di mettere davanti qualcosa di te, qualcosa che semplicemente ti rassicura, è il luogo che ti stava aspettando, che da sempre stavi cercando.