visita medica 2

Forza e compassione

Lei non può comportarsi così: non viene ai controlli, non ritira i referti. Si rifiuta di prendere le medicine. Non può vivere come avesse sempre vent’anni…

Dottoressa, è proprio perché mi sono lasciata da tanto dietro i vent’anni che accolgo il mio corpo com’è, con i segni del viaggio. Non ho nessuna intenzione di averne un altro, nuovo di zecca. Di mandarlo in carrozzeria, di cambiare i pezzi.

Lo so perché ho quella ferita che sanguina e cresce dentro la pancia: è uno strappo, mi ricorda il tempo in cui non volevo sentire il suo pianto. Prima di rompersi mi ha parlato in tanti modi: è stata tristezza, è stata richiesta di rispetto, è stata implorazione d’amore.

Non ho ascoltato, non ho preso la strada a cui mi chiedeva di credere. Ho cercato di cancellare il dolore portandomi di peso da un’altra parte. Scappando, le parti più fragili si sono rotte. Non è nient’altro quello che lei oggi vede e mi indica sul suo schermo in chiaroscuri.

E cosa dovrei fare allora adesso: un’altra volta non esserci, tagliare, non attendere cosa c’è da comprendere dentro quel dolore? Sa, quello che ho imparato facendo la strada è che guardare la sofferenza negli occhi è l’unica soluzione al soffrire. Solo così respira, riposa. Si acquieta. Non cancellandola.

Ho adeguato la mia nuova vita al camminare tenendola per mano, per non dimenticarmi più della scelleratezza di non essermi accolta, abbracciata, amata abbastanza. E perché non dovrei anche avere un po’ di dolore per questo? Non voglio essere perfetta, voglio accogliere completamente le mie imperfezioni.

Oggi credo nell’esattezza della vita, e ringrazio tutti i passi e i dolori che servono per andare dalla terra al cielo. E questi, la assicuro, sono regali che non scambierei mai con i miei vent’anni.

 

 

spiragli d’anima

Inizio d’autunno

L’autunno inizia di nascosto quest’anno. Fa convivere aria ancora estiva con la natura che si colora e segue il proprio corso. Mi sento sempre strana quando una stagione entra nell’altra. Ogni anno credo di essere pronta, invece c’è un momento in cui vorrei trattenere il lembo di vita che se ne sta andando, mettermi davanti a quello che sta per entrare, sbarrargli la strada e chiedergli di aspettare un attimo. Dirgli che non sono pronta, che mi fa disperare lasciar sempre andare via ogni cosa così, con velocità. Che ho bisogno di fermarmi: di sedermi, di pensare a cosa è successo.

Non è nostalgia. Ma le cose mi restano dentro a lungo, e solo con calma fanno venire a galla il loro senso. In questi giorni c’era dentro il petto una grande costipazione. Non riuscivo a scrivere, non riuscivo a sciogliere in significati chiari il groviglio che mi tratteneva dal sentire. Oggi all’improvviso qualcosa si è sciolto: mi sono permessa di piangere. Ho trovato sotto la calotta forte, luminosa, che ho cresciuto con tutta la determinazione che ho potuto, della tristezza che avevo dimenticato. L’avevo chiusa dentro uno spazio inaccessibile persino a me.

Sotto il rigido, il teso, il forte, questa parte oggi ha trovato un pertugio ed è uscita. Mi ha raccontato vecchie cose nuove. Mi ha fatto comprendere quanto quello che chiamiamo mondo non sia in fondo altro che l’angolo vitale in cui ci siamo rifugiati, a lato dei grumi di macerie di tutto quello che ci ha fatto male e a cui abbiamo chiuso la porta. E come sia impossibile da questa prospettiva piccola incontrare davvero qualcosa, qualcuno. Altri mondi nati da altre storie. Quanto ci illudiamo a questi piani di amare e quanto lavoro di libertà ci sia sempre ancora da fare, prima di far realmente scorrere la vita.

Ecco, per un attimo ho visto il puntino luminoso della mia anima pulsare sotto strati e strati di controllo, di sforzi e di fatiche. Chiedeva cose semplici, silenziose: chiedeva di respirare, di dargli una possibilità di essere quella che è. Anche fragile e triste a volte. Mi chiedeva di fidarmi di lei. Di lasciare la presa, di smettere di fare tutto quello che faccio per poca fiducia nella vita. Di provare di nuovo a vedere la magia che tiene insieme le cose, e che non devo fare tutto da sola. Ma, finché continuerò a farlo, non potrò mai sentire il supporto dell’universo che sa perché siamo qui, dove dobbiamo andare.

Mi sono fatta pena, credo, per questo ho pianto. Sono stata brava a fare, oggi pensavo, ma non a ricevere. Non lascio aperti spazi perché ho paura che non entri nulla. Non chiedo perché ho paura che non mi venga dato. E non mi affido perché temo che nessuno potrebbe prendersi un po’ del mio peso, quando sono stanca. Ma quello che oggi ho visto chiaro è che da soli si può arrivare solo fino ad un certo punto. E non c’è nessun eroismo in questa resistenza.

Credevo di aver fatto un pezzo di strada. Oggi mi sono rivista ancora ai piedi della montagna. Ma forse già vedere la montagna è un grande privilegio. Un nuovo punto da cui partire.

 

Morbidezza

Tramonto a Manarola

Un tempo attendevo un Grande Interlocutore. Un luogo umano esterno a me in cui ci fosse aria di casa e si potesse respirare, riposare, perché ogni parte si sarebbe sentita accolta e compresa, senza bisogno di dirsi troppo. Per fortuna ora non faccio portare a nessuno questa responsabilità o il carico di essermi traguardo.

In questo modo ho imparato ad apprezzare anche quando la vita mi mette a confronto con uno specchio di una o di alcune parti di me, senza che le altre si sentano tradite e abbandonate. E non ho il bisogno di giudicare neppure nell’altro le parti che vanno per un cammino diverso, dove non sento passare la mia strada.
La cosa bella è che così la vita ha moltiplicato le occasioni di meraviglia, e dentro è cresciuta una nuova morbidezza, una nuova capacità di amare le cose senza volerle cambiare a mio modo, semplicemente perché non le devo possedere: ma solo far scorrere dentro i giorni che restano ben tenuti al mio centro interiore.
Qualcosa così credo sia la libertà che dobbiamo dare a noi stessi, per concederla anche a tutti gli altri.

Growing in compassion

Mattino sui colli, dentro luce, fuori pioggia
Qui sui colli sono tre giorni che non sorge il sole. C’è una tempesta di vento che sfida ogni cosa, piovono gocce orizzontali che entrano negli occhi e li offuscano.
E poiché il cielo racconta sempre tante cose di noi, mi sono trovata in questi stessi giorni spesso sulla soglia tra la luce e il buio. Ho avuto il destino e il privilegio di essere accanto a molte persone mentre affrontavano sfide importanti, di tenere per mano amici che lasciavano andare i loro cari, di essere scelta per ascoltare tremori e paure.
Mi sono accorta però che ho fatto una grande ingiustizia, e ho accolto molti di questi racconti riportandoli alle mie unità di misura. Dando loro i contorni netti che avevano nella mia immaginazione, senza tenere conto che invece dietro agiva la forza creativa di altri e dei loro mondi. Così, quando ho scoperto che alcune di queste cose per cui mi ero allarmata non erano così come mi erano state raccontate, e anzi alcune erano proprio delle fantasie, ho avuto la tentazione della delusione. Mi sono fermata poco prima che diventasse giudizio. Ho osservato le parole che avrebbero voluto far giustizia e che spingevano per uscire, ma non le ho pronunciate, ne ho smorzato il suono, le ho fatte implodere in silenzio e pazienza.
E oggi è già un altro giorno. Fuori c’è ancora il vento e piove, ma dentro si sono accesi luce e calore. Ho capito che non c’è molta differenza tra una paura interiore e i modi in cui viene espressa. E restare solo a questi ultimi serve proprio a poco. Tanto meno serve giudicare o rinfacciare che si è scoperto che non è verità. E offrire ad una persona la versione peggiore di lei serve pochissimo ad aiutarla e a cambiare le cose del mondo.
E’ molto più interessante quello che accade dietro le parole, dove questa fantasia ha la sua sorgente, e lì si può allora cercare di capire cosa veramente provi un altro e perché si sia trovato a dover immaginare tanto male. Lì si può anche aiutare a reindirizzare questa energia messa a servizio del dolore verso qualcosa di più luminoso, e offrire una reale alternativa. Il giudizio invece sarebbe nato dalla stessa parte esterna di me, e non sarebbe stato la mia incandescenza interiore che trova affinità e fratellanza in quelle di tutte gli altri. Da queste cadute nelle forme esterne del sentire si originano infatti odio e guerre, che sono effetti della separazione.
Così oggi mi sento davvero vicina a tutte queste presenze della mia vita e le ringrazio per avermi insegnato qualche cosa in più, e non ho neppure bisogno di parlare con loro, di chiarire: posso ospitare le paure e i dolori nel cuore e cercare di offrire da lì un più profondo aiuto.

doni dal cielo

Tramonto in laguna

Devi essere abbastanza distratto perché un dono trovi lo spazio per arrivare. Fin tanto che lo richiedi con il cuore pieno di mancanza, può raggiungerti soltanto lo specchio del tuo vuoto. E’ dalla gioia invece che discende la gioia, e il corrispettivo di tutte le tue preghiere esiste in cielo: attende soltanto che tu salga alla sua altezza, a mani libere.

Così in questo periodo di tanto, di troppo fare, un giorno ho rivolto al cielo parole senza attaccamento: forse un dono di bene mi aiuterebbe a non prendere sul serio questo tempo impegnato, lo trasformerebbe in calma e pazienza, ho pensato. E senza quasi accorgermene, senza quasi dirmelo, avevo messo un seme.

Poi me ne sono dimenticata e ho ripreso a fare le mie cose. Intanto il seme cresceva, e quando è stato il momento è arrivato il frutto del mio desiderare. Era in realtà un dono che avevo richiesto due anni fa, ma allora ero tutta lacrime e disperazione, e non poteva scendere del bene in quelle condizioni.

Due anni e mezzo fa avevo preso un cane in canile. Avevo visto la sua foto, il pelo rosso, gli occhi imploranti, e non ero riuscita a resistere. Io amo i cani, un piccolo cane salito con gli angeli ormai sei anni fa è stata la cosa più felice della mia vita. L’arrivo del nuovo cane forse voleva replicare quell’amore.

In mezzo però erano successe nella mia vita cose grandi e terribili, cose che mi avevano fatto ripiegare il cuore. Credevo fossero faccende ormai troppo vecchie e che il cane fosse un ricollegarmi direttamente al tempo che aveva preceduto quella frattura. Invece tutto ciò che non hai realmente attraversato e superato prima o poi ritorna a bussare, a farti fare un’altra prova di crescita.

Così arrivò il cane con un grande camion, insieme ad altri cani, dai canili del Sud. Era grande, buono, e insieme trepidante e terrorizzato al percepire che qualcuno potesse renderlo felice. Lo chiamai Romeo. Ricordo perfettamente la sua emozione il giorno in cui iniziò a pensare di avere proprio lui una casa. Le corse sulle scale e la soddisfazione di riconoscere la porta: quella era la sua casa.

Romeo

Ricordo che quel giorno piansi. Lui la sua prova la stava affrontando: aveva avuto un padrone, era stato abbandonato, e piano piano si stava di nuovo affidando a qualcuno. Quello che non avevo invece capito era che io non avevo ancora superato la prova.

Man mano che passavano i giorni e le settimane, Romeo era sempre più attaccato a me. Talmente attaccato che diventava una pena ogni mia uscita. Ogni volta per lui era per sempre. Usciva sul balcone e piantava lo sguardo nel vuoto e piangeva, abbaiava e mi cercava in modo straziante.

La notte piangeva fuori dalla mia porta e se la socchiudevo veniva più volte a controllare che io ci fossi, solo questo lo rassicurava. In me cominciò a salire un turbamento che non riuscivo a controllare, divenni completamente il cane: le sue paure, il suo abbandono, la sua solitudine. Vidi in lui lo specchio del mio dolore.

Non ce la feci. Dopo un mese, Romeo se ne andò. Il cielo, ne sono certa, mi venne in aiuto e mi portò una bravissima persona che cercava un cane. Aveva una casa grande e un balcone. Una vita regolare e un bambino. Iniziammo a fare il passaggio.

Quello che ho provato quando mi sono girata e l’ho lasciato non credo che potrò dimenticarlo neanche al termine dell’eternità. Proprio io, che ero stata abbandonata e che amavo i cani, gli stavo facendo provare un nuovo abbandono. Lui intanto aveva ritirato indietro la sua fiducia, era ritornato esattamente come quando era arrivato dal canile: inebetito dagli eventi. Dormiva e mangiava senza più espressione.

Piango ancora mentre lo scrivo. Nei mesi che sono succeduti a tutto questo avevo un solo pensiero: riavere Romeo, riparare con lui, con me. Ma non era più possibile cambiare idea. Non era neppure giusto, se gli volevo davvero bene, al di là di tutto quello che mi stava attraversando.

E poi prima dovevo guarire. Io non ero stata in grado di dargli rifugio, esattamente come non ero in grado di dare rifugio a me stessa. Di accogliermi, di perdonarmi, di amarmi, di trattarmi bene. Ero molto brava a vivere da guerriera, mi ero temprata a vincere nelle sfide, a resistere nelle sofferenze, ma il mio cuore non era più in grado di aprirsi.

Romeo è stato un grande maestro, mi ha insegnato che la mia vita così come stava andando non aveva senso: che serve un po’ di morbidezza, serve il silenzio dal fare, e serve l’amore. Non si può davvero far conto solo su di sé: dopo aver imparato a stare in piedi con le proprie gambe, bisogna reimparare a ricevere, ad affidarsi.

Sono due anni, dunque, che sto cercando, ad una ad una, di togliere tutte le serrature dal cuore. E qualcosa di tenero, di calmo, di spazioso, ha ripreso a vivere in me. Mi dedico del bene. Mi allontano dal male. Mi prendo del tempo per non essere tesa, per non essere neppure ostaggio della tensione altrui.

Così l’altro giorno chiedevo un dono di bene al cielo. Ed è arrivato quello che non aspettavo più: Romeo, dopo due anni. Romeo ha una meravigliosa padrona, che è diventata una presenza bella della mia vita. Non è più questione di possesso ora, ma di una storia da chiudere per poter ripartire.

Così lei era via e Romeo è tornato qui, dove tutto era finito bruscamente. Ed eravamo altri, pronti. Con cuori pieni d’amore, di gioia, di gioco. Sono stati giorni bellissimi e pieni di senso. E una volta di più rinnovo la mia fiducia alla vita, che ritorna, che ti dà sempre una seconda possibilità, quando sei pronta. Perché tutti i finali di tutte le storie iniziate devono essere scritti, prima di chiudere questo cerchio di eternità.

 

una goccia nel mare

Io faccio così: se mi contraggo intorno ad un pensiero, ad un timore, ad una preoccupazione, la prendo e la immergo in uno spazio più grande. Come una goccia dentro al mare. Allora, nella vastità del tempo e dello spazio, non fa più paura, e so di nuovo che ogni giorno non è che un piccolo pezzetto di eternità dove non puoi controllare tutto: ma tutto quello che arriva ha esattamente le indicazioni che ti servono a procedere in questo momento.
Questa la mappa che tengo anche davanti alla grande confusione di stimoli, allarmi, proposte che vorrebbero sempre scompigliare la pace e dire che ci sono cose da fare, da conoscere, da vedere: sono manie di controllo pure queste. Quello che arriva davanti è giusto, il resto posso lasciarlo andare. E tutto quello che tempo fa era importante non è detto che debba esserlo ancora oggi. Un tempo volevo leggere tutti i romanzi, oggi preferisco molti silenzi.
Così riesco a respirare anche in questi tempi sovraffollati e ad accogliere tutti i regali che giungono dal cielo. Non quelli che aspettavo, che chiedevo: quelli giusti per me, che non osavo neppure immaginare.

illusione alla luce del sole

Milano al sole, Corso Buenos Aires

Certe volte è così chiara l’illusione in questa città da diventare sopportabile. Non è più una minaccia ma un gioco. Si fa talmente chiaro il suo mentire, le sue false promesse di felicità, che non penso neppure più che voglia essere creduta. Allora cammino, attraverso la baraonda senza più difendermi, non c’è più nulla di armato. E’ come una visita a un lunapark.

Salgo scale potenti, ascolto prepotenze, ma non si accende in me né rivalsa né rabbia: è come essere a teatro e di fronte ho qualcuno che sta cercando di suscitare in me reazioni. Che sta recitando le proprie illusioni. Poi rivolgo un attimo lo sguardo dentro e trovo pronta a sgorgare la compassione. Mi chiedo quanto dolore, quante porte debbano essere state chiuse e lasciate al buio per riversare così tanta voce alta sul mondo.

Scendo le scale con gli urli rimasti dietro, e i finti abbracci e le parole da protocollo, e mi metto nella bolgia. C’è il sole, sembra un’illusione ancora più mansueta. Entro in qualche negozio. Prendo in mano cose di cui non ho bisogno. Chiedo i prezzi, non c’entrano nulla con quello che tocco, ma li accetto come puri numeri dell’illusione. Esco e cammino ancora. Dietro la porta lascio la musica assordante che dovrebbe forse far dimenticare il silenzio.

Resto in coda con un gruppetto di persone, in attesa che il semaforo pedonale diventi verde. Accanto a me una donna di mezza età con le labbra grosse dipinte. Forse ad un certo punto della sua vita ha pensato che non c’era altro modo per essere amata, accettata, per fermare il tempo. Ha puntato sulle labbra. Ancora scintille di compassione dentro. Fuori invece le sorrido, immagino che anche lei pensi che io sia una donna di mezza età, inverosimilmente non truccata da qualcos’altro. Ma siamo nell’illusione, nel gioco.

Dall’altra parte della strada uomini buttati a terra: chiedono aiuto con tasti di dolore diversi. Sono povero. Sono padre di due bambini senza lavoro. Per favore aiutatemi. Devo scegliere, scelgo un ragazzo di colore con le guance scavate, non so cosa resterà a lui, ma metto nel suo cappello qualche moneta. Lui valuta l’importo, poi alza la testa e mi dice grazie signora con il poco italiano che ha. Dentro ancora cascate di compassione per la parte che gli è toccata nel gioco, fuori cerco di fare posto anche questo. Sopravvivere alla città lo richiede.

Proseguo, scendo nei corridoi della metropolitana. C’è gente che consuma la pausa pranzo in un ristorante sotterraneo a basso costo: cotolette, pomodori, foglie grandi verdi e rigide. Odori forti, ma è illusione. Risalgo e sono quasi a casa. Sì c’è il sole, e il film della vita è più tenero più dolce. Per oggi però basta, lo spengo, chiudo la porta. Ringrazio anche di questa finestra sul mondo.

 

 

 

Gratitudini, a lato di sé

Disegno di Eloisa Scichilone

In questi giorni ho trovato la luce in luoghi in cui non l’avevo mai cercata. E ho compreso una volta di più che la strada di crescita è piena di insidie, anche quando ti pare di aver detto un Sì pieno al vero. Che l’ego è un bambino spaventato e cerca sempre attenzioni. Perciò, finché non sei completamente libera dalle sue piccole tirannie, devi sempre fare attenzione se quello che chiami Bene tu lo stia davvero considerando da un punto di visto esterno al suo Regno. E se così non fosse – come è probabile finché brancoliamo qui tra le illusioni – allora è molto meglio lasciarsi portare dal flusso della vita, dove accade quel che deve accadere, comunque. Dove sei una goccia del mare, nulla più. Ed è bene ricordarlo, sempre.

Così, in questo momento stavano accadendo molte cose belle. Direi delle cose belle che passavano attraverso di me per compiersi. Questo era quello che pensavo mentre le vedevo nascere e cercavo di farmi piccola, di ritirarmi. Di sedermi a lato della strada della mia vita per farle scorrere meglio.

Ma ad un certo punto il bambino che ho dentro si è svegliato e le ha viste. Non si è sollevato a scompigliarle, a giocarci, a sciuparle. No. Però ha iniziato a pensare pensieri tipo: passano proprio attraverso di me. A sentirsi chiamato a grandi compiti, ad esserne felice, ma anche in qualche modo, inconfessabile, orgoglioso. E poi la cosa peggiore: a dirlo ad altri, togliendo così completamente ai semi di bellezza la protezione, esponendoli nel marasma delle energie del mondo.

In questo modo le cose hanno perso la loro purezza e si sono sciolte, non hanno fatto in tempo a nascere. E qui si sono sollevate tante altre appendici dell’ego: le aspettative, la delusione, la vergogna. La giustificazione, le scuse, persino l’auto-colpevolizzazione.

Per un momento, mentre provavo vergogna, mentre mi scusavo, mentre cercavo in me la mancanza per questa azione impalpabile che si era intromessa con la creazione, ho creduto in realtà di ripulirmi, di essermi elevata con il non incolpare altri che me: invece anche questi sentimenti sono parti dell’ego.

Ogni cosa che dice ‘proprio Io faccio questo”, “proprio Io sono caduta”, sono ancora inopportune attribuzioni di importanza a sé. Lasciare invece libera la creazione di compiersi attraverso di noi, non dovrebbe creare nessuna reazione, neppure se il suo compimento dovesse in qualche modo grattare i nostri livelli più bassi e farli emergere. Nulla in noi dovrebbe sentirsi chiamato in causa come forma separata della creazione stessa. Semmai solo come un rifugio temporaneo, in cui la forza creativa sosta e genera per un momento.

E allora dopo tutta questa rivoluzione del sentire, oggi in me si è compiuta un’ulteriore trasformazione: ed è la gratitudine perché queste mie parti ancora da pulire mi si sono rivelate. Bisognerebbe essere sempre grati, non importa quali siano le circostanze, a tutto ciò che ti indica la strada. Senza neppure giudicare la qualità dei passi, se siano gioie o dolori.

 

 

 

la guarigione della Compassione

La strada di casa, Assisi

E oggi è ancora tutto diverso. Ieri sera avevo avuto paura di perdere la Pace riconquistata. Che fosse solo di questo luogo, di questi giorni. Ma avevo parlato troppo presto, avevo fatto un ragionamento troppo umano, tenendo soltanto conto delle mie forze. Senza il miracolo che sottostà ad ogni istante, se gli apri la porta perché ti possa parlare. Senza la compassione in cui sai di essere parte unita del creato.

Eppure so e dimentico sempre che, ogni volta che vengo qui, una ragione precisa mi ha convocato. E tutto quello che accade non è che la sequenza perfetta di esperienze necessarie perché io possa incarnare la crescita prevista. Anche i momenti difficili, in cui mi pare di non riuscire più ad andare avanti, e cedo alla stanchezza più profonda.

Anzi: proprio in quelli, se ho davvero abbassato la guardia, se mi sono fatta abbastanza da parte, ha spazio per entrare il miracolo, per agire la Grazia. Che non potrebbe assolutamente levitare dall’anima se tutto lo spazio fosse ostruito da ciò che in me si tende e controlla e si unisce al coro degli affanni dicendo “Io”.

E così questa mattina, mentre cercavo la luce dietro gli occhi, nella meditazione, è venuta a galla una nuova chiarezza. Ho visto e sentito, come una cosa viva, non come un pensiero che si spreme dalla mente, che non c’è nessuna divisione tra me e tutto quel mondo confuso e caotico che mi aveva rubato la Pace.

Strada per santa Maria di Lignano

Che non sarà mai vinta quell’irrequietudine andando in qualche luogo lontano, o salendo qui sui colli, se non la guardo dentro di me. Che la vera conquista non sarà costruire un muro abbastanza forte tra me e il mondo, ma sapere che il mondo si affanna, prendere parte con il corpo alla parte del gioco che spetta a me, eppure di qua della porta interiore riuscire ancora a difendere la Pace.

Sapere che ogni mattino di là della porta arriverà un po’ di urlo, ed è il tuo, la tua parte ansiosa che non riesce a suddividere per ogni giorno il compito del vivere, eppure dosarlo e anche guardarlo come un osservatore. Di più: i nomi e i fatti che diamo a questo tormento, non sono nomi e fatti, sono ancora una volta parti di noi. E c’è un unico modo per conviverci: con compassione.

Tutti quelli che incontriamo e sono presenti oggi nel nostro vivere sono maestri di qualcosa che dobbiamo illuminare, e non serve a nulla, una volta di più, chiuderli fuori, costruire un muro. O farsi sopraffare e poi sfinirsi. Serve invece interrogarsi nel profondo e mandare avanti poi il cuore.

Vedere con commozione come tutti, proprio tutti, anche i gattini che schiacciano il muso contro i vetri, vogliono una sola cosa: essere felici. E fanno il meglio che possono per camminare verso questa meta. E ogni tanto sei tu che cadi, ogni tanto sono le persone che camminano vicino a te. Ma giudicare, separare non guarisce nulla, non aiuta nessuno.

Vista dalla casetta nel bosco

Irradiare amore dal cuore invece sì, trasforma per piccoli passi il mondo. Questa è la vera Pace. E questo il vero insegnamento di questi giorni: la natura è il frutto dell’amore materno divino, non è l’autorità del Padre: è l’accoglienza infinita. La commozione per l’immensità.

Non è l’azione del guerriero che vuole cambiare il mondo da fuori: è l’accettazione che il mondo non lo puoi cambiare con la forza o con il lamento, ma se da dentro ti sintonizzi con questo amore. E allora avrai fatto la tua parte nel creato, di cui non sei che una cellula, unita al tutto.

 

 

la cura dell’Infinito

Alberi, primo autunno, Assisi

Quando sono sfinita, mi cura una sola cosa: l’infinito. E in questi giorni di cielo e di colli ho respirato sconfinatezza, mi sono dissetata. L’autunno è stato un compagno mite, posato con grazia sulle foglie, sui lembi di prato. Ogni giorno un po’ di più, senza farsi notare. Foglia a foglia, filo d’erba dopo filo d’erba, ogni mattino un po’ di oro e di rame nuovi tra le pieghe del paesaggio.

Una volta ancora, la natura è commovente. Non solo bella, non solo maestosa: prende al cuore. Costringe a sopportare la verità sulla fragilità di ciò che vive. Addestra a guardare negli occhi tutto il ponte della vita, tra la nascita e la morte. E la fame, la sete, il freddo. Dove ogni rimedio, ogni rifugio sono rimedi e rifugi piccoli.

A volte mi chiedo se abbiano freddo tutti gli animaletti che si affacciano qui ai vetri della casa, e vorrei dare tetto e cibo a ognuno. Distribuire carezze, rassicurare la vita. Mi fa male pensare che a qualcuno lì fuori possa mancare qualcosa, poi devo cedere alla mia impotenza di fronte alla vastità.

Strada per santa Maria di Lignano

 

E nel bosco da qualche giorno ci sono gli spari dei fucili, a volte urla strazianti. E anche questo ho dovuto stivare nel cuore, ed espanderlo perché potesse contenere tutto senza fratturarsi. Una resa all’infinito, e un racconto sul mondo, che alla fine ha rimesso in ordine di grandezza le cose.

Quando sono arrivata qui, se n’era andata via tutta la pace. Ero velocità e attività. La mia permeabilità ai dintorni dovrebbe farmi scegliere sempre bene i luoghi e le situazioni. Invece ero cascata di nuovo nella boria di portare luce a tutto, e di essere forte, e alla fine mi mancava il respiro. Non trovavo più il mio tunnel d’aria.

Ci penso da un po’. Di là, nel mondo che corre, è come se il vero sfondo di quella che chiamano la crisi economica fosse in realtà una crisi di energia. Non c’è più aria e sostegno vitale per tutti. C’è un’apnea generale che crea spavento e affanno. E la lotta non è davvero per un posto di lavoro, ma per il proprio metro cubo di respiro, di riposo, di silenzio. Ci rubiamo l’un l’altro l’ossigeno, la forza di vivere.

Ecco, io non me n’ero neppure accorta, ma non ce la facevo più. Sì, ero sfinita. Ed è stata una lunga cura ricostruire la pace. Guarire il corpo infiammato e l’anima tesa. Un lento ascolto del ritmo naturale che da solo guarisce ogni cosa. E un ritrovare il senso della vita, onorandola in ogni momento, facendo di ogni azione un’offerta rituale.

fioritura in novembre

Ritrovare la sacralità e l’immensità che portano ogni giorno dall’alba al tramonto. E la gratitudine per ogni raggio di sole sul prato. Per le curve dei colli. Per il vento che fa disegni tra le foglie. Per certe ore d’oro del pomeriggio. Per il colore del cielo che non ricordavi così terso. Per la luna di stasera.

Vivere così è pregare. E questa preghiera voglio portarla con me ora, non scordarla più.