ancora sull’idea di Libertà

Pensieri di settembre

Sbaglio spesso allo stesso modo quando cerco di aiutare qualcuno. Credo dipenda dal fatto che voglio portare una persona ad un’idea di bene mio, riducendo ogni possibile mondo al mio mondo. In questo modo interrompo anche l’esperienza che l’altro stava facendo, e che forse doveva passare proprio dal dolore o da una difficoltà. E quando questo accade, prima o poi la verità interviene, anche in modo eclatante, a rompere ogni ordine, per riportare le cose al loro corso naturale.

Penso sia molto difficile aiutare davvero un altro, e per farlo bisogna avere sviscerato a fondo il significato di libertà. Ho capito ad esempio che libertà non è mettere una persona in una posizione più comoda, per farle osservare meglio la vita: è avere raggiunto un’elevazione tale da non voler nessun controllo e non nutrire nessun senso di possesso rispetto a questa persona, con cui forse uno scambio di esperienze era segnato nel destino, come un’appuntamento fissato dall’anima non si sa in quale tempo lontano.

E ho capito che per accogliere questa libertà sono necessarie due cose: coraggio e morbidezza. Coraggio per non tremare affidandosi completamente al flusso delle cose, che è quello che scorre quando si lascia andare il controllo, sapendo che dopo questo cancello ogni istante sarà nuovo e non certo, e morbidezza affinché la vita possa davvero attraversarti, scandirsi in istanti perfetti, completi di quello che serve ad ogni tuo passo.

Accedere a queste altezze non è facile. Finora, mi rendo conto, avevo cercato di bussare alla porta della libertà armata solo del coraggio, sicura di avere forze sufficienti a guardare in faccia ogni cosa. In questo periodo allora la vita è venuta ad insegnarmi una grande nuova lezione: che il coraggio, se utilizzato in maniera sconsiderata, indurisce e tende le vie attraverso cui le esperienze dovrebbero scorrere, e quindi consente di raggiungere molti traguardi lontani, ma di perdersi la presenza reale nelle cose.

Per questa ci vuole morbidezza, serve la capacità di guardare le proprie certezze messe in disordine, di affrontare un mattino pigro in cui non fai quello che ad ogni risveglio ti eri disciplinata a fare. E fa bene anche accettare certi giorni vuoti, che solo con sforzo potresti riempire per paura di non perdonarti la sera, per averli semplicemente osservati impallidire piano fuori dalla finestra. Ci sto provando un pochino al giorno a deludermi, a non essere il progetto perfetto di me, a permettere di non esserlo anche agli altri.

 

Esercizi d’amore

tra colori e spine, cardi

Per un momento ce l’ho fatta a stare completamente dentro lo spazio del cuore, dietro le ferite, oltre le paure e le cose fatte di pelle e di memorie in cui siamo lontani. Ho visto la bellezza che c’è in tutto in quel che vive, quanto sia possibile partire in ogni momento per un viaggio d’amore, non importa neppure quale sia il pezzo del creato che ci è stato dato da tenere vicino. Ho sentito quanto è grande e potente quella forza, quanto lo è in ognuno, e quanto lì sia sempre facile trovarsi, essere tutti uguali.

E’ stato un attimo mentre mi parlavi, mentre ti ascoltavo, mentre muovevi le mani nell’aria. Mentre disegnavi una linea perfetta tra le labbra. Eri qui e mi mancavi. Ho ricapito il perché di tutte quelle coperte che ho messo alla mia vita, la forza che ho cresciuto da sola, per non veder più partire nessuno. Ma tutto questo coraggio ora era buono e mi serviva: mi era chiaro che non eri tu, che ti avrei restituito presto alla vita. Non erano più cose e persone, era uno stato dell’anima, l’unico da cui è possibile dare un senso all’essere vivi.

Ho compreso la gloria e il pericolo di quella porta spalancata su ciò che si muove, senza certezze, se non che è sempre perfetto quel che arriva, quel che se ne va. Poi mi sono di nuovo spaventata, sono ritornata indietro. Ho di nuovo protetto il sentire. Quella vulnerabilità con cui ho attraversato già tanto dolore. Ma qualcosa è rimasto chiaro, in luce, come una direzione verso cui camminare. Da allora faccio ogni giorno, come posso, i miei esercizi d’amore.

Quando mi sveglio cerco di essere morbida con il tuo dormire. Accosto la porta, faccio un poco più piccolo il mio mattino. Apparecchio per pranzo i colori che ami, li preparo con calma, cerco di non pensare al tempo che fugge, che ho riempito di tutto, per anni, per non cadere. Piego piano la sera i resti della giornata, mi faccio da parte nel sonno, perché ci sia posto anche per il tuo sognare. Non è facile, e non sempre mi riesce, ma so che sei arrivato ad insegnarmi questo, e non voglio mancare.

Sai, è stata una lunga prova, una lunga attraversata, appoggiare solo su di me ogni cosa. Ora aspettami se puoi: un po’ alla volta imparerò, restando in me, ad appoggiare anche su di te, un lato del mio cuore.

 

 

 

“Apri il tuo cuore e mi prenderò cura della tua vita”

Il tempio della gioia, Ananda Assisi

In questo mese di agosto mi è cresciuto il cuore. Non è ancora grande come vorrei, ma qualcosa di nuovo sta nascendo, si sta facendo spazio. E’ successo come accadono i fiori e i frutti quando è la stagione. Ed è successo sopra i colli di Assisi, nella comunità spirituale di Ananda, dove i giorni hanno un senso pieno, un esito sorprendente e giusto.

Ad Ananda ogni giovedì viene fatta una speciale cerimonia di ‘purificazione’: scriviamo in un bigliettino le cose da lasciar andare e le bruciamo in una fiamma liberatrice. Ma i pesi non bruciano da soli: prima bisogna dare un vero assenso a questa libertà, ovvero l’assenso a ricevere, a mettersi nelle mani di chi sa la strada. In ginocchio, a cuore aperto, riceviamo dunque queste parole: “Apri il tuo cuore, Io entrerò e mi prenderò cura della tua vita”. Sono parole di Yogananda, la porta dell’eternità per i devoti di Ananda.

E ogni volta, ad occhi chiusi, seduta sulle ginocchia, mi capita la stessa cosa: al termine di queste parole sento una grande voglia di piangere, di rivolgere al Maestro una preghiera profonda, di scongiurarlo di prendersi i miei pesi. E sento le spalle pesanti, sovraccariche di stanchezze, ma non so come aprire veramente il cuore, come consegnargli la mia vita. Sto imparando ad offrire il mio servizio, a condividere il mio fare, ma non riesco ancora ad aprire la porta per ricevere, ad abbandonarmi totalmente tra le sue braccia.

In questo mese però è successo qualcosa. Ero arrivata alla fine del lavoro più stanca e più tesa che mai. E cercavo di controllare tutto, di convogliare ogni cosa nelle direzioni che attendevo. Ad un certo punto la tensione era arrivata ad un punto che non potevo più stringere ancora. In un giorno di dolore forte ho capito che ero al muro, che dovevo mollare. Ho sentito il cuore andare in pezzi. E la cosa incredibile era che, mentre cedevo, il dolore guariva, diventava accettabile, poteva scorrere nelle vene come un balsamo che portava via resistenze e paure. Una nuova sensazione di ampiezza, di respiro, di amore prendeva il suo posto.

Ho capito che non è davvero facile fare un vero spazio nel cuore. Spesso chiamiamo amore una forza che ci porta fuori di noi, che ci fa aggrappare a qualcosa, a qualcuno. Ma questa è una via finta, facile, e non era quello che mi stava succedendo, e neppure quello che mi era richiesto di fare. La mia espansione iniziava da un ritirarmi, da un farmi da parte. Come liberare alcuni cassetti, fare a metà dell’armadio, per far davvero entrare una forza nuova che porterà via tutto quello che prima tenevamo in un ordine inflessibile e teso. Proprio per la paura che potesse davvero entrare qualcuno.

Ora la porta non è ancora del tutto aperta, ma tengo tra le dita la maniglia, l’ho vista, e ho percepito per un istante la vastità su cui potrebbe spalancarsi. Non so quanto tempo mi servirà ancora per smettere di tendermi, di spaventarmi, di temere che dentro quello spazio privato alla fine finiscano tutti per farmi del male, ma so che davvero devo provarci e devo farlo adesso. Che senza questo amore la vita non è nulla, e ogni azione, anche bellissima, resta dentro i piccoli limiti dei miei muscoli stanchi.

 

 

 

purificazioni interiori

nitori interiori

Osservo ogni giorno i miei gesti diventare stranieri sul tuo viso. Non sei tu che ti stai allontanando da me: sono io. Ogni mia stanchezza, paura, attaccamento, impazienza escono e si irritano nello specchio dei tuoi lineamenti.

Sto imparando a conoscere così parti segrete, rifiutate, putrefatte di me, che erano nascoste sotto il tappeto di un lunghissimo silenzio. E’ un esercizio terribile e necessario per pronunciare ogni futura possibile parola nella luce.
Siamo l’una per l’altro gli atleti di una purificazione di tossine antichissime, che era tempo di vedere, di lasciar andare.
Ogni mattino affrontiamo la battaglia, fino al rosso del tramonto che arriva con un po’ di pace, e allora stringiamo in un abbraccio quel che resta di noi: un po’ più pulito, un po’ meno carico di pesi.
Bisogna essersi compagni perfetti per queste operazioni di chirurgia interiore, avere raggiunto una vicinanza e una confidenza esatte, per farsi male. Accettare anche di odiarsi, di disgustarsi, per crescere l’amore.
Ma noi ora siamo nel mezzo dei passi, quelli in cui il futuro non è giusto chiederlo: possiamo solo fargli spazio, affinché possa entrare.

Paradise is between me and you

La stagione matura

Quante volte bisogna passare sopra la traccia di un dolore prima che il taglio possa dirsi veramente guarito? Quante volte bisogna morire e rinascere prima che un’esperienza possa dirsi attraversata completamente? Prima di essere di nuovo canali totalmente aperti, di nuovo epidermide permeabile alla vita? Me lo chiedo con sorpresa in questi giorni di fine estate, mentre cammino stringendo in mano alcune memorie che devo esplorare ancora da angoli nuovi, non ancora smussati.

Ci sono stati anni, tanti, in cui mi tenevo fuori di me, in cui affidavo ad altro e ad altri il mio essere felice. Sono mancanze di fiducia nel flusso delle cose, nella propria forza e valore interiori, che prima o poi si pagano cari, e dei quali con le buone o con le cattive dovrai divenire consapevole. Fu con le cattive. All’inizio cercai di tenere in piedi solo quello che mi serviva a respirare, a fare i passi che mi potevano portare ad un rifugio, dove attendere con calma la guarigione.

Con tempi lunghi ho guardato anche dentro le ferite, le ho cucite prima come si poteva, e poi piano piano anche con accoglienza, con la tenerezza che era rimasta, con un po’ d’amore e tanta fretta di andare lontano. Alla fine è accaduto quello che doveva accadere: lo sguardo si è voltato all’interno e lì ho trovato me. Non c’erano più qualcosa o qualcuno padroni della mia felicità.

Ho percorso così molti passi forti e tesi. Ho chiamato tutto questo coraggio e libertà. Quello che mi era sembrato essere la mia debolezza era diventata la mia forza, e non guardavo più a quello che non c’era, non facevo confronti con quello che avevano gli altri, chiedevo solo di compiermi, di compiere il percorso, unico ed originale, che sono venuta a fare qui, ora. Di farlo da sola.

Ho parlato di tutto quello che ho trovato sulla strada con parole di gioia. Sono stata certa di essere felice. Guarita, con occhi ampi per ogni passo del cammino. Pronta a condividere con molti i tesori che incontravo. Tante e tante volte ho incrociato ancora indizi del vecchio dolore, ma ogni volta facevano meno male. Ne parlavo al passato, li trasformavo in luce.

Poi un giorno è arrivato qualcuno: mi ha chiesto di sedersi proprio lì dove mi ero fatta male. Ho risposto spavalda di sì, che non c’era più nulla da temere. Che ero piena di spazio per tutto, per tutti. Invece mi sono accorta presto che non avevo più permesso a nessuno di venire così vicino. Che la mia felicità c’era, ma iniziava di là di quella cicatrice, che c’era una piccola gabbia in cui tenevo protetto il cuore.

La prima reazione, ora, è stata quella di lamentarmi di tante piccole cose insensate per dire che c’erano motivi abbastanza per non lasciar avvicinare. Ma non sono abituata a dire bugie, a dirle a me, e lo sapevo molto bene che ad una ad una queste ragioni sarebbero cadute, o sarebbero rimaste lì, inefficaci a spostare lo stato delle cose. E dietro a queste restava comunque una mancanza di respiro, la voglia di ritornare senza le dita nuove premute sul taglio antico.

Ho imparato che anche il coraggio e la libertà, o quello che avevo chiamato con questo nome, non sono mai un traguardo assoluto, che ogni cosa può diventare una nuovo stato confortevole, da cui non si è più capaci di cambiare. Che la capacità conquistata di stare da sola non era che una nuova prigione. Così la mia forza è diventata di nuovo la mia debolezza.

Quello che mi resta a questo punto, che mi aiuta, che mi offre un appiglio per i passi a venire, è l’attitudine interiore cresciuta in questi anni di grandi salite: sapere che è solo un istante quello in cui si rifiuta lo stato delle cose, poi bisogna rialzare lo sguardo, guardare in faccia ogni cosa, se quello che si vuole percorrere è un cammino vero, che ha per meta la verità.

Quindi, lascio ogni giorno che un dito in più venga appoggiato sul cuore. Che una piccola nuova breccia venga aperta nei muri in cui avevo tenuto una parte di me di qua della vita viva. Accetto il rifiuto che provo, le bugie che vorrebbero uscire, la verità che mi invita a resistere. L’ordine che avevo costruito dentro, per ripartire, è ora di nuovo in subbuglio, in ristrutturazione.

Ed è questo credo che accade in ogni incontro sincero: uno spazio più piccolo che diventa un po’ più grande. Senza diventare lo spazio dell’altro, nuova dipendenza e appoggio esteriore. Riuscire a trovare quella linea perfetta tra i dolori reciproci del passato, i desideri futuri, la strada da fare da soli, aiutandosi l’un l’altro. La linea del Paradiso passa di qui: tra te e me.

 

 

La macchina della verità

la direzione

Sto dalla parte della tua tristezza: che sia sincera, impeccabile, muscolosa. Che sia per un attimo così notte che tu non possa che implorare la luce. Sto dalla parte del temporale che cancella dal cielo l’estate. Dalla parte di una discesa fonda che non permetta un fondo più fondo. Dalla parte della morsa senza spifferi della verità quando vuole essere guardata negli occhi.

E poi sto anche dalla tua parte: che tu possa trovare amore, forza e coraggio per risalire, per toglierti di dosso i pesi che ti hanno piegato, riscegliere il sole. Questa prova non posso farla io per te, io con te: posso solo aspettarti, dove comincia il giorno.

piccole meraviglie quotidiane

fiori di luglio

Pensavo di essere qui, ora, per aspettare l’inizio di qualcosa. Lo penso spesso: vivo completando i giorni che servono a preparare quello che deve arrivare. In questo caso il riposo, la sosta dei pensieri. E mi sorprendo invece ad essere felice in questa terra di mezzo, ad esserlo spesso nelle piccole cose che non ho previsto, che non ho preparato.

Sorrido di me, di questa abitudine difficile da smettere, di fare a fette la vita: dividerla nei momenti di festa e di salita, come se la gioia non potesse entrare inaspettata in un qualsiasi mattino, dalla finestra aperta portare un profumo di fiori.

e in mezzo il respiro

la luce dell’arcobaleno, dopo il temporale

A volte bisogna non avere più nessun’altra scelta rimasta per fare la scelta giusta. Così ora, al muro di una stanchezza che devo stemperare in giro per l’Italia ancora per un po’ di settimane, ho dovuto mettere me in prima posizione. Dire i no che servivano dove di solito venivo dopo, in fondo a tutto quello che mi pareva fosse necessario ad altri, ascoltarmi e respirare.

E la cosa buffa è che più sto bene io e più riesco a portare anche agli altri un vero nuovo bene. Un bene diretto, di poche parole. Sincero. E ancora di più constato che la verità non c’entra nulla con le buone impressioni che cerchiamo di fare noi uomini: ha una strada sua, in cui ogni cosa si mette a posto, in luce, dove dovrebbe essere.