Himalaya 5 – Amore in forma di cane

Il cane guida, Babaji’s cave – Himalaya

Oggi ho avuto una storia d’amore con un cane. D’altro canto si può avere una storia d’amore con il verde dell’erba, con lo scrosciare della pioggia, con un cielo stellato. Io oggi l’ho avuta con un cane. È successo questa mattina, qui, in questa sacra valle himalayana in cui sono arrivata al termine di un intenso pellegrinaggio, per visitare la grotta di Babaji. Forse chiamata da un magnetismo che doveva esattamente portarmi qui, e di cui tutto il resto non è stato che la preparazione. Babaji è il padre del Kriya yoga, il padre di tutti i Maestri di un nobile sentiero che è arrivato a me attraverso il ramo di Yogananda, il mio Maestro. Gli si dà un volto, ma Babaji è una colonna di puro Essere, e risiede dentro un corpo quando deve essere compreso, da 5000 anni.

Ieri, appena arrivata a Kukuchin, la località in cui inizia il sentiero che porta alla grotta, all’antro dove lui ha meditato e intorno a cui ogni tanto appare, non sono riuscita a resistere. Ho sistemato alla svelta le mie cose in una magnifica capanna di legno e di mattoni a vista dell’unica guest house che ha avvicinato così tanto il cammino di accesso a questo luogo sacro, e poi ho iniziato, vorace, la risalita. Ero stanca. Tutti questi giorni di viaggio, il mattino con le soste ai templi lungo la strada, uno di questi con 500 scalini di iniziazione, ma ero certa che appena i piedi si fossero messi uno dietro l’altro, mi sarei sentita benissimo. Lo avevo spiegato anche all’autista che ha condiviso con me questa avventura: era una meta da non perdere assolutamente. E così, stanco anche lui, più di me, mi ha seguito.

Ma più salivo e più mi sentivo in affanno. Le gambe faticavano a sorreggermi, ma andava fatto e non mi sarei arresa per nulla al mondo. Finalmente, senza fiato, accaldati per le nuvole basse che facevano sudare, siamo arrivati. Ho aperto la grata e mi sono seduta dentro la grotta a meditare. La mente, però, non ne voleva sapere di stare in silenzio. Pensava al povero autista che avevo fatto scannare, che forse aveva voglia di scendere. Che se non avessimo fatto presto forse sarebbe venuta la pioggia, o forse la notte e non avremmo più trovato la strada. Pensava cose sempre più piccole. Così sono uscita e ho detto al mio compagno di cammino che potevamo andare. A me ho detto che la buona energia comunque era entrata e non era necessario che lo percepissi subito.

L’ultimo Chai shop prima della grotta

Questa mattina la lezione era appresa: dovevo riposare, e lasciare fare alla vita. Dopo colazione, mi sono semplicemente messa a camminare per esplorare i dintorni, non avevo più intenzione di stremarmi. Ho ripensato soltanto a quella piccolissima costruzione all’inizio della strada per la grotta che annunciava di essere l’ultima possibilità per un chai (tè), prima di salire: fino a lì potevo arrivare. Mi sono avviata, un cane bianco e nero mi seguiva. Si è fermato ad un certo punto, ed è ritornato indietro. Nel piccolo negozio una signora matura che si è sciolta i capelli quando sono apparsa, forse per farmi vedere che erano ancora belli, forse per l’emozione di avere un cliente in questa stagione morta. Ha fatto cenno a due giovani ragazze che governavano il fuoco di preparami il tè. Nel cortile sono arrivati altri due cani, neri. Uno più grande e uno più piccolo. Li avevo già visti ieri, ma ero troppo stanca per stare alle loro feste.

La grotta di Babaji

All’improvviso il più piccolo si è messo a scodinzolarmi intorno. Un giovane ragazzo locale che guidava un gruppetto alla grotta mi ha chiesto se stessi salendo anche io, e ha aggiunto che quella che stava percorrendo era una scorciatoia. Io ho solo sorriso. Non stavo salendo, ho ammiccato a lui e a me. Ma il cane si è messo a camminare e io a seguirlo, e ha preso lo stesso sentiero corto. Con le gambe leggere, senza più affanno, attraversando torrenti a piedi scalzi, in un tempo che mi è sembrato breve e bello, senza saperlo mi sono ritrovata ancora alla grotta. Gli altri pellegrini avevano fatto sosta per strada, ed ero sola. Sola di fronte all’immenso. Il mio amico a quattro zampe si è semplicemente steso davanti all’accesso, come fanno i cani quando si sentono al sicuro e sono pronti a dormire. Io ho chiuso gli occhi e mi sono messa a meditare. Tutto era di nuovo limpido, in pace, in amore. Come l’amore senza ombre che ho sempre provato per i cani. Sono arrivate così queste parole.

Quando Dio mi apparirà avrà la forma di un cane. Sarà il cane più bello del mondo, il Dio più bello del mondo. Perché lui è amore puro, è uno scodinzolare d’amore. È sentire le feste nel cuore, è non stare più nella pelle. Nella pelle dei pensieri, nella pelle delle paure, nella pelle di tutti i piccoli comandamenti del fare con cui ci incateniamo alla terra. È lasciare le briglie, gli ormeggi, slacciarsi le scarpe, restare a piedi nudi nelle pozze dopo un temporale. L’odio, il rancore, il rimpianto non sono l’opposto di questo amore, perché è un amore che non ha opposti. Non è tradibile, abbandonabile, feribile. Come il verde per l’erba del prato, il fresco per l’acqua del torrente, l’azzurro per il cielo sereno, è vita che sta al centro, senza più cadere.

Poi mi sono alzata e il cane mi ha guidato di nuovo sulla strada di casa. Lì è svanito.

Ora lo so, questo viaggio doveva veramente arrivare fino a qui. E ho capito anche perché era giusto farlo da sola, perché si dica che i viaggi spirituali vadano sempre fatti da soli. Perché, infatti, è solo così che un po’ alla volta vieni sbucciata di tutti i modi in cui ti tieni aggrappata al mondo. Le persone, le parole, gli impegni, il nostro continuo bisogno di sentirci occupati in qualche cosa e con qualcuno è solo un modo per non tacere, per non affrontare la vera strada, il vuoto di appigli che fa venire alla luce quello che in ognuno di noi è puro essere. Ed è questo invece l’unico vero dovere che abbiamo. E richiede silenzio, richiede di sentirsi incredibilmente soli. E poi di non sentirsi più soli. Richiede di abbandonare completamente tutto quello che sapevamo di noi, di abbandonarci completamente. Di diventare solo presente, solo vita. Qui inizia il vero viaggio.

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

One thought on “Himalaya 5 – Amore in forma di cane”

  1. ciao Giulia
    certi momenti sento la voglia di leggerti.
    Mi sembra che stai pulendo anche il tuo modo di scrivere. Meno giornalistico, e sorprendente ma ricco di tensione interiore. Buon viaggio
    Ruggero

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