Himalaya 3 – Gwaldam. Sussurri per il cuore

Monastero buddista a Gwaldam

tappa: Badrinath – Gwaldam

Scrivo da una stanza piena di cielo. Una stanza che è stata tramonto, poi stelle e canto dei grilli. E ogni volta che il contatto con la natura si fa così serrato, qualcosa in me esulta, ritorna a casa. Anche a questo si deve la Pace di queste montagne sacre, dove gli uomini cercano di leggere dentro di sé. Sì, si deve anche a quest’ebbrezza del respiro: una fusione che fa dimenticare i propri piccoli confini, e fonde nuovamente al Tutto di cui siamo una goccia, una foglia, un alito di vento.

In certi istanti questa felicità naturale prende la forma di una dolcezza infinita che si solleva dal cuore e rimette le cose in un ordine nuovo. L’ho potuto vedere bene nei giorni scorsi, quando non avevo più contatto con il mondo usuale, separata com’ero da ogni connessione, da ogni lingua di scambio, da ogni abitudine nota: quando sei costretta a mettere da parte tutti i ronzii con cui riempi la grande vertigine che risiede dentro ognuno di noi, allora ha spazio per parlarti quello che è veramente grande, quello che devi veramente fare. E nulla più è troppo o impossibile, nulla fa più paura.

E’ stato in un istante, mentre camminavo su un antico ciottolato d’altura, mentre mi inginocchiavo in un piccolo tempio rosa, che ho detto di Sì a tutto quello che deve compiersi attraverso di me. Che ho sentito che più di tutto vorrei servire Dio negli altri e che Dio potesse servirli attraverso di me. E in quel momento ho capito che stavo guarendo da tanti dolori rimasti stampati nella mente, e a cui la mente dava ancora il potere di creare futuro. Era perché la spina del mio cuore era attaccata a cose mosse fuori di me, cose che non potevo controllare, che ogni volta mi spezzavo e creavo sofferenza anche agli altri.

Ma se la spina è attaccata al Cielo, allora non sei più feribile, non sei più abbandonabile. Non c’è allora più nulla da giudicare o da cui attendere qualcosa, perché non è più una cosa personale tra te e qualcosa che è altro da te: ma sei un puro canale attraverso cui l’amore può passare e agire. L’unico metro con cui misuri la tua felicità diventa l’aumentata bellezza del mondo, perché non esiste più qualche cosa che tu possa chiamare ‘altro’: ma esiste un’unica vita, da amare in ogni forma come ameresti te stesso.

Ora in lontananza un cane abbaia, irrompe dentro la stellata e al canto dei grilli: ma è un unico concerto, e io spegnerò la luce: unirò anche il mio respiro.

 

 

Badrinath: avvicinamento al Cielo. Himalaya 2

Badrinath, 3600 metri vicino al Cielo

Tappa: Rudraprayag – Josimath – Badrinath

Si dice che un vero viaggio spirituale si debba fare da soli: e ora sono davvero sola. Un amico vicino è rimasto per ora lontano, perché ci saremmo influenzati troppo. La casa in cui avevo fatto famiglia è a Rishikesh, e ora anche l’autista con cui sarei dovuta arrivare qui, che era diventato un complice dell’avventura, è rimasto in macchina, dietro una frana e a vari travasi di fiumi, a venti chilometri da Badrinath, dopo avermi aiutato ad arrampicarmi a piedi sui sassi caduti e avermi messo su una Jeep che mi avrebbe portato qui, in uno dei luoghi della terra più vicini al Cielo. Non solo per l’altezza che rarefà l’ossigeno e crea spazi nuovi in cui non riesce ad allargare i suoi tentacoli la mente: ma anche perché qui comprendi che il Cielo non è davvero un’altra cosa da te.

Per arrivare è stato un progressivo entrare dentro le pareti verticali delle montagne, una lotta di altezze che tagliavano a fatte le valli, attraversate da fiumi veloci e pieni d’acqua. La vegetazione è ovunque verdissima, proprio per la copiosità delle piogge che stanno finendo ora la loro stagione. E questo paesaggio immenso qui è là è intervallato dai colori di piccole linee colorate orizzontali, che formano gli agglomerati dei villaggi. E dentro ogni villaggio c’è un tempio con porte aperte al verde e al cielo. Una grande sensazione di respiro, di ricerca di luce verso l’alto: anche per il cuore, per l’energia del corpo, per i pensieri. Mentre in fondo alle valli, dove ci si sporge verso l’acqua che scorre, risalgono i fumi dei vapori dei corpi cremati, affinché l’anima possa volare via più veloce. Karnaprayag, Chamoli, Josimath… tanti nomi in fila di questa geografia assoluta.

Ma Badrinath lo capisci subito che è un’altra cosa: non è solo una delle città più sacre dell’India, dove milioni di pellegrini vengono ad espandere la propria devozione, ma è qualcosa che c’è nell’aria, nella forma delle vette, che nascondono cime di altre vette che ogni tanto si vedono, in una quinta metafisica, per quanto carica di fisicità. È qualcosa che c’è nell’acqua, che spinge con forza non solo nei letti dei fiumi, ma in cascate dalle pareti di roccia: qui lo senti subito che non potresti mai gareggiare con la natura, che devi chiederle il permesso per entrare.

E poi l’umanità di questa terra: qui tutti cercano Dio. E questo paesaggio alto è il luogo in cui si sentono più vicini per trovarlo. Il meraviglioso tempio che troneggia di là del fiume è dedicato a Sri Badrinath, incarnazione di Vishnu, cioè il Dio che conserva la vita, ma anche la linea divina del cuore e dell’amore. Dalle 4.00 del mattino si offrono puje, cerimonie di purificazione, preghiere, canti, invocazioni. Arrivano qui da tutta l’India, alcuni non se ne vanno più e restano semplicemente vicini al Cielo, cioè a Sé, nei vestiti arancioni dei sadhu, i rinuncianti che hanno rinunciato in realtà solo all’illusione.

E io? Cosa ci faccio qui? Non lo so, non ancora. Ad un certo punto sapevo solo che dovevo venire. Per ora ho solo girato con la testa rarefatta, mi sono inginocchiata e ho cercato di fare quello che facevano gli altri. Ho offerto una corona sacra di tulsi, mi sono fatta disegnare l’occhio spirituale dopo la preghiera, ho preso alcune bacche candite di amla, per le vitamine. Ho acceso un incenso nella mia camera affacciata a questo Cielo in terra, e aspetto che mi parli, visto che mi ha chiamato qui, che mi ha voluto sola.