Due devozioni

Due devozioni

E quindi siamo arrivati a questo, a finire le parole. Le parole per dire cosa siamo, cosa sia quella cosa che ci unisce, oltre a tutti gli spigoli in cui abbiamo sbattuto il cuore. Una fratellanza, un’amicizia, un amore o un riconoscimento d’anime sono tutte cose vere, ma anche forme in cui stiamo stretti, in cui ci manca un po’ il respiro. Piuttosto, è come se una parte di me abitasse dentro il tuo corpo, e viceversa una parte di te nel mio. E fossero l’una e l’altra dirette da due motori diversi, eppure si potessero sentire in tutta l’estensione dell’essere, fino a te, fino a me, la felicità e il dolore.

Si tratta perciò di tenerci ma anche di darci una libertà sconfinata, affinché ogni parte di noi possa gioire, espandersi, fare la propria strada. Crescere o sbagliare. Divenire a proprio modo devota alla vita. E ogni giorno dobbiamo anche tranquillizzare quello che di questa libertà ha paura. Paura di perdere, di non controllare, di scolorire tra i colori del mondo. Accogliere a mani piene tutto quello che arriva, i silenzi e i momenti in cui di nuovo siamo vicini. Fare il tifo fino in fondo per la gioia che in questo modo ci scambiamo, per il nutrimento che ci dà la parte di noi che l’altro porta in giro.

E’ questo il capolinea di un lungo viaggio, in cui abbiamo provato in tanti modi a dare una voce alle nostre anime che hanno preso luce quando si sono guardate. Quando le dita si sono allungate e hanno scoperto di sentire anche quello che c’era sotto un’altra pelle. Che era lì quella parte che mancava, e che da ere, da vite, in tanti luoghi e tempi, avevamo cercato. Aspettava che finissimo di aspettare, che finissimo di sentirne la mancanza, per fare il suo viaggio di ritorno, la parte di me che è in te, quella di me che vive in te.

 

 

 

Himalaya 5 – Amore in forma di cane

Il cane guida, Babaji’s cave – Himalaya

Oggi ho avuto una storia d’amore con un cane. D’altro canto si può avere una storia d’amore con il verde dell’erba, con lo scrosciare della pioggia, con un cielo stellato. Io oggi l’ho avuta con un cane. È successo questa mattina, qui, in questa sacra valle himalayana in cui sono arrivata al termine di un intenso pellegrinaggio, per visitare la grotta di Babaji. Forse chiamata da un magnetismo che doveva esattamente portarmi qui, e di cui tutto il resto non è stato che la preparazione. Babaji è il padre del Kriya yoga, il padre di tutti i Maestri di un nobile sentiero che è arrivato a me attraverso il ramo di Yogananda, il mio Maestro. Gli si dà un volto, ma Babaji è una colonna di puro Essere, e risiede dentro un corpo quando deve essere compreso, da 5000 anni.

Ieri, appena arrivata a Kukuchin, la località in cui inizia il sentiero che porta alla grotta, all’antro dove lui ha meditato e intorno a cui ogni tanto appare, non sono riuscita a resistere. Ho sistemato alla svelta le mie cose in una magnifica capanna di legno e di mattoni a vista dell’unica guest house che ha avvicinato così tanto il cammino di accesso a questo luogo sacro, e poi ho iniziato, vorace, la risalita. Ero stanca. Tutti questi giorni di viaggio, il mattino con le soste ai templi lungo la strada, uno di questi con 500 scalini di iniziazione, ma ero certa che appena i piedi si fossero messi uno dietro l’altro, mi sarei sentita benissimo. Lo avevo spiegato anche all’autista che ha condiviso con me questa avventura: era una meta da non perdere assolutamente. E così, stanco anche lui, più di me, mi ha seguito.

Ma più salivo e più mi sentivo in affanno. Le gambe faticavano a sorreggermi, ma andava fatto e non mi sarei arresa per nulla al mondo. Finalmente, senza fiato, accaldati per le nuvole basse che facevano sudare, siamo arrivati. Ho aperto la grata e mi sono seduta dentro la grotta a meditare. La mente, però, non ne voleva sapere di stare in silenzio. Pensava al povero autista che avevo fatto scannare, che forse aveva voglia di scendere. Che se non avessimo fatto presto forse sarebbe venuta la pioggia, o forse la notte e non avremmo più trovato la strada. Pensava cose sempre più piccole. Così sono uscita e ho detto al mio compagno di cammino che potevamo andare. A me ho detto che la buona energia comunque era entrata e non era necessario che lo percepissi subito.

L’ultimo Chai shop prima della grotta

Questa mattina la lezione era appresa: dovevo riposare, e lasciare fare alla vita. Dopo colazione, mi sono semplicemente messa a camminare per esplorare i dintorni, non avevo più intenzione di stremarmi. Ho ripensato soltanto a quella piccolissima costruzione all’inizio della strada per la grotta che annunciava di essere l’ultima possibilità per un chai (tè), prima di salire: fino a lì potevo arrivare. Mi sono avviata, un cane bianco e nero mi seguiva. Si è fermato ad un certo punto, ed è ritornato indietro. Nel piccolo negozio una signora matura che si è sciolta i capelli quando sono apparsa, forse per farmi vedere che erano ancora belli, forse per l’emozione di avere un cliente in questa stagione morta. Ha fatto cenno a due giovani ragazze che governavano il fuoco di preparami il tè. Nel cortile sono arrivati altri due cani, neri. Uno più grande e uno più piccolo. Li avevo già visti ieri, ma ero troppo stanca per stare alle loro feste.

La grotta di Babaji

All’improvviso il più piccolo si è messo a scodinzolarmi intorno. Un giovane ragazzo locale che guidava un gruppetto alla grotta mi ha chiesto se stessi salendo anche io, e ha aggiunto che quella che stava percorrendo era una scorciatoia. Io ho solo sorriso. Non stavo salendo, ho ammiccato a lui e a me. Ma il cane si è messo a camminare e io a seguirlo, e ha preso lo stesso sentiero corto. Con le gambe leggere, senza più affanno, attraversando torrenti a piedi scalzi, in un tempo che mi è sembrato breve e bello, senza saperlo mi sono ritrovata ancora alla grotta. Gli altri pellegrini avevano fatto sosta per strada, ed ero sola. Sola di fronte all’immenso. Il mio amico a quattro zampe si è semplicemente steso davanti all’accesso, come fanno i cani quando si sentono al sicuro e sono pronti a dormire. Io ho chiuso gli occhi e mi sono messa a meditare. Tutto era di nuovo limpido, in pace, in amore. Come l’amore senza ombre che ho sempre provato per i cani. Sono arrivate così queste parole.

Quando Dio mi apparirà avrà la forma di un cane. Sarà il cane più bello del mondo, il Dio più bello del mondo. Perché lui è amore puro, è uno scodinzolare d’amore. È sentire le feste nel cuore, è non stare più nella pelle. Nella pelle dei pensieri, nella pelle delle paure, nella pelle di tutti i piccoli comandamenti del fare con cui ci incateniamo alla terra. È lasciare le briglie, gli ormeggi, slacciarsi le scarpe, restare a piedi nudi nelle pozze dopo un temporale. L’odio, il rancore, il rimpianto non sono l’opposto di questo amore, perché è un amore che non ha opposti. Non è tradibile, abbandonabile, feribile. Come il verde per l’erba del prato, il fresco per l’acqua del torrente, l’azzurro per il cielo sereno, è vita che sta al centro, senza più cadere.

Poi mi sono alzata e il cane mi ha guidato di nuovo sulla strada di casa. Lì è svanito.

Ora lo so, questo viaggio doveva veramente arrivare fino a qui. E ho capito anche perché era giusto farlo da sola, perché si dica che i viaggi spirituali vadano sempre fatti da soli. Perché, infatti, è solo così che un po’ alla volta vieni sbucciata di tutti i modi in cui ti tieni aggrappata al mondo. Le persone, le parole, gli impegni, il nostro continuo bisogno di sentirci occupati in qualche cosa e con qualcuno è solo un modo per non tacere, per non affrontare la vera strada, il vuoto di appigli che fa venire alla luce quello che in ognuno di noi è puro essere. Ed è questo invece l’unico vero dovere che abbiamo. E richiede silenzio, richiede di sentirsi incredibilmente soli. E poi di non sentirsi più soli. Richiede di abbandonare completamente tutto quello che sapevamo di noi, di abbandonarci completamente. Di diventare solo presente, solo vita. Qui inizia il vero viaggio.

 

Himalaya 4, Kausani. I momenti in cui ho paura.

devozioni, tempio di Shiva

Non ho avuto il tempo di chiedermelo, prima di partire, se mi sarei sentita sola. Se in questo girovagare in luoghi assoluti e assolutamente lontani da ogni abitudine, mi sarei persa dentro il vuoto di cose e di voci note a cui tenermi. La solitudine, la non appartenenza a nulla di ciò che vedevo intorno, sono state la musica di fondo di un passato ormai abbastanza lontano, poi è diventata una cosa diversa: un essere solitaria e piena, senza più il senso di mancanza. Anzi, sono diventata sempre più bisognosa di silenzi e di tempi privati, perché poi ci pensa la vita ad essere frastuono e affronto a tutto quello che con pazienza cerco di mettere in ordine ogni giorno.

Però oggi ad un certo punto, all’ennesimo arrivo dopo un viaggio lungo, in mezzo solo al verde, solo a villaggi in cui si chiedono sempre solo le cose di servizio per proseguire, mentre ancora una volta toglievo il necessario dalla valigia, una valigia che intanto si è gonfiata di cose che sono venute via con me in questi giorni e della vita che si è messa addosso ai miei vestiti, per un attimo mi sono chiesta con spavento: cosa ci faccio io qui? E ho pensato quali fossero le vie con cui mi sarei potuta rivedere abbandonata sul mio divano, ma il pensiero ha disegnato una lontananza così complessa che ho dovuto abbandonarlo per non prendere paura.

Allora ho fatto quello che faccio tutti i giorni da quando sono via: ho cercato la calma nei gesti, nei riti che mi radicano in questa vita senza radici. Ho tirato fuori le immagini dei Maestri che mi indicano la strada. Ho acceso un incenso. Ho messo delle gocce di lavanda in queste nuove lenzuola, in un ulteriore letto, in una diversa camera ancora. Ho messo dell’acqua comprata in bottiglia per assicurarmi di non stare male nel bollitore: ho preparato un infuso di erbe. Ho srotolato il tappeto da yoga. Ho apparecchiato i libri sul comodino. Ho acceso una musica che mi riporta in luoghi calmi e felici di me. Ho fatto casa in questo punto dell’universo.

Ho rovesciato la polarità dei pensieri, sorridendo alla facilità con cui alla fine si faccia famiglia con tutto quello che c’è. Ho pensato al giovane autista indiano che si è trovato coinvolto con me in questo sogno, a due persone che erano straniere fino a pochi giorni fa, e che sarebbe sembrato impossibile che dovessero avere dei punti in comune, che all’improvviso si trovano a mettersi negli occhi gli stessi paesaggi, a condividere l’intimità della fame, del caldo e del freddo, della stanchezza e del riposo. Ho pensato ad un paio di amici qui in India, che ogni giorno controllano al telefono che io stia ancora bene, che non mi sia arresa. A mia madre, che ha imparato a scrivere i messaggi: e ne scrive di belli, per non farmi sentire se è preoccupata.

Poi ho guardato il tempo dall’alto, e ho pensato che è proprio quando si sposta un po’ più in là il proprio limite che possono accadere, nello spazio che si è aperto, cose nuove. Che alcune parti di noi possono crescere. E i doni sono già stati così tanti in questo viaggio, e spesso sono seguiti proprio a questi pensieri in cui qualche parte di me cedeva. E allora il pensiero della solitudine ritorna con un volto nuovo: sto facendo una cosa bellissima che richiede coraggio, che mi chiede quanto io sia davvero convinta di voler toccare tutta questa vita più grande per cui da tanto tempo sto preparando il respiro.

Così ritorna la forza, la paura va via. Apro un libro a caso, leggo queste parole: “Per iniziare un viaggio, devi voler avanzare dalla posizione in cui attualmente ti trovi. Finché ti accontenterai delle circostanze presenti, non sarai mai motivato a iniziare. Che cosa ci motiva? Dipende da persona a persona: forse è l’infelicità, o il desiderio di verità, o la ricerca di chi noi veramente siamo. In ogni caso, il desiderio di qualcosa di più è l’impulso che ci sprona in avanti. Tieni a mente cosa ti ha motivato e continua cercarlo finché non hai raggiunto il tuo obiettivo”. (da Un tocco d’amore, Nayaswami Jotish e Devi. Ananda edizioni)

Himalaya 3 – Gwaldam. Sussurri per il cuore

Monastero buddista a Gwaldam

tappa: Badrinath – Gwaldam

Scrivo da una stanza piena di cielo. Una stanza che è stata tramonto, poi stelle e canto dei grilli. E ogni volta che il contatto con la natura si fa così serrato, qualcosa in me esulta, ritorna a casa. Anche a questo si deve la Pace di queste montagne sacre, dove gli uomini cercano di leggere dentro di sé. Sì, si deve anche a quest’ebbrezza del respiro: una fusione che fa dimenticare i propri piccoli confini, e fonde nuovamente al Tutto di cui siamo una goccia, una foglia, un alito di vento.

In certi istanti questa felicità naturale prende la forma di una dolcezza infinita che si solleva dal cuore e rimette le cose in un ordine nuovo. L’ho potuto vedere bene nei giorni scorsi, quando non avevo più contatto con il mondo usuale, separata com’ero da ogni connessione, da ogni lingua di scambio, da ogni abitudine nota: quando sei costretta a mettere da parte tutti i ronzii con cui riempi la grande vertigine che risiede dentro ognuno di noi, allora ha spazio per parlarti quello che è veramente grande, quello che devi veramente fare. E nulla più è troppo o impossibile, nulla fa più paura.

E’ stato in un istante, mentre camminavo su un antico ciottolato d’altura, mentre mi inginocchiavo in un piccolo tempio rosa, che ho detto di Sì a tutto quello che deve compiersi attraverso di me. Che ho sentito che più di tutto vorrei servire Dio negli altri e che Dio potesse servirli attraverso di me. E in quel momento ho capito che stavo guarendo da tanti dolori rimasti stampati nella mente, e a cui la mente dava ancora il potere di creare futuro. Era perché la spina del mio cuore era attaccata a cose mosse fuori di me, cose che non potevo controllare, che ogni volta mi spezzavo e creavo sofferenza anche agli altri.

Ma se la spina è attaccata al Cielo, allora non sei più feribile, non sei più abbandonabile. Non c’è allora più nulla da giudicare o da cui attendere qualcosa, perché non è più una cosa personale tra te e qualcosa che è altro da te: ma sei un puro canale attraverso cui l’amore può passare e agire. L’unico metro con cui misuri la tua felicità diventa l’aumentata bellezza del mondo, perché non esiste più qualche cosa che tu possa chiamare ‘altro’: ma esiste un’unica vita, da amare in ogni forma come ameresti te stesso.

Ora in lontananza un cane abbaia, irrompe dentro la stellata e al canto dei grilli: ma è un unico concerto, e io spegnerò la luce: unirò anche il mio respiro.

 

 

Badrinath: avvicinamento al Cielo. Himalaya 2

Badrinath, 3600 metri vicino al Cielo

Tappa: Rudraprayag – Josimath – Badrinath

Si dice che un vero viaggio spirituale si debba fare da soli: e ora sono davvero sola. Un amico vicino è rimasto per ora lontano, perché ci saremmo influenzati troppo. La casa in cui avevo fatto famiglia è a Rishikesh, e ora anche l’autista con cui sarei dovuta arrivare qui, che era diventato un complice dell’avventura, è rimasto in macchina, dietro una frana e a vari travasi di fiumi, a venti chilometri da Badrinath, dopo avermi aiutato ad arrampicarmi a piedi sui sassi caduti e avermi messo su una Jeep che mi avrebbe portato qui, in uno dei luoghi della terra più vicini al Cielo. Non solo per l’altezza che rarefà l’ossigeno e crea spazi nuovi in cui non riesce ad allargare i suoi tentacoli la mente: ma anche perché qui comprendi che il Cielo non è davvero un’altra cosa da te.

Per arrivare è stato un progressivo entrare dentro le pareti verticali delle montagne, una lotta di altezze che tagliavano a fatte le valli, attraversate da fiumi veloci e pieni d’acqua. La vegetazione è ovunque verdissima, proprio per la copiosità delle piogge che stanno finendo ora la loro stagione. E questo paesaggio immenso qui è là è intervallato dai colori di piccole linee colorate orizzontali, che formano gli agglomerati dei villaggi. E dentro ogni villaggio c’è un tempio con porte aperte al verde e al cielo. Una grande sensazione di respiro, di ricerca di luce verso l’alto: anche per il cuore, per l’energia del corpo, per i pensieri. Mentre in fondo alle valli, dove ci si sporge verso l’acqua che scorre, risalgono i fumi dei vapori dei corpi cremati, affinché l’anima possa volare via più veloce. Karnaprayag, Chamoli, Josimath… tanti nomi in fila di questa geografia assoluta.

Ma Badrinath lo capisci subito che è un’altra cosa: non è solo una delle città più sacre dell’India, dove milioni di pellegrini vengono ad espandere la propria devozione, ma è qualcosa che c’è nell’aria, nella forma delle vette, che nascondono cime di altre vette che ogni tanto si vedono, in una quinta metafisica, per quanto carica di fisicità. È qualcosa che c’è nell’acqua, che spinge con forza non solo nei letti dei fiumi, ma in cascate dalle pareti di roccia: qui lo senti subito che non potresti mai gareggiare con la natura, che devi chiederle il permesso per entrare.

E poi l’umanità di questa terra: qui tutti cercano Dio. E questo paesaggio alto è il luogo in cui si sentono più vicini per trovarlo. Il meraviglioso tempio che troneggia di là del fiume è dedicato a Sri Badrinath, incarnazione di Vishnu, cioè il Dio che conserva la vita, ma anche la linea divina del cuore e dell’amore. Dalle 4.00 del mattino si offrono puje, cerimonie di purificazione, preghiere, canti, invocazioni. Arrivano qui da tutta l’India, alcuni non se ne vanno più e restano semplicemente vicini al Cielo, cioè a Sé, nei vestiti arancioni dei sadhu, i rinuncianti che hanno rinunciato in realtà solo all’illusione.

E io? Cosa ci faccio qui? Non lo so, non ancora. Ad un certo punto sapevo solo che dovevo venire. Per ora ho solo girato con la testa rarefatta, mi sono inginocchiata e ho cercato di fare quello che facevano gli altri. Ho offerto una corona sacra di tulsi, mi sono fatta disegnare l’occhio spirituale dopo la preghiera, ho preso alcune bacche candite di amla, per le vitamine. Ho acceso un incenso nella mia camera affacciata a questo Cielo in terra, e aspetto che mi parli, visto che mi ha chiamato qui, che mi ha voluto sola.