La lettera che terrò con me

Il passaggio del giorno

Ieri ti ho scritto una lettera che non ho spedito. Non l’ho mai scritta veramente per te, in effetti: l’ho scritta per me. E non avevo bisogno che tu la leggessi, avevo bisogno di pensarti come saresti stato dopo quelle parole. Ed è anche in questo modo che sono certa che ci siamo capiti. Se invece tu l’avessi avuta tra le mani, sarebbero state nuove parole che crescevano addosso alle parole, e avremmo finito per non comprenderci. Arriva un punto, infatti, in cui le parole non sono il modo migliore per parlarsi. E ci sono passaggi che sono più chiari all’altro se sono chiariti a sé.

Questo accade, ad esempio, nell’istante in cui si consegna definitivamente un modo in cui sono state le cose tra due persone al passato. Poi possono accadere ancora tante altre nuove cose, ma non fanno più parte della stessa storia, e mantengono appena un’eco di quello che prima teneva stretta la trama. Un passaggio che comporta naturalmente dolore e coraggio. E perciò bisogna essere soli, perché se si provasse a cercare aiuto nell’altro per questa trasformazione, si finirebbe per voler lenire le punture appoggiandosi a quello che era stato un tempo certezza di gioia e di unione, e ciò non porterebbe ad un risultato vero.

Vedi, si tratta alla fine di familiarizzare con il fatto che quello che di noi prima era intimo e vicino è diventato all’improvviso straniero e lontano. Cioè quello che succede sempre quando nel mezzo di un incontro arrivano nuove persone, nuovi occhi, nuove energie. Allora, una mano che conoscevi a memoria assomiglia ancora a quella mano ma non è più per nulla la stessa. E lo spazio di un sopracciglio, la fossetta sotto una spalla: ci sarebbe da impazzire a cercarci ancora il passato. Bisogna farsi forza e andare avanti. Questo è quello che ora, con maturità, dobbiamo affrontare. Che ogni mattino, al risveglio, quando la mente partirebbe in automatico con i modi soliti di pensarci, ci dobbiamo di nuovo daccapo ricordare.

E sottolineo il fatto che dobbiamo essere maturi, perché non è la prima volta, né per me né per te, che ci troviamo ad affrontare nella vita questa situazione. Ma se ora questo capita tra me e te, è perché troviamo un finale originale, che non sia solo un salvarci, ma che ci faccia fare un passo più vicino al cielo. E anche questo richiede silenzio e pazienza. Giorni e giorni in cui la storia della Terra non sappia nulla di noi, che invece la nostra storia l’abbiamo scritta non per questi tempi, ma per eternità.

 

 

 

 

 

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Giulia

La mia più grande fortuna è stata quella di non realizzare i sogni che avevo da bambina, in un piccolo paese del Friuli: la vita ha avuto più fantasia di me. Non avrei mai pensato di studiare letteratura, poesia, teatro a Padova, Parigi, Pavia e poi di viverle con i protagonisti. La scrittura era una passione segreta ed è diventata il mio lavoro, negli ultimi undici anni per i periodici Rizzoli. Da dieci mi occupo anche di comunicazione per il teatro. Mi si trova spesso con la valigia in mano e tappetino da yoga sotto braccio: mete preferite Sud America, Africa, Sud Est asiatico dove faccio reportage sociali. Ultimamente anche in India, dove ho trovato uno dei luoghi che chiamo casa. Case sono per me posti in cui l'anima respira: tra questi ci sono sempre le mie Dolomiti, certi colli dell'Umbria e il mio divano a Milano.

2 thoughts on “La lettera che terrò con me”

  1. Ciao Giulia,
    La sincronia con cui vivo le cose di cui scrivi quasi mi paralizza dallo stupore.
    E vorrei chiederti per trovare quel coraggio e quella maturità.. Ma non troverei la vera risposta, quella che nel silenzio troviamo dentro le pieghe del nostro sentire interiore. Grazie

    1. è proprio così, bisogna ‘impegnarsi’ a non fare nulla. soprattutto con la mente. accogliere quello che da sé verrà a galla e ci verrà rivelato quando saremo pronti. Di sicuro quello che diremmo oggi non sarebbe quello
      che il ritorno alla pace ci farà vedere tra qualche tempo. Buon cammino

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